Crisi, lavoro e Terza Via

Marco Petrelli

Durante una riunione dei Gruppi leninisti studenteschi chiedo ad un militante: «Ancora credi che il comunismo trovi applicazione nella realtà? Se e quando accadrà t’offrirò da bere».

Divisa grigia, capello ordinato, occhialino da ‘intellettuale’: il mio interlocutore non sembra manco un comunista, almeno non corrisponde all’iconografia ‘classica’ della ‘zecca’ da centro sociale. Seriosi e compunti i ragazzi di Lotta comunista, foglio di politica e informazione, dal lessico non proprio semplice, (sicuramente poco adatto a chi, la politica, la intende in modo blando, con scarsa formazione e privo di basi di studio e analisi) mi si fanno intorno, attendendo la replica del compagno.

Replica che, dopo un momento di irritazione per quella domanda che odora di provocazione, giunge secca:  «Il capitalismo, per una questione ciclica, prima o poi andrà in crisi. A quel punto e solo a quel punto, entreremo in scena noi».

Su una cosa il giovane studente leninista aveva ragione: il capitalismo, prima o poi, sarebbe andato in crisi.

Qualsiasi fenomeno economico non conosca limiti e non sia sottoposto a regolamentazioni, si sviluppa in toto senza tenere conto delle reali esigenze del territorio, dell’identità e delle culture in cui esso si diffonde e prospera.

In questi mesi si è tanto parlato di crisi. Il libero mercato si è trasformato negli anni in una sorta di monopolio economico:  ogni paese, ricco o povero, in via di sviluppo o già affermato, non può fare a meno di seguire i dettami e le regole fissate dalla finanza internazionale.

Concatenate l’un l’altra dal capitale, le economie mondiali subiscono, a effetto domino, le conseguenze di una guerra, di un blocco della produzione, del crollo di una borsa.

Cosa non nuova peraltro, se pensiamo che negli anni Trenta l’Europa era in ginocchio per il collasso di Wall Street nel 1929. Suicidi, milioni di disoccupati, aziende enormemente indebitate: situazioni che, ciclicamente, si ripetono, con effetti più o meno devastanti, tenendo conto dell’epoca in cui esse si manifestano e della capacità di incasso del colpo da parte delle nazioni.

Tralasciando le ipotesi marxiste di una società post capitalista, la necessità impellente, qualora  si voglia salvaguardare il mercato del lavoro, è la valorizzazione delle realtà locali, elaborando proposte che nascano dallo studio della realtà culturale, storica e sociale.

Certamente non dovremo recuperare i ‘vecchi mestieri’, quanto invece valutare possibilità nuove in settori come il primario progressivamente abbandonati, un po’ per evoluzione sociale, un po’ per crescita di alfabetizzazione e formazione.

Interessante, a tal proposito, l’iniziativa di un economista lombardo, il quale proponeva di investire denaro non in  azioni, ma nell’agricoltura nazionale, permettendo così ad una rete di agricoltori di fare fronte alle proprie spese, dividendo infine i ricavi della vendita di olio, vino e ortaggi, tra gli azionisti. Un’idea buona e sicuramente importante per finanziare un settore ancora di rilievo in Italia; in più una speranza per piccole e medie imprese che avranno, attraverso piccoli capitali privati, la possibilità di estendere il proprio mercato e magari imporsi su di esso.

Ma la cosa credo, fondamentale, che viene ancor prima di possibili soluzioni alla crisi mondiale, è il ritorno ad un sistema che favorisca e rispetti l’individuo.

L’uomo non è stato creato per essere unità produttiva e il proprio lavoro non può essere violato dall’andamento di un indice azionario.

Sulla crisi il compagno aveva ragione. Sul futuro avvento del comunismo no. Esisterà sempre una Terza via  economica, che consenta da una parte l’esistenza del libero scambio ma che dall’altra salvaguardi la dignità dell’uomo e i sacrifici da esso compiuti.

Ora il problema non sta nell’interrogarsi su quanto  fattibile sia, nel III Millennio, una Terza via, quanto nel creare terreno fertile per un passaggio progressivo ed indolore dal libero mercato a nuove forme.

Non ci occorre la rivoluzione bolscevica. Non va distrutta una classe in funzione di un’altra; va invece creata una collaborazione proficua tra gli appartenenti a tutti i ceti, in virtù di due interessi più grandi, la Nazione e la Collettività.

Marco Petrelli

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