Italia oggi. I veleni e l’abisso

Giuseppe Di Gaetano

Mettere in dubbio la magistratura significa smontare completamente l’istituto della democrazia, con i rischi che questo comporta. Certo tenendo presente che la funzione è svolta da esseri umani, fallibili, ma da ciò a sostenere che uno dei tre poteri sui quali si forma e si sostiene ogni stato moderno sia guasto ce ne corre. E se mai devo indirizzare la mia perplessità trovo elementi ad alimentarla più nelle due funzioni “politiche” che in quella giurisdizionale, della quale, ripeto, ho ben presente, per averle vissute, le disfunzioni.

Massimo Cacciari, che stimo, anche se distante dalle mie posizioni, sostiene, ed io con lui, che il protrarsi di questa situazione, molto muscolare, sempre più arroccata, sempre meno dialogata, ha tutte le caratteristiche di una latente guerra civile.

Esiste un gruppo che non intende ragione, ed è riduttivo attribuirne la leadership a Berlusconi. Egli è il prodotto conclusivo di un interminabile processo tutto italico, rappresentato benissimo nella commedia all’italiana, che dalla fine della guerra attraverso una serie di contaminazioni progressive con la cultura d’oltre oceano, ha forgiato l’uomo nuovo nel quale lo scollamento tra i principi e la prassi è apparsa sempre più evidente.

La figura dell’imprenditore, allegramente veleggiante tra sotterfugi, fallimenti, collusioni politiche e mafiose, animatore di vita notturna, non disdegnando la compagnia di giovani e procaci soubrettes, di disponibili escort (così si chiamano oggi), professante sicura fede democristiana o socialista, ha sostituito figure come Enzo Ferrari o Giovanni Borghi, massima espressione del genio nostrano nel campo dell’imprenditoria.

“L’ingegnere” e il “commendatore”  hanno lasciato il passo a personaggi rampanti che hanno fatto della predazione e dello sfruttamento altrui il proprio stile di vita e dei principi scelti come argomento di barzellette l’espressione di un cosmo nel quale l’elaborazione culturale è l’inutile quanto ridicola superfetazione di una comunità di falliti. Il tutto mentre camerati e compagni si massacravano con puntigliosa applicazione per il nulla rendendo felici i padroni del vapore e gli imprenditori d’allora, loro collusi, in compagnia dei quali gestivano con grande disinvoltura il potere.

La lettura dell’attualità non è possibile senza le premesse su riportate. Quelli che ieri cenavano con Fini ed oggi lo coprono d’insulti sono gli equivalenti di coloro che, commensali al desco del cavaliere, sono pronti a pugnalarlo.

E questo Berlusconi, del quale tutto si potrà dire tranne di essere stupido, lo sa benissimo.

Giuseppe Di Gaetano

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