Pier Paolo Pasolini. Dal laboratorio

Mario Bernardi Guardi

Pier Paolo Pasolini, ovvero all’insegna della contraddizione. Quando era in vita e dopo che è morto. Nel novembre del 1975, di sicuro ammazzato, ma con molte ombre a proposito del “chi”, del “come” e del “perché”. In ogni caso, se si litiga sulla morte di PPP, si litiga anche sulla sua identità politica. E’ da un po’ che Destra e Sinistra se lo contendono, anche se da qualche tempo a questa parte si fa strada una certa voglia di “sintesi”. Più o meno: Pasolini era di sinistra e di destra; Pasolini era un eretico di tutte le idee e di tutte le parrocchie; Pasolini guardava nel “lontano” e nel “profondo”, dunque era “oltre” (per un dibattito in materia si veda Una lunga incomprensione. Pasolini fra Destra e Sinistra, di Adalberto Baldoni e Gianni Borgna, prefazione di Giacomo Marramao, Vallecchi).

Bene, la cosa migliore è scavare dentro questa personalità così complessa, illuminare le opere e i giorni, vagliare scritti, documenti, testimonianze. E c’è un’altra cosa ancora che nel cosiddetto “nostro ambiente” ( oggi quanto mai dilatato e, insieme, slabbrato) dovremmo tener di gran conto: metter da parte la volontà/voluttà di essere più papisti del papa, e cioè più pasoliniani di PPP. Nel senso che, appassionatamente dibattendo sui tempi del neofascismo fieramente e prevalentemente antifrocista- pur con le dovute eccezioni: ma gli spiriti liberi e libertari che captavano in PPP una confusa vocazione “trasversale” erano veramente pochi-,  va evitato il rischio di precipitare in una autocritica che è piuttosto una autoflagellezione con tanto di alti lai per non aver inteso la grandezza del Poeta, l’ardimento del Testimone, la purezza del Martire. E la forza provocatoria dell’Omosessuale.

Capi cosparsi di cenere e “pelosi” ammicchi? No, grazie. Tirar fuori intelligenza e coraggio non comporta conversioni né prelude a santificazioni: nostro dovere- ed è su questo piano che vanno battuti i sinistri, sinistrati, sinistresi- è restituire integralmente Pasolini alla sua verità che non è pura come acqua di sorgente ma fangosa. Lui, PPP, nel fango ci si è rotolato e non ha schifato nessun umano “umore”: né il sangue né le lacrime né lo sperma. E’ stato “dentro” la vita e “dentro” la storia, umano, troppo umano e anche inumano: non facciamone un santino, come Isabelle Rimbaud si sforzò di fare col fratellino in cancrena confusionaria. E smettiamola anche col pentitismo da baraccone: l’omofobia maschilista, fascio-teppistica e trinariciuta fa schifo, ma fa schifo- peggio, è patetica- anche la legittimazione del “buon diritto” di un intellettuale (in quanto intellettuale? Ma guarda un po’ il razzismo che strani panni può indossare…) a sodomizzare dei ragazzetti borgatari succubi del genio sregolato e del soldo elargito.

E allora cerca a tutto campo: pane al pane, vino al vino, Pasolini a Pasolini. Con tutti i suoi “inferni”. E la rivoluzione, l’amore, la morte, le ancestralità pagane e la nostalgia di Cristo…

A tutto questo “lavorìo”  possono fornire nuove, potenti “occasioni”- ma bisogna affrettarsi-  quattrocento “pezzi” tra poesie, manoscritti, lettere, disegni, oggetti, pitture, fotografie ecc. in esposizione a Firenze, su iniziativa del Gabinetto G.P. Vieusseux ( Palazzo Corsini Suarez, fino al 21 gennaio).

Due le pubblicazioni da acquistare e da custodire: Pasolini. Dal laboratorio, a cura di Antonella Giordano e Franco Zabagli, premessa di Gloria Vanghetti, Polistampa, pp.136, euro 28, e l’album La Terra vista dalla luna, Polistampa, euro 22, con la sceneggiatura a fumetti che PPP preparò per quel film.

Ma torniamo un attimo al titolo della Mostra per ricordare che esso si richiama a immagini care a Pasolini. Come ha detto, infatti, Gloria Manghetti, direttore del Vieusseux, lo scrittore amava definire “laboratorio” il suo spazio lavorativo , il suo fervoroso cantiere, il luogo- appartato, intimo, ma sempre figlio di una “forte”’esperienza di vita- dove plasmava materiali creativi, spesso incandescenti. E qui ce ne sono tanti, visibili per la prima volta e provenienti da quel  Fondo Pasolini, che fu donato all’Istituto fiorentino nel 1988, per volontà di Graziella Chiarcossi, l’erede della madre del poeta.

Tante, come abbiamo accennato, le “carte”, ma ben sistemate secondo un puntuale criterio cronologico, sezione per sezione.

Si parte dal “Friuli, la zoventud”(1940-1950), dedicata ai manoscritti- prose narrative, testi teatrali e perfino il primo soggetto cinematografico, “Il giovine della primavera”, scritto da un PPP “dannunziano” nel 1940 per i fascistissimi Littoriali della Cultura – e alle edizioni delle poesie giovanili in dialetto friulano e in lingua italiana. Siamo al battesimo di un intellettuale pieno di contraddizioni: il fratello, partigiano monarchico e cattolico della “Osoppo”, è stato ammazzato dai comunisti, ma lui, nel dopoguerra, sceglie la falce, il martello e gli occhialetti di Palmiro. O meglio quel Partito Padre Padrone che gli scaglia immediatamente addosso l’anatema, allorché  il neo- prof. PPP è colto in flagranti “atti impuri” omosessuali.

Ed ecco le altre sezioni: “Roma”, riguardante la fase della poesia civile, con scritti dal ’50 al ’60, tra cui la prima collaborazione cinematografica con Fellini in “La dolce vita”; “All’inizio di una nuova preistoria”, dedicata al periodo cinematografico e alle sceneggiature scritte a mano dal ’60 al ’70, tra cui i documenti di preparazione dei film- scandalo Accattone, Mamma Roma, La ricotta e Il Vangelo secondo Matteo; Il corpo in lotta, che racconta gli anni dal ’70 al ’75, e cioè il Pasolini autore cinematografico nonché giornalista- “corsaro”, “a Dio spiacente e agli inimici sui”, e tuttavia coccolato dal Corriere della Sera in versione “radical” nonché “chic”.

Campeggia in mostra, a oggetto di culto, la celebre macchina da scrivere “Olivetti Lettera 22”, altrettanto gloriosa per PPP che per Indro Montanelli.

Sorprese, scoperte in questa rassegna di “modernariato” intellettuale a icona unica? Indubbiamente ti immergi in una vita che non fu banale e te la gusti sequenza dopo sequenza, tra manoscritti autografi, dattiloscritti, bozze di stampa, ritagli di quotidiani, lettere, cartoline illustrate, fotografie, riviste, introvabili raccolte di poesie giovanili, prime edizioni ecc.

C’è di tutto e di più in questo laboratorio che straripa. Anche un numero de “Il Setaccio”, rivista dei giovani universitari fascisti bolognesi: PPP fece parte della redazione, e vi collaborò con scritti e disegni. Anche una tessera di corrispondente de “Il Friuli sportivo”: cosa amava di più PPP, la poesia o il giuoco del calcio? O il Partito? Ci sono anche due tessere di iscrizione al PCI: 1948 e 1949. L’impegno militante prima della infamante espulsione. Vade retro, PPP. E ancora P: come Pederasta o Pedofilo, che faceva diventare ancor più rossi- ma di vergogna- i “rossi”, in quei lontani anni Cinquanta innamorati di Santa Maria Goretti, per grazia ricevuta da Enrico Berlinguer, dirigente FGCI

MARIO BERNARDI GUARDI

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