Essere o non essere. Questo è il problema

miro renzaglia

Essere o non essere. E’ Silvio Berlusconi che va a puttane o ci va l’Italia? Questo è il problema. Se sia meglio sopportare gli oltraggi, magari chiudendo un occhio e, preferibilmente tutti e due, sulle discutibili esigenze sessuali del premier, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie, naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte?  Sognare forse: ma qui è l’ostacolo. Quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte avvinto dal debito pubblico, dalla disoccupazione, dalla corruzione dei politici e dalla loro incapacità, dal nostro servile adattarsi ad un “finché la barca va, lasciala andare”? Chi vorrebbe, sennò, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell’uomo borioso, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale? Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l’incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell’azione perdono anche il nome…

Il lettore perdonerà – è vero – se abbiamo ubriacato il celebre monologo shakespeariano dell’Amleto con i riferimenti alla nostra politica italiana. Il fatto è che si ha un bel dire sulla evoluzioni della storia degli uomini: i problemi di fondo – gira che ti rigira –  sono sempre quelli di… sempre: c’era del marcio nella Danimarca di Amleto e molto ce ne è oggi in Italia. L’eterna disputa fra “luce e fango” – per citare Pound –  non ha trovato e non troverà probabilmente mai una soluzione definitiva. Ad epoche di oblio della ragione, faranno ancora seguito ere di una qualche eccellenza.  Basta aspettare che al tramonto succeda l’alba, allora? No: ovviamente, non basta. L’inazione non è mai un bel progetto per l’avvenire.

Silvio Berlusconi sarà processato prossimamente per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile. Io mi auguro che venga assolto. Non tanto per il buon nome dell’Italia da lui, per altro, già abbondantemente infangato. Me lo auguro perché mai e poi mai vorrei vedere la sua fine avvenire per via giudiziaria, o giustizialista. Berlusconi deve chiudere la sua vicenda politica per via… politica: o continueremo a trovarcelo tra i piedi come vittima di quelli che lui stesso ha dichiarato ed eletto essere i suoi nemici giurati: i giudici e la magistratura tutta.

Non ho più fiducia nella magistratura di quanta ne abbia in Berlusconi. Anzi, a dirvela tutta, mi fa più paura un potere che non è eletto dal popolo (la magistratura) di quanta me ne faccia quella di un premier che, pur contando di indubbi vantaggi dal regime telecratico, ha comunque costruito intorno a sé un consenso popolare.

Il problema vero è che Re Silvio, su quel consenso affidatogli per mandato democratico, ha costruito una monarchia completamente disinteressata degli effettivi interessi della comunità nazionale. Meglio: che su quel mandato comunitario e nazionale, lui ha speculato per i suoi esclusivi interessi personali.

Nell’ attuale delle cose, l’azienda Italia si regge esclusivamente sul successo delle vendite dei suoi titoli di stato nelle aste trimestrali. Il nostro debito pubblico continua irrimediabilmente a salire. A decrescere, invece, è il gettito tributario. Si tratta di una miscela esplosiva che, in qualsiasi momento, può far saltare in aria tutto. Facendoci fare la stessa identica fine di Argentina, Grecia e Irlanda.

Potrebbe, addirittura, essere auspicabile che ciò avvenisse, se una forza nazional-popolare fosse pronta ad approfittarne. Ma non è così. In campo ci sono solo correnti concorrenti di un unico partito: il liberismo. A trarre vantaggio dall’implosione sarebbero esclusivamente i capibanda finanziari della fazione che attualmente è minoritaria. A farne veramente le spese sarebbero  i lavoratori, i piccoli risparmiatori, le piccole imprese tartassate dalle banche, e le famiglie italiane. In una parola: la nazione…

Non si tratta più nemmeno di scegliere il male minore: non c’è male peggiore del capitano di vascello che, di fronte alla tempesta, non sa nemmeno comandare di ammainare le vele, preferendo intestardirsi  a combattere la sua personale battaglia contro il consiglio di disciplina nautica. Dandosi, nel mentre, ai suoi passatempi preferiti: dalle bugie planetarie («L’italia ha un debito pubblico elevato, ma gli italiani sono ricchi») al bunga-bunga innocente certificato per editto parlamentare dai suoi tirapiedi.

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