Wikileaks. Il mondo sconvolto dal risaputo

Angelo Spaziano

Wikileaks, e non sai quello che perdi. Perché già dal nome – “leak” – che in lingua inglese significa “perdita”, “falla”, si ha l’idea di un’entità non trattenuta, di un soggetto che smarrisce o che si lascia sfuggire qualcosa del contenuto. Nel caso che andiamo a illustrare si tratta di notizie particolarmente delicate. Informazioni d’importanza capitale per una superpotenza globale quali sono gli Stati Uniti. Roba da 007 di Sua Maestà britannica, insomma, tanto per fare il verso al celebre agente segreto magistralmente interpretato da Sean Connery.

Infatti stiamo parlando proprio di un’organizzazione semiclandestina internazionale usa a procurarsi in modo anonimo, grazie a una “drop box” protetta da un potente sistema cifrato, documenti riservatissimi, scottanti dossier e materiale da trattare con le molle per poi mettere tutto in rete, a disposizione di chiunque intenda compulsarlo. I server di riferimento di questa specie di “Spectre” dell’informazione globale sono dislocati in Belgio e in Svezia, i luoghi in cui tali attività di trafugamento coatto dei dati vengono tutelate.

Il burlone che ha ideato questo comitato di sputtanamento on line è tal Julian Assange, giornalista, programmatore e attivista australiano, diventato celebre proprio per le sue banditesche scorrerie informatiche a scapito delle diplomazie internazionali. I più danneggiati dalle performance dell’hacker no-global risultano gli Stati Uniti, usciti con le ossa rotte dall’affare. Infatti, il pirata del web, che ruba le notizie ai ricchi per darle ai poveri, non si sa come, è riuscito a penetrare nel munito data base dello United States Department of Defense.

Il risultato di quest’operazione di spionaggio umanitario a scopo “divulgativo” è stato diffuso il 28 novembre scorso, allorché la Wikileaks ha reso di pubblico dominio quella che si è subito rivelata la più vasta rassegna di documenti top secret stilati sulle cancellerie di mezzo mondo mai resi noti prima: all’incirca ben 250.000 verbali. Il tutto incentrato sull’operato assai poco trasparente dell’esecutivo Usa nei vari scacchieri geopolitici globali. E il gigante ha tremato. Sarà stato forse per tale motivo che sulla testa del mago telematico australiano adesso pende un’infamante accusa di molestie sessuali, un mandato di cattura internazionale e che lo stesso patrio governo gli ha sbattuto la porta in faccia.

Il fatto è che il gianburrasca Assange sta alla diplomazia come Saviano alla camorra, epperciò i poteri forti di mezzo mondo – che coincidono quasi alla perfezione con quelli dei nipotini di Giorgio Washington – adesso gli stanno dando la caccia per fargliela pagare. Nella “Gomorra” di Wikileaks infatti sono stati spifferati urbi et orbi ampi brani di considerazioni “inopportune”, pettegolezzi e giudizi al vetriolo espressi da esponenti di spicco dell’entourage della Casa Bianca su capi di Stato europei, sui rapporti tra Stati Uniti e Medio Oriente, sulle posizioni del Pakistan e dell’Arabia Saudita.

Queste ultime “indiscrezioni” sono di particolare gravità, in quanto Ryad dovrebbe essere un fidato alleato degli Stati Uniti e invece è stato spantegato il suo ambiguo ruolo di munifico finanziatore sotterraneo di Al Qaeda. Le rivelazioni sottratte dal filibustiere australiano sono state poi consegnate ai prestigiosi quotidiani New York Times, The Guardian e Der Spiegel, tutti organi notoriamente “progressisti”. I quali, per non urtare la suscettibilità del “messia nero” Barack Obama, bello buono e bravo a prescindere, hanno selezionato e giudicato idoneo alla divulgazione solo il contenuto di alcuni documenti – si presume i più innocui – omettendone altri.

Forse i saccenti opinionisti dei tre suddetti fogli avevano paura che il mondo venisse a conoscenza del fatto che poi, in fondo in fondo, il vecchio Barack tanto buono non è. Anzi, che non lo è mai stato. Da quello che si è potuto conoscere, infatti, oltre alle notizie secondo le quali funzionari e diplomatici del Palazzo di Vetro sarebbero stati fatti spiare dal Presidente-Nobel, emergono anche aspetti scioccanti del conflitto afghano. Tra le altre cose, si è venuti a sapere di stragi di civili per colpa delle solite armi “intelligenti”, di occultamento alla spicciolata dei cadaveri; dell’esistenza di un’unità segreta stellestrisce dedita a “fermare o uccidere” i talebani senza la celebrazione di uno straccio di processo.«Quant’è buono lei…», farfugliava un imbranato Fantozzi baciando la mano al padrone-tiranno.

Inoltre è stato reso noto il doppio gioco di Islamabad – ufficialmente alleata degli Stati Uniti – i cui servizi segreti invece hanno tessuto fior d’ inciuci con i capi talebani. Il tutto finalizzato a sabotare l’operazione di “peacekeeping” americana nell’area e ad ordire perfino complotti ai danni dei fantocci filoccidentali insediati a Kabul, tanto da provocare pesanti ritorsioni da parte di Washington.

Malgrado il clamore e i timori suscitati alla vigilia dello psicodramma diplomatico internazionale, tuttavia, quello di cui siamo venuti a conoscenza non è nulla di veramente epocale. Sarà pure per il fatto che l’intera verità ancora non hanno osato dircela, e che ci aspettiamo ancora il “botto” finale – presto toccherà alle banche, ha sostenuto l’indomito Assange, tutt’altro che pentito – fatto sta che è dai tempi di Machiavelli che è nota la folta peluria sullo stomaco di cui devono essere muniti gli addetti agli “arcana imperi”.

Anzi, è proprio il caso di dire che la montagna ha partorito il topolino. Ci voleva solo la dabbenaggine americana, infatti, per farsi sottrarre sotto gli occhi “documenti scottanti” rivelatori di banalità da osteria che persino l’uomo della strada avrebbe benissimo potuto profferire. Non si salva nessuno dal felliniano bestiario disegnato da quei farlocchi della Segreteria di Stato d’oltreatlantico. I quali hanno sguinzagliato agenti segreti, dislocato abilissime spie, piazzato cimici, microtrasmittenti e derivazioni, sottoposto telefoni e cellulari a intercettazione, sorvegliato corrispondenza e sms, allestito sofisticatissimi – e costosissimi – sistemi d’ascolto come Echelon per venire a sapere che Sarkozy è un imperatore nudo nemico degli Usa, che la Merkel è una ragioniera fredda e calcolatrice, raramente creativa, eternamente in dubbio per paura di fare figuracce, che Zapatero è una mammoletta progressista tutto pane, amore e pacifismo, che Putin è un maschio dominante che usa metodi di governo poco ortodossi, che Gheddafi è ipocondriaco e si fa di botulino, che David Cameron è un mediocre poco apprezzato, che Berlusconi è un incapace intento solo a dissipare le sue energie in festini (ineffabile America: e quelli che praticava Bill Clinton nella Sala Ovale della Casa Bianca con la Lewinsky inginocchiata sotto la scrivania cos’erano, briefing di Stato?)  che Hamid Karzai è paranoico, che Mahmud Ahmadinejad è il nuovo Hitler. Alla faccia delle verità sconvolgenti.

Di questo passo, prima o poi ci avrebbero persino comunicato novità rivoluzionarie del tipo che d’inverno fa freddo e d’estate fa caldo, che la pioggia bagna e che il sole asciuga, che con la luce ci si vede e col buio no. Dall’elenco di stucchevoli ovvietà ritagliate paro paro dai quotidiani gossippari che tutti i giorni vengono diffusi a profusione nel continente restano inspiegabilmente esclusi i sudditi dell’Impero di Mezzo. Già. Ma perché? «Altrimenti – gli avranno fatto capire i mandarini pechinesi – altrimenti… ci arrabbiamo». Ovvero, rispediamo il vostro debito pubblico a nove zeri nella latrina finanziaria da dove li avete cacciati e chi si è visto si è visto.

Ad ogni modo, ad essere sinceri, qualcosa di potenzialmente destabilizzante, tra le stucchevoli stupidaggini propalateci è riuscito a trapelare. Anche stavolta tuttavia si è scoperta l’acqua calda. Dal sito ex-segreto è emerso infatti che molti governi mediorientali, a cominciare dalla solita Arabia Saudita, da alcuni Emirati del Golfo Persico e dal libanese Hariri hanno esercitato forti pressioni sugli Stati Uniti per arrivare a un proditorio attacco “all’irachena” contro l’Iran di Ahmadinejad, in procinto di accedere nell’esclusivo club dell’atomo. Evidentemente la tanto decantata fratellanza islamica, davanti alla minaccia rappresentata da Teheran per i dirimpettai meridionali, s’è sciolta come neve al sole. Ma del resto s’è sempre saputo che tra sunniti e sciiti non è mai corso buon sangue.

Apparentemente, da tutto questo bailamme a guadagnarci sembra sia stata soltanto Israele, che almeno ha tutte le carte in regola per diffidare degli ayatollah e per invocare l’intervento armato degli yankee contro chi intende cancellarlo dalla cartina geografica. Della serie, dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici ci penso io. Anche l’Egitto esce alquanto maluccio dalla malandrinata di Assange. Pare infatti che Tel Aviv, prima di lanciarsi all’attacco di Gaza avesse preventivamente avvertito diverse cancellerie, tra cui Il Cairo, appunto, che non si è scomposto più di tanto.

Ad ogni modo, ovvietà o scoop sensazionali, l’amministrazione Usa, per bocca della “obamiana di ferro” Hillary Clinton, non intende certo restare passiva davanti a questa sfida, e tanto per cominciare il Dipartimento di Stato ha dato ordine di disconnettere il network militare Siprnet, da dove sono stati trafugati i 250 mila documenti. Poi, dopo le scuse di prammatica e le ammissioni di essere stati alquanto coglioni, si è passati direttamente al tentativo di eliminare, per ora solo tramite i giudici, l’incauto Assange.

Infatti, secondo le leggi dello zio Sam, chiunque «entri in possesso in maniera non autorizzata, d’informazioni riguardanti la difesa nazionale» che si ritiene possano danneggiare gli Usa può essere perseguito se le diffonde o le trattiene deliberatamente allorché il governo ne abbia ordinato la restituzione. Inoltre, il Pentagono ha reso noto che per bloccare sul nascere ogni ulteriore fuga di notizie dagli archivi stellestrisce è stato arruolato nientedimenoché il mitico Peter Zatko, detto “Mudge”. Si tratta di un temibile avversario, l’unico in grado di contrastare quella volpe di Assange. La cui esistenza adesso è appesa a un filo. Assai più sottile del cavo di connessione in rete che lui ha trasformato in una vetrina aperta sulle ipocrisie obamiane.

Angelo Spaziano

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