Unità d’Italia e retorica risorgimentale

Massimo Ilardi

L’articolo che segue è stato pubblicato dal settimanale Gli Altri venerdì, 27 novembre. E’ qui riproposto per gentile disponibilità dell’Autore e della Direzione.

La redazione

NO ALLA RETORICA RISORGIMENTALE
L’ITALIA È SEMPRE STATA DIVISA
Massimo Ilardi

«Cercavo la ragione emozionante del perché si sta insieme. Sono uscito immalinconito». È un buon inizio per un articolo, soprattutto oggi che viviamo ingolfati dalla presenza invadente degli altri.   E così ho seguito l’insegnamento di un mio antico maestro che diceva che la selezione sugli articoli da leggere deve avvenire dentro le prime cinque o sei righe. L’incipit è fondamentale per capire se andare avanti o passare ad altro.  L’intervento di Lanfranco Pace dal titolo “Loro credevano. Noi, forse, non più” pubblicato su Il Foglio di qualche giorno fa meritava, dunque, di essere letto fino in fondo. Tra l’altro, quell’inizio così folgorante faceva presagire che qualcuno finalmente mettesse in ridicolo quel luogo comune mai spiegato che trasuda “buonismo” e che vede l’unità come qualcosa di superiore alla frammentazione e la partecipazione più onorevole della libertà di non partecipare.

Pace scrive dopo aver visto il film di Mario Martone Noi credevamo e riflette sui motivi della mancanza di un’epica risorgimentale, sul perché il cinema, la letteratura, le arti figurative, la musica «sono stati incapaci di fabbricare qualcosa di eterno, poco importa se vero o falso, che facesse vibrare le generazioni future». Elenca una serie di ragioni che trovo tutte condivisibili. Ma la questione, a mio avviso, non sta qui, non sta nel trovare le ragioni più vere di questa mancanza o nel cercare, come fa La Repubblica, le date più significative che hanno fatto l’Italia, salvo poi rendere palese che le proposte dei tre storici interpellati, tranne una volta o forse due, non coincidono mai tra loro. E questo non dipende dalla circostanza che i tre esprimono opinioni diverse, ma dal fatto ben più corposo che hanno in mente valori non condivisi che spingono a narrare tre storie diverse di queste paese. E meno male che erano solo tre!

La questione è allora un’altra e riguarda il punto da cui far partire la riflessione: è come fare accettare senza drammi a intellettuali e politici e senza dover sopportare il loro continuo piagnisteo sulla nostra incapacità di partecipare, di solidarizzare, di essere uniti, che questo è e rimane un paese diviso. Lo è sempre stato durante tutta la sua storia:  fin dai temi dell’antica Roma quando era la guerra civile il filo rosso che legava le tappe della sua potenza e della sua espansione; e diviso fu nel Rinascimento, un periodo segnato da infinite crudeltà di principi e condottieri in lotta perenne tra loro, quando la cultura di questo paese produceva Raffaello, Leonardo e Michelangelo; e diviso fu anche nel Risorgimento tra mazziniani, garibaldini, monarchici, federalisti, legittimisti, papalini, repubblicani quando alla fine l’obiettivo fu raggiunto. Fu unito militarmente mai culturalmente e non solo perché sussistevano arretratezze economiche e squilibri sociali ma perché operavano divisioni culturali, mentali, ideologiche profonde e inconciliabili che ancora oggi vivono e separano. Quale epiche o miti nazionali avrebbero potuto nascere, resistere e unificare un panorama sociale di questo genere? Non a caso, gli unici pallidi miti che ancora oggi permangono sono quelli che risalgono agli antichi regimi che frazionavano l’Italia: Francesco Giuseppe al nord e Franceschiello al sud. E non a caso, è un paese sempre pronto alle ribellioni e alle rivolte mai alle rivoluzioni.

Se è così, allora occorre finalmente prendere atto, anche se alle anime belle non piace, che è nel costituirsi in fazione, in gruppo o in banda, è nell’agire come minoranza, è nella mancanza di senso dello Stato, è nell’assenza di una cultura nazionale che si ritrovano e reagiscono gli “spiriti animali” di questo paese che diventano forza materiale non quando rappresentano bisogni e aspirazioni universali, ma quando si incarnano in minoranze sociali e interessi particolari. Questa è la differenza italiana: far nascere sul terreno del conflitto interno, dello scontro sociale violento tra fazioni il dinamismo creativo della sua cultura.

Douglas Mortimer, uno pseudonimo dietro il quale si riconosceva un gruppo di persone che facevano lavoro di ricerca, qualche anno fa in un pamphlet dal titolo Possibilmente freddi (Derive Approdi) scriveva che gli anni 70 del Novecento furono l’ultimo periodo in cui la nostra cultura occupò un ruolo centrale a livello internazionale, dal cinema alla musica, dall’architettura all’arte, dalla pubblicità ai fumetti, dal design alla moda. «E questo mentre le strade delle città venivano attraversate da conflitti sociali violenti che traducevano immediatamente in agire politico la loro intensità e l’innovazione culturale giocava un ruolo essenziale per legittimare la radicalità delle scelte campo». Quando, negli anni successivi, sia a destra che a sinistra il conflitto ha cominciato ad essere demonizzato e criminalizzato, l’unica cultura che riusciamo ad esportare oggi è quella delle veline e degli intrallazzi sessuali. A questo prezzo si paga qui da noi la pace sociale!

.

.

.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks