Musulmani=terroristi. Non è vero? Fa niente

Alessandro Cavallini

Dopo aver passato più di un anno dietro le sbarre con l’accusa di essere dei fiancheggiatori dei terroristi, e nonostante siano stati assolti sia in primo che in secondo grado in via definitiva, non è stato loro riconosciuto nessun “equo indennizzo”. Così hanno stabilito i giudici veneziani, che hanno respinto la richiesta di quattro algerini rimarcando, nel testo dell’ordinanza, quelle che erano le contestazioni a loro carico, dimenticando però che quest’ultime sono cadute da tempo.

E’ stata così negata giustizia ai fratelli Farid e Nabil Gaad, rispettivamente di 40 e 28 anni, e ai connazionali Khaled As, di 34 anni, e Alì Touati, 37 anni. «Lo sconcerto provato è enorme, ed è legato al fatto che la Corte di Appello ha fatto delle considerazioni di merito che, è stato ampiamente provato, sono insussistenti – ha commentato a caldo l’avv. Paolo Mele senior, che con il collega Nicola Guerra ha assistito i nordafricani -. Non c’è stata nessuna attività illecita da parte dei quattro algerini. La Corte ha fatto delle suggestioni ulteriori che dal nostro punto di vista non trovano riscontro logico».

Lo stesso procuratore generale Cappellari aveva dato l’assenso ad un risarcimento che, al minimo stabilito, equivaleva a circa 80 mila euro a testa per quei 376 giorni di carcere.

Ripercorriamo la vicenda di questi sfortunati. I due fratelli Farid e Nabil, residenti in provincia di Brescia, erano stati catturati il 21 luglio 2006 a Nuvolera, in una casa dove si erano sistemati da poco. Il primo, pur abitando a Serle, di fatto era sempre a Vicenza dove era titolare del call center “Il mondo del telefono”, nel quale lavorava anche il fratello più giovane. Gli altri due erano residenti a Vicenza.

I quattro sono stati accusati di associazione terroristica ed associazione per delinquere finalizzata al reperimento di documenti di identità e di permesso falsi per aiutare connazionali che abbracciavano la fede terroristica. Durante le perquisizioni, è stato sequestrato del materiale che secondo gli inquirenti dimostrava la loro appartenenza al Gruppo salafita per la predicazione e il terrorismo.

Gli accusati si sono sempre difesi dichiarando di essere solamente interessati alle questioni religiose. Si professavano musulmani, ma il contenuto delle telefonate intercettate dai carabinieri dei Ros di Napoli, Roma e Padova fino al maggio 2006 era neutro. Nessun legame con il terrorismo, nessuna azione pratica che potesse far pensare ad un collegamento con gruppi criminali locali e internazionali. Nessuna cellula. Al massimo avevano plaudito ad azioni contro l’Occidente. In ogni caso, mancava il “passaggio all’azione”.

E dopo l’assoluzione sia in primo che in secondo grado, la procura generale non aveva più fatto ricorso in Cassazione e la sentenza è diventata definitiva. Nel frattempo i 4 erano rimasti in Italia a vivere con le loro famiglie e a lavorare.

«Ricorreremo in Cassazione e, se sarà il caso, alla Corte europea per i diritti umani – ha detto Mele -. Dopo un anno di carcere ingiusto, hanno diritto ad essere risarciti». Anche se noi non saremmo così ottimisti come il legale. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle l’equazione tra musulmani e terroristi è diventata così comune da obnubilare anche le menti dei magistrati, come durante gli anni di piombo chiunque si definisse fascista era per forza di cose un bombarolo.

Alessandro Cavallini

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