Sud/2. Ora e sempre: boia chi molla

miro renzaglia

L’articolo che segue è stato pubblicato oggi, giovedì 11 novembre, sul quotidiano Calabria Ora e si colloca nel dibattito in corso sul 40° anniversario della rivolta di Reggio, avviato dal direttore Piero Sansonetti con l’articolo, “Boia chi molla. Il nostro peggior nemico è il Nord“, riproposto sul Fondo.  La serie di interventi sulle pagine del quotidiano, che hanno visto partecipare, tra gli altri: Pietrangelo Buttafuoco, Andrea Colombo, Flavia Perina, Luigi Lombardi Sartriani, Marcello Veneziani, fanno da premessa al convegno “C’era il vento del Nord, ci sarà il vento del Sud. Il riscatto della Calabria” che avrà luogo sabato prossimo, 13 novembre, a Lamezia Terme.  L’inizativa è stata già oggetto di furiosi attacchi bipartisan da parte del Manifesto e de Il Fatto: ne daremo resoconto nei commenti.

La redazione

IL SUD SARÀ LA TOMBA DEL SISTEMA?
miro renzaglia

Nell’articolo che ha aperto questa serie di interventi, Piero Sansonetti ha scritto: «Rosselli aveva fondato un giornale clandestino intitolato “Boia chi molla”». Sbagliato, caro Direttore: il quotidiano antifascista che uscì clandestinamente fra gennaio e ottobre del 1925, non portava il titolo “Boia chi molla” ma “Non mollare”. La differenza non è lieve, perché nella versione autentica non compare la figura centrale del motto: il boia, appunto. E non è una differenza da poter essere elusa. Il boia, infatti, non è l’assassino o l’infame: è colui che uccide in nome e per conto della giustizia dello stato che emette verdetto di morte. E’ uno, insomma, che è legittimato a tagliare le teste altrui. Come quello (di boia) – e lo ricordi giustamente tu – che impiccò, in nome e per conto dei regnanti borbonici, l’eroina  della rivoluzione repubblicana napoletana del 1799: Eleonora Pimentel Fonseca, a cui probabilmente si deve il conio del logo. A riprenderlo, oltre un secolo dopo, saranno gli Arditi della Prima guerra mondiale che lo trasportarono di peso, poi, dalle trincee alle piazze, quindi a Fiume nell’impresa dannunziana e, poi, in quella vicenda, 1919-1922, che si concluse provvisoriamente con la “Marcia su Roma”. Per essere rilanciato dai combattenti della Repubblica sociale italiana nell’epilogo della Seconda guerra mondiale. A questo punto, non sembrerà del tutto casuale che tornasse in auge durante le giornate di Reggio e da lì, fino ad oggi, sia patrimonio distintivo di tutti gli schieramenti neofascisti antagonisti al sistema. Lo ricorderai, caro Sansonetti, quel refrain degli anni Settanta continuamente scandito nei cortei a te opposti: “Contro il sistema / la gioventù si scaglia / boia chi molla / è il grido di battaglia”.

Se tutto questo è vero – e a me risulta che lo sia – possiamo trarre due considerazioni. La prima: il motto è stato sempre usato in funzione antilegalitaria o, comunque, non da una condizione di maggior forza. La seconda: dalle lontane ascendenze risorgimentali, il filo ininterrotto di chi lo ha fatto suo non ha propriamente una identità neutra o trasversale. Luigi Ambrosi – come ha ricordato Nicola Mirenzi, sulle pagine di questo giornale – ha tutte le ragioni di sostenere che «nemmeno in un ciclostilato» ha trovato «la parola d’ordine Boia chi molla slegata dalla rivendicazione fondamentale e imprescindibile dell’insorgenza: Reggio capoluogo». Ma ha torto marcio quando dice che: «Boia chi molla non è uno slogan fascista». E se questo serve per sostenere la tesi che «la lettura fascista della sollevazione è una completa mistificazione», dovrebbe(ro) dimostrare anche che è una mistificazione quel 21% di voti, in straordinaria controtendenza nazionale, andato al Msi nel 1971, a barricate ancora in piedi, nelle elezioni amministrative della città.

E non è nemmeno una mistificazione il ricordo – e me lo ricordo bene perché in piazza c’ero anch’io – delle decine, forse centinaia di cortei neofascisti che andarono in scena in tutta Italia a sostegno della rivolta reggina, al grido: “Il Sud / sarà / la tomba del sistema”. Mentre la sinistra… La sinistra? Beh! Caro Direttore, ho apprezzato molto la tua autocritica sull’intervento normalizzatore che Pci e sindacati affini compirono durante l’insorgenza reggina. Del resto – diciamocelo – il vizietto del questurino una certa sinistra ce lo ha sempre avuto e continua ad averlo nel proprio Dna. Basta far mente locale a qualche episodio: dalle giornate genovesi del 1962, quando fu impedito il congresso del Msi nel Capoluogo ligure,  al tentativo (a vuoto) di Luciano Lama di domare la “Pantera” studentesca, nel 1977, per “il ripristino della vita democratica all’interno dell’ateneo” di Roma, fino all’aggressione antifascista dei giovani di Blocco Studentesco a Piazza Navona che protestavano contro la riforma Gelmini e che forse, proprio in conseguenza di quella rottura da sinistra dell’ “Onda” unitaria,  è ormai passata.

Ma ritorniamo a Reggio. E siccome non voglio essere da meno di te, caro Direttore, un’autocritica la voglio fare anch’io. Se è vero che l’Msi reggino e la Cisnal di Ciccio Franco scesero immediatamente  a fianco della popolazione civile che stava per vedersi espropriare quello che riteneva un suo diritto, fino ad assumerne la leadership, è altrettanto vero che a Roma, il segretario nazionale Giorgio Almirante non faceva esattamente i salti di gioia per la cosa. Già dopo i fatti della Sapienza del 1968,  che lo videro assumere lo stesso identico ruolo repressivo che successivamente fu di Lama, si era offerto come “uomo d’ordine” a quel sistema di cui a chiacchiere pretendeva essere l’alternativa. Ricordo bene la sua faccia imbarazzatissima accanto a un incandescente Ciccio Franco. Appariva lampante che se avesse potuto si sarebbe messo personalmente alla guida di uno dei carri armati che furono spediti dal Governo per sedare la rivolta. Se non lo fece, fu per puro calcolo propagandistico elettorale (che come abbiamo visto lo premiò) e per non rimanere scollato dalle organizzazioni giovanili del suo partito che spontaneamente sposarono, scavalcando i vertici e imponendogli la linea, la causa reggina. Non a caso, l’avvio della “strategia del doppiopetto” nacque proprio all’indomani di quei fatti. E, sempre non a caso, alle successive elezioni politiche del 1972, le liste furono imbottite di altissime sfere dei servizi segreti, più o meno deviati, e da appartenenti alla Forze dell’Ordine come Vito Miceli e Giuseppe Santovito. Come a voler dire: “Guardate che a Reggio abbiamo scherzato: noi siamo davvero il partito dell’ordine e della disciplina”. Tant’è vero che di lì a poco evocherà il ripristino della pena di morte, ovvero: del boia. Addio, sogni di gloria e di rivolta…

L’anno prossimo ricorrerà il 150° anniversario dell’Unità nazionale. Dubito molto che il nostro Risorgimento sarebbe mai stato realizzato se ai mille garibaldini sbarcati a Marsala, in alta maggioranza di anagrafe padana, non si fossero unite, strada facendo, decine di migliaia di ragazzi siciliani, calabresi, pugliesi, campani. Destra e Sinistra (o almeno quello che ancora può essere definito da queste categorie che sanno un po’ di muffa) sembrano concordi nelle intenzioni celebrative. Eccetto la Lega che, molto probabilmente, vedrà premiato il suo impegno politico con il varo della cosiddetta riforma federale proprio in coincidenza, ironia della storia, con le celebrazioni unitarie. Dico “cosiddetta federale” perché, a rigor di logica, si dovrebbe parlare di federalismo quando si uniscono realtà geo-economico-politiche diverse. Come potrebbe essere, ad esempio, la costituzione finora sempre abortita degli Stati Uniti d’Europa. Quando, invece, si divide ciò che è unito, il nome appropriato è “scissione”. O “secessione”, se preferite. Forse c’è bisogno che il Sud si levi ancora. E qualche segnale di novità importante viene proprio da qui, con l’esperimento politico del governo regionale siciliano e le fabbriche di Nichi in Puglia. Forza: rimbocchiamoci le maniche un’altra volta…

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