Fiducia-non-fiducia. Vista da sinistra

Angela Azzaro

A poche ore dal voto alla Camera, molto fa pensare che Silvio Berlusconi, anche se per pochi voti, riuscirà a cavarsela anche questa volta. Vediamo. In attesa si possono però fare alcune considerazioni. Da sinistra. Sembrerà strano, ma molto probabilmente per una sinistra davvero sinistra sarebbe meglio che domani venisse votata la fiducia. Potrebbe sembrare una provocazione, ma non lo è per nulla.

Se Berlusconi cade per pochi voti, c’è il rischio – perché di rischio si tratta – di un governo cosiddetto tecnico. In realtà si tratterebbe di una sorta di calderone inciucioso da cui non solo una parte della sinistra verrebbe esclusa, ma in cui forse verrebbero poste le basi perché quella stessa sinistra venga fatta fuori definitivamente anche alle elezioni. C’è infatti la possibilità che quel governo, oltre a prendere decisioni per nulla tecniche su riforme ed economia, vari una nuova legge elettorale fatta su misura per tagliare fuori le forze o più radicali o più innovative. Il rischio sempre per questa sinistra esisterebbe comunque, ma nel caso Berlusconi cadesse, sarebbe minore. Provo a spiegare questa seconda ipotesi. Anche se il governo attuale reggesse, sarebbe infatti fortemente indebolito e avrebbe vita corta, ma sarebbe meno probabile il passaggio del governo tecnico e sarebbero invece più sicure le elezioni a marzo. Elezioni fatte, sì, con una brutta legge, ma evitando sia che diventi ancora più brutta, sia che un governo tecnico prenda decisione altamente politiche.

È infatti chiaro, comunque vada, che il voto di martedì è una scorciatoia. Sì, esattamente questo: un tentativo di battere Berlusconi via politicista. Berlusconi invece va battuto non con prove di forza muscolari o numerali, ma con i contenuti, con la costruzione di una vera alternativa. E’ qui che entra in scena la sinistra. Anzi, una nuova sinistra, che ancora non esiste. Ma che va costruita rapidamente. In questi giorni il dibattito si sta concentrando soprattutto su questo punto. Il sasso nello stagno lo ha lanciato il senatore del pd, Nicola Latorre. Politico vicinissimo a D’Alema, Latorre ha aperto finalmente le porte a Nichi Vendola con l’invito ad entrare nel Pd per riformarlo.

La risposta di Vendola non è stata un no. Ha solo corretto il tiro. In un’intervista alla Stampa di domenica il leader di Sinistra ecologia e libertà ha spiegato come il vero obiettivo debba essere quello di costruire un nuovo centrosinistra. Chiamatelo come volete, lo sforzo però deve essere proprio quello di pensare una nuova sinistra, che veda sparire le vecchie sigle e rimetta in gioco tutto, dal suo popolo al programma, al nome. Un movimento così complesso non può che avere come protagonisti i cittadini e le cittadine, ma certo ha bisogno anche di politici capaci, in grado di interpretare la nuova fase. Da questo punto di vista, Vendola non ha pari. E’ l’uomo giusto al momento giusto. Ha carisma e capacità di parlare ai più, e a differenza di altri leader del passato è capace di rompere con certe chiusure identitarie.

La preoccupazione è che in questa fase di passaggio, che si spera chiuda questa brutta stagione della politica, Vendola non venga fatto fuori dai suoi nemici, collocati forse più nel centrosinistra che nel centrodestra. La strada più sicura per evitarlo è quella delle primarie. Sia che Berlusconi martedì vinca, sia che perda, la sinistra ha una sola vera chance da giocare: quella delle primarie per scegliere il programma e il leader che lo possa incarnare. Sarebbe il modo migliore per iniziare a pensare e a costruire il cambiamento della sinistra e anche del Paese.

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