In moto. Quando ”piegare” non è una resa

Arba

Una delle delizie nel guidare la motocicletta è quella di sentirsi un’entità unica con la stessa. Momenti da sogno. Poi, di avere una potenza a volte indicibile e sempre a disposizione fra le gambe e di riuscire a domarla, come si farebbe con un’orda di cavalli selvaggi, pronti al galoppo nel vento delle steppe. Domare sempre? Quasi sempre.

Come la politica anche la moto ha imprevisti tutti specifici nel percorrere strade e contrade misteriose, prima di arrivare a destra o a sinistra.

Inutile girarci intorno: a volte, la moto sembra agire di sua spontanea volontà. Come ogni qualsiasi tigrotto/a, micione/a che si rispetti, presumo essa pensi di esere “creatura” con un’indipendenza tutta speciale. Funesto sentirsi solo divini e cedere alla troppa spensieratezza ovvero perdere la concentrazione. O mettersi in viaggio malati. Se ne approfitterebbe innocentemente. Entrambi in simbiosi e perfetta salute è l’ideale da raggiungere. Ma niente democrazia. Dittatura. Tu sei al comando, no? Vero?

Prendiamo ad esempio quella volta che la chiave di avviamento della mia Kawasaki se ne andò via, mentre viaggiavo, uscendo dall’intimissimo posto nel quale si trovava, vale a dire sprofondata nel blocchetto accensione, dove tutte le chiavi che si rispettano comunemente si inseriscono e restano, per volarsene via, dietro di me, in una sorta di viaggio pomeridiano alquanto sbarazzino. Colpa di una brutale ventata all’uscita di una curva (ma la piega non era neppure così eccezionale!!) o la Kawasaki mi stava facendo capire, forse in giapponese recitato, che anche le moto possiedono, oltre ad un corpo sublime, un carattere ben preciso, un’anima? Come tutti noi, …come i politici. Esclusi quelli della parte che odi, naturalmente.

Prendendo una curva a sinistra (la sinistra non mi si addice) ad un raccordo cittadino, vidi la sopra citata chiave uscire a razzo ed in ascensione rapida transitare sopra la mia spalla ”sinistra” (la maledizione, cosa vi dicevo?!) per poi perdersi in un ignoto punto dietro di me. Un video della mia mimica facciale su Youtube avrebbe raggiunto almeno un milione di visite. Con il motore sempre allegro, scoppiettando felice, la moto cantava come un bimbo appena uscito da scuola quasi ignaro del destino altrui. O alla stregua di un Berlusconi ignaro del suo futuro. Frenai sbalordita. Una sensazione di completo stupore si impadronì di me, emozione che sottolineai con un:

“uhhhhhhhhhhhhh, ehhhhhhhh??????????????!!!!!!!!!!!!@#%&^*++<>

Come quando arrivi su un parcheggio e la tua macchina è sparita o la bicicletta che avevi appena lasciato davanti al Comune si è volatizzata o quando il tuo uomo o la tua donna…

Telegraficamente riassumendo: la moto funzionava, ero in curva su un raccordo molto trafficato, senza la possibilità di posteggiare, di fianco a me sulla destra solo 10 cm di spazio, pure ad un livello di 10 cm più alto della carreggiata, ero immobile ed indecisa sul da farsi e la mia chiave (l’unica, non avevo ancora chiavi di scorta) se  ne era semplicemente andata.

Così, senza neppure un ”grazie del passaggio, arrivederci, alla prossima”…

Il cervello si mise al lavoro. Ma la soluzione che produsse fu solo quella di non spegnere la moto per nessun motivo, scendere e cercare la maledetta chiave e sperare di non essere fracassata. Alla Margaret Thatcher, valeva la tattica che “se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedi ad una donna”. E l’unica donna ero io. Prima di agire mi voltai con movimenti rallentati, tipo atterraggio lunare, (il collo poi, si sa, ha una gittata molto limitata se sei seduta ed impegnata a tenere la moto) e vidi che una macchina si era fermata, il conduttore aveva piazzato il veicolo un poco di traverso, portiera aperta e si dirigeva verso di me. Cantai al cielo e benedissi, nonostante la Thatcher, tutti gli uomini della terra. Ringraziai grata pure i miei fianchi ed il resto delle forme femminili. Fossi stata un uomo, mi chiesi, si sarebbe fermato qualcuno? Una donna che ha bisogno di aiuto ha una carica magnetica eccezionale sulla maggior parte degli uomini. Si sentono grandi e forti. Ero anche combattuta dalla consapevolezza che un uomo, quel preciso uomo avrebbe potuto pensare: “ecco un’altra di quelle donne che non ce la fanno proprio a stare a casa a fare la maglia”.

Il maschio in questione si presentò invece a me come un salvatore, uno Scilipoti biondo messaggero alato ma in questo caso alto circa due metri, un angelo con una spada fiammeggiante di fuoco, un cavaliere gentiluomo in un’aura fatta di luce accecante, (non voglio minimamente pensare che possa essere stato il sole negli occhi, guardando controluce). Con la sua comparsa fermò il tempo ed il mio cuore. Fuori dalla storia, sentii la sua voce chiedere:

“What’s up? “. Al che, completamente abbagliata dalla sua presenza, seppi solo rispondere:
“Ho perso la chiave della moto”. E l’angelo:
“E dove?” E io:
“Ma è uscita ed è volata via e si trova, penso, sulla carreggiata non so dove”. E il salvatore:
“Non si muova, vado a cercargliela”.

Il cavaliere che raccoglie il fazzoletto ricamato gettato dalla dama. Roba da non credere. Se non fosse stato per la preoccupazione che la moto, cinguettante e sempre allegra, si sarebbe potuta spegnere, l’avrei baciato. Sulla fronte. Nonostante sia difficile con il casco integrale. Dopo un’interminabile attesa, ancora seduta sulla moto, cercando di torcere il collo ogni mezzo secondo per cogliere il preciso istante del ritrovamento, lo vidi tornare e dirigersi verso di noi, me e la moto, come un eroe, un vero Saving Private Me, con un sorriso da schianto e con la chiave in mano. Mi disse esultante:

“Eccola”. Capito? “Eccola” disse il gentiluomo, aggiungendo sempre in maniera smagliante: “La prossima volta non la tenga in tasca, mi raccomando ma nello zaino!”. Le automobili continuavano a sfrecciarci vicine. Lui svanì velocemente come era apparso mentre io stavo ancora balbettando un timido:

‘’Ma, ma, ma, non era in tasca, … volata fuori da sola, da sola, giuro,  ….accensione e …. restarci, invece e…”.

Il vento sulla curva rubò il resto delle mie parole. Ma che importa. Avevo la chiave. La infilai ”in quel posto” e ripartii. Giunta a casa nel garage, guardai la moto e le dissi: “RESPECT!!”, come Fini quando parla della magistratura (solo che io ero sincera), annuendo con considerazione ad una moto che aveva pur sempre continuato a funzionare per tutta l’avventura e, dandole un piccolo e rispettoso pugno sul serbatoio rosso come il fuoco, la baciai. Ma da quel giorno, visto che considerazione per qualcuno non vuol dire farsi sorprendere e fino alla sua vendita, legai la chiave al manubrio con un cordoncino, doppio giro, doppio nodo, sempre e prima di inserirla dove di dovere.

Ma la moto dà anche soddisfazioni molto terra terra… vuoi mettere l’orgoglio che cresce in te quando altri motociclisti te la guardano, parcheggio qui e parcheggio là, autostrada su e autostrada giù, stradina a destra e curva a sinistra? E parliamo pure della globalizzazione o dei problemi dell’ambiente e delle guerre e della criminalità ma pure di cameratismo, di libertà, dell’abnegazione dei motociclisti e della gentilezza di questa specifica motociclista che mi impose di tollerare perfino un gruppetto di turisti cinesi ”fulminati” dalla mia moto. Chiudo gli occhi e mi sembra di vederli vicino a lei: l’attorniano, l’odorano, la respirano, la sfiorano, la toccanoooo!!!! e poi la fotografano da diverse angolature per una foto ricordo da portarsi là, nel paese del Sol Levante, sulla ex-via della ex-seta. All’inverso di Marco Polo che, fosse vissuto oggi, in Cina ci sarebbe andato con una moto come la mia attuale BMW. Bianca e nera. Ying Yang. O forse un’altra marca, fate voi. L’avventura conosce tutti i nomi. Lamps! Mano alzata! Gamba tesa! Victory!

.

.

.. . .

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks