Italia archeologica. Tra crolli e tracolli

Angelo Spaziano

L’Italia, si sa, è patria di santi, eroi, navigatori e… musei. Sì, musei. Vale a dire i luoghi deputati alla custodia della nostra memoria storica. Sono numerosissimi nello Stivale. Sarà che non abbiamo – salvo le pur lodevoli eccezioni – così tante ragioni per essere fieri del nostro presente, fatto sta che noi italiani preferiamo di gran lunga dilettarci a magnificare il passato. Vale a dire il “campo da gioco” dove siamo davvero insuperabili. E a testimoniare la nostra indiscussa supremazia nell’Olimpo dell’arte ci sono, oltre ai musei e ai libri di storia, anche le nostre stupende città, alcune delle quali costituiscono vere e proprie accademie all’aperto. Tra tutte, quattro big si contendono la palma d’oro: Roma, Firenze, Venezia, Napoli.

Si tratta di scrigni preziosi rigurgitanti di testimonianze, che non temono rivali nel mondo. E’ noto infatti che l’Italia accoglie all’incirca il 70 per cento del patrimonio artistico mondiale. E di questo 70 per cento, oltre la metà è concentrata nell’Urbe. Ma, pur escludendo queste impareggiabili “fuoriclasse”, vantiamo centinaia di medi e piccoli centri urbani letteralmente ricoperti dei tesori più belli e inaspettati del pianeta. Tra gli altri, ospitiamo anche le vestigia di un’antica città romana ricoperta per sua sfortuna dalla cenere lavica fuoriuscita di un vulcano. La remota catastrofe naturale, che ha bruscamente stroncato la vita dei pompeiani, tuttavia, ha consentito all’antico centro di villeggiatura dell’età imperiale di arrivare pressoché imbalsamato fino ai giorni nostri. Il Vesuvio, insomma, pur distruggendo ogni forma di vita, ha paradossalmente consentito di preservare Pompei dall’usura del tempo. Restituendocela come se fosse stata incartata per bene in un involucro di alluminio e infilata nel freezer della storia onde consegnarla ancora “fresca” sulla tavola degli sbigottiti posteri. Risultato: Pompei appare ancora oggi in condizioni tali da offrire l’impressione che alcune stanze delle domus siano state appena abbandonate dai suoi inquilini.

Siamo insomma il paese della cultura, il paese dei monumenti, il paese delle torri, delle statue, dei giardini e delle fontane. Un immenso tesoro, che ci dovrebbe appunto rendere capaci, se non di imitarla, almeno di sentirci degni eredi di quella inarrivabile grandezza. Il 6 novembre 2010, però, scoprendo l’acqua calda, alcuni hanno preso atto per la prima volta che non siamo capaci di trarre vanto da questo privilegio. Quel giorno, infatti, è venuto giù un muro della “Scuola gladiatoria” di Pompei, ma il Vesuvio era innocente. Il “colpevole” immediato in questa occasione andava individuato nelle infiltrazioni di acqua piovana successive alle recenti piogge autunnali e a un restauro-patacca effettuato nei lontani anni 50.

Il colpevole di “lungo corso” invece restava l’atavico abbandono in cui è sempre (soprav)vissuto il bacino archeologico campano e quelli di tutt’Italia in generale. Un patrimonio che da sempre viene gestito non come risorsa e opportunità di rilancio, ma come mero ammortizzatore sociale. Ossia, per dare un lavoro a chi altrimenti non avrebbe di che sbarcare il lunario. L’esempio di Pompei è eclatante. Incaricato della tutela del sito vi è un organico costituito da un esercito di ben 350 addetti alla manutenzione e ai controlli e un plotone di 160 custodi. Più tutto un pullulare di “guide” improvvisate e impreparate, che spillano fior di quattrini al turista per piantarlo in asso dopo appena un’ora di passeggiata. A tutto questo va aggiunta una mortificante corte dei miracoli di banchetti e bancarelle varie colme di paccottiglia simil-antica, monete taroccate, souvenir da quattro soldi e oscenità di ogni tipo ispirate all’adiacente “Casa dei Vettii” e al “Postribolo”. E questo andazzo dura da tempo immemorabile.

In seguito al recente crollo, che denuncia una sessantennale mancanza di prospettiva politica ad ampio respiro per i nostri siti, sono state aperte tre inchieste dalla procura di Torre Annunziata. Intanto però, com’è di prammatica da noi, s’è subito scatenata la caccia all’untore. Il responsabile di tanto disastro è risultato il ministro dei Beni archeologici Sandro Bondi. Il quale è stato immediatamente fatto oggetto di feroci attacchi e perentorie richieste di dimissioni. E ci starebbero pure bene.

Tuttavia, vi è da considerare che in Campania, a passarsela male non sono soltanto le città “morte” come Pompei. Anche quelle dei vivi, infatti, non stanno messe meglio dell’antico borgo sepolto dalla lava. Napoli, tanto per fare l’esempio più eclatante, una metropoli nota in tutto il mondo per la bellezza sfolgorante dei suoi paesaggi e per la ricchezza e l’abbondanza di monumenti, non è certo seconda a Pompei. Eppure sta ridotta peggio di Kinshasa nel Congo. Le foto di via Caracciolo e Mergellina ricoperte da cumuli d’immondizia che arrivano a lambire i primi piani delle case hanno fatto il giro del mondo e i danni provocati alla nostra immagine di patria del turismo sono stati almeno equivalenti a quelli causati dal crollo della “Casa gladiatoria”.

Bene. Anzi, male. C’è stato forse qualcuno che abbia chiesto le dimissioni di Rosa Russo Jervolino? Manco per sogno. La sindachessa, che dal 2001 ci sta facendo fare la figura dei peracottari globali, è ancora lì, inamovibile e imperturbabile a fare il convitato di pietra. Napoli muore. Nella classifica della vivibilità la città occupa il fondo della classifica in Italia e in Europa, ma a lei chi l’ha vista? Sul primo cittadino partenopeo ora s’è abbattuta pure una condanna a rifondere 600 euro di danni più altri 600 di spese legali a 25 cittadini che hanno intentato una class action per protestare contro il drammatico fallimento dello smaltimento rifiuti. Ma nessuno osa fiatare.

Stesso discorso per Antonio Bassolino, l’altro dioscuro del “duo monnezza”. Sindaco per due mandati, passato dal 2000 al supremo scranno della Regione, dal 2000 al 2004 investito del ruolo di commissario straordinario per l’emergenza ambientale in Campania, l’ineffabile Antonio è risultato del tutto inetto a fronteggiare il degrado del territorio regionale, che con lui nella stanza dei bottoni anziché arrestarsi s’è acuito. Risultato della sua pluriennale negligenza: migliaia di tonnellate di rifiuti abbandonati per le strade della regione ad ammorbare l’aria. Interi quartieri assediati dai fumi sprigionati dai roghi appiccati ai cumuli d’immondizia. Assalti generalizzati ai camion addetti alla raccolta e al trasporto del pattume alle discariche.

Il 31 luglio 2007 per “O’ sindaco” è stato richiesto il rinvio a giudizio dalla Procura della Repubblica di Napoli per i reati che avrebbe commesso tra il 2000 e il 2004, ossia proprio nel corso del suo fallimentare mandato di commissario. Nel febbraio 2008 venne rinviato a giudizio, sempre su richiesta della Procura di Napoli, con ipotesi di reato che andavano dalla frode in pubbliche forniture alla truffa ai danni dello Stato, dall’abuso di ufficio al falso e ai reati ambientali. Il processo ha avuto inizio presso il Tribunale di Napoli il 14 maggio 2008. E anche stavolta nessuna delle anime belle della sinistra ha battuto ciglio. Solo nel marzo 2010, a mandato regolarmente scaduto, Bassolino ha finalmente tolto il disturbo dal supremo scranno regionale, lasciando il posto a Caldoro.

Ora, il principio del chi sbaglia paga è giusto e sacrosanto. Ma deve valere per tutti. A cominciare, tanto per portare un altro esempio, da quella vigilia giubilare dell’anno 2000 allorché Francesco Rutelli, all’epoca primo cittadino della capitale, passò con le ruspe sopra la villa di Agrippina per farci un parcheggio di bus. Frammenti di mosaici dell’antica domus dell’epoca imperiale vennero rinvenuti per caso in una discarica. Un pezzo della nostra storia era stato distrutto e gettato di proposito al macero per fare largo ai torpedoni targati Città del Vaticano, ma anche allora si prese l’affronto con filosofia tutta politicamente corretta.

Si sa come vanno le cose da noi in Italia. Incombeva l’anno santo e bisognava pur dare un contentino ai preti, no? E vogliamo parlare del crollo di un lungo tratto della cinta muraria della capitale? Nove anni orsono, nell’aprile del 2001, un segmento di circa 24 metri delle mura Aureliane compreso tra Porta Ardeatina e Porta san Sebastiano venne giù come un castello di sabbia. La causa, anche allora, furono le infiltrazioni d’acqua. A quei tempi, ministro per i Beni Artistici e le Attività Culturali dell’esecutivi guidato da D’Alema era Giovanna Melandri. Naturalmente anche in quell’occasione nessuno si sognò di incolpare dell’accaduto la spumeggiante ministressa progressista o il sindaco, anch’esso dello stesso schieramento.

L’anno scorso a collassare su se stessa fu una grossa fetta della Domus Aurea, sotto il parco del Colle Oppio, da decenni sottoposta a interminabili restauri costati tempo e milioni. Insomma, è da quel lontano giorno del 1972, quando un folle all’interno della Basilica di San Pietro prese a martellate la Pietà di Michelangelo, che abbiamo cominciato a fare i conti con la nostra inadeguatezza a difendere un patrimonio d’arte pressoché sterminato.

A dire la verità il primo clamoroso trauma risale al 14 luglio 1902, allorché a Venezia, con un boato terrificante, venne giù il campanile della basilica di San Marco. Ma da allora, se si esclude la parentesi del Ventennio, ancora non abbiamo imparato a tutelare, gestire e valorizzare adeguatamente tanta abbondanza. Meno di un secolo dopo, infatti, e precisamente nel 1989, i decibel sparati a un concerto dei Pink Floyd tenuto a Piazza San Marco fecero venire giù parte delle decorazioni marmoree della basilica. Sempre restando nella Serenissima, poi, ogni inverno la città lagunare resta sempre più a lungo sommersa dall’acqua alta, e malgrado gli allarmi e le reprimende piovuteci addosso dall’Unesco e dagli altri organismi di tutela dei beni culturali, siamo sempre lì a subire i diktat dei No-Mose.

E ancora. Nel marzo del 1989 avvenne il crollo della Torre Civica e di una parte del Duomo di Pavia, ma chi se ne ricorda? Nel giugno 1992 si sono avuti cedimenti di varia entità nella cinta muraria di Urbino. Idem come sopra. Nel dicembre 2004 s’è avuto il crollo di una porzione del muro di contrafforte sottostante l’edificio e il Duomo di San Ciriaco ad Ancona. Ancora oblio totale. Risale al giugno 2007 il distacco di un capitello da un muraglione delle Mura Aureliane sotto il Gianicolo. E al novembre 2007, sempre nella capitale, il collasso di una parte delle Mura Aureliane a San Lorenzo.

Insomma, se c’è qualcuno – o qualcosa – che più di tutti ha sempre pagato il prezzo più alto da questa situazione di abbandono è proprio la capitale. I giardini di Villa Borghese sono popolati di erme decapitate, ma mai nessuno è riuscito a porre argine al fenomeno. Non si fa in tempo a risistemarle che il giorno appresso ci si ritrova punto e a capo. Alla fine le autorità si sono arrese. Una volta, a un passo da Piazza di Siena, si sono portati via di peso un’intera fontana artistica, schiodandola da un muraglione, senza che nessuno abbia né visto né sentito nulla. La cosa suscitò scalpore e i giornali buttarono tutto in barzelletta.

Ogni tanto a qualche turista sbronzo passa per la testa di fare il bagno in qualche fontana della capitale e più di una volta ci siamo ritrovati con il monumento danneggiato. E’ accaduto all’elefantino di Santa Maria sopra Minerva e alla Fontana dei Quattro Fiumi. E ancora: la notte di San Silvestro del 2000, dopo un veglione all’aperto tenutosi a Piazza del Popolo le statue sbreccate sono risultate moltissime ma i laudatores un tanto al chilo si sono sperticati in elogi all’ineffabile Piacione. Come si può vedere, non è con Bondi che ci siamo giocati la nostra memoria storica. E’ da lungo tempo che abbiamo abdicato a tutelarla. Se non arrivava Della Valle pure il Colosseo era a rischio. Governi di destra o di sinistra si sono dimostrati autenticamente bipartisan nel bistrattare la nostra tradizione. E bipartisan deve essere anche la riprovazione. Il resto è propagandistica fuffa.

Angelo Spaziano

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