Crisi della musica. Appello di Franco Mussida

Federico Zamboni

.L’articolo è firmato da Franco Mussida, chitarrista della PFM fin dai tempi dell’esordio nel 1972 con Storia di un minuto – e, quindi, con la celeberrima Impressioni di settembre, nonché con la travolgente È festa e la raffinatissima La carrozza di Hans. Il titolo è “La crisi della Musica popolare e le grandi colpe di (noi) tutti”. Il Corriere della Sera, che lo ha pubblicato lunedì scorso, lo ha definito “appello”, e basterebbe già questa parola a fare un test preliminare.

Se il termine vi sembra eccessivo, in rapporto all’argomento, è probabile che siate stati contaminati anche voi dal degrado che Mussida vorrebbe fermare: quello che ha portato a disperdere la straordinaria carica di intensità, sia artistica che esistenziale, che si era accesa negli anni Cinquanta col Rock and Roll e che, per circa due decenni, ha generato una fantasmagorica esplosione creativa, in cui nulla era escluso a priori e tutto, pertanto, diventava possibile. La mescolanza del folk bianco e di quello nero, che per dirla in chiave statunitense, e in estrema sintesi, significa innanzitutto l’incontro tra il country e il blues. La rilettura, o per meglio dire la riappropriazione, della musica classica, sottratta alla dittatura degli spartiti da eseguire fedelmente e alla seriosità accademica, o anche solo impettita, dei cultori in abito da sera. La scoperta dell’elettricità, prima, e dell’elettronica dopo, che equivale a forzare i limiti delle sette note e ad addentrarsi in territori totalmente inesplorati.

.E poi, naturalmente, l’importanza decisiva dei concerti, vissuti come esperienza collettiva e proprio per questo destinati a generare i festival di due o più giorni: la musica dal vivo che smette di essere uno spettacolo circoscritto alla sola durata dello show, come ad esempio un musical di Broadway, e diventa l’impulso per creare dei momenti di vera e propria comunità, prima, durante e dopo l’esibizione degli artisti. Non è solo uno svago, in attesa di tornare al solito tran-tran. È un’affermazione potente di quello che si è davvero, o che si aspira a essere. Non è una distrazione, ma una concentrazione. Nessuno sente il bisogno di parlare del film che sta andando a vedere con le persone che fanno la fila alla biglietteria. Molti, se non proprio tutti, hanno voglia di chiacchierare con chi è venuto fin qui, proprio come loro, ad ascoltare Bob Dylan, o i Doors, o Bruce Springsteen. E se non si chiacchiera basta un’occhiata: uno sguardo d’intesa, un ammiccamento, o anche solo la consapevolezza che non c’è nulla di casuale, nel fatto che ci si trovi nello stesso posto e nello stesso momento. Non è questione di moda. Non è un inchino al successo. Non è una vittoria del marketing, per quanto vi sia senz’altro chi ci sta già speculando. O si accinge a farlo.

«Oggi – sottolinea Mussida – intorno alla Musica popolare contemporanea si avverte un senso di stanchezza, una specie di depressione. Dove sono finiti i valori, le immagini, che hanno fatto da colonna sonora e da sfondo a più di una generazione? Sembra tutto perduto, forse anche per colpa nostra: abbiamo consumato “quella” Musica senza lasciarne neanche un briciolo a chi è arrivato dopo. (…) Si è lasciato fare al Mercato e all’Industria. Ma la Musica è, anche nelle forme più popolari, essenzialmente un fatto culturale e artistico. La logica conseguenza è stata che l’industria ha fatto l’industria. Ha cominciato a mettere a profitto il “catalogo”, a campare sul “catalogo” e continua a farlo anche oggi, utilizzando le opportunità arrivate dalla televisione — dai «Talent» — facendo cantare tutti, anche i bambini… La pianta originaria del Rock, del Soul, è stata spolpata: non sono bastati i pochi positivi innesti alla Peter Gabriel (gli anni delle contaminazioni) a rivitalizzarla. E il Rock magari non è proprio morto — come dice Sting — ma è già diventato Storia: come tale andrebbe trattato e rispettato, anche per tutto ciò che ha voluto dire».

Probabilmente l’avrete notato: Mussida usa la maiuscola, ogni volta che scrive “musica”. Altrove sarebbe un vezzo. Nel suo caso c’è da scommettere che sia un fatto istintivo. O forse la conseguenza della necessità, al tempo stesso spontanea e deliberata, di rendere visibile anche agli altri la percezione che ne ha lui. La Musica: un mondo prezioso e vitale, come la Natura stessa. Un patrimonio inesauribile di energia e di godimento, in tutte le sfumature possibili e immaginabili. Il ritmo che ti spinge a muoverti. L’armonia che promette un ordine all’interno del caos. La melodia che risveglia sentimenti perduti, permettendo al presente e al passato di tornare a parlarsi e, se serve, a riconciliarsi. Il movimento esterno. Il movimento interno. Il piacere dell’essere e del sentirsi vivi. Centrati su se stessi, e capaci di camminare da soli per giorni interi (magari canticchiando di tanto in tanto). Pronti a entrare in comunicazione con ogni altro essere vivente, e in qualche modo convinti che ci sia vita, e forza, e bellezza, anche nelle cose. Quelle naturali, si intende.

Eccolo, il vero motivo per cui con l’andare del tempo la musica si è inaridita. Ci siamo inariditi anche noi, in conseguenza di un modello sociale, sia individuale che collettivo, che ha puntato tutto sulla superficialità e sull’immediatezza. Gratificazioni minuscole, ma garantite. Un catalogo di certezze su misura. Un labirinto che alla lunga ci è diventato familiare, e che ci illude di essere abilissimi perché abbiamo imparato – o ci è stato insegnato – a girarlo in lungo e in largo. Grandi esploratori, ma di un universo piccolo così.

.Non è cambiato solo il modo di produrre e di commercializzare la musica. È cambiata la funzione che essa svolge nella vita della stragrande maggioranza delle persone. L’arte non deve essere più una scoperta. Deve essere una conferma. Una rassicurazione. Un anestetico. Come cantava Francesco De Gregori già vent’anni fa, in Bambini venite parvulos, «Legalizzare la mafia sarà la regola del Duemila / sarà il carisma di Mastro Lindo a organizzare la fila /e non dovremo vedere niente / che non abbiamo veduto già». Per uscire dalla prigione non serve una chiave, che chissà dov’è finita. Bastano le nostre mani. Proprio come per iniziare a suonare uno strumento. O per spegnere la stramaledetta tivù.

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