Roberto Saviano. Il nuovo nemico pubblico n.1 secondo Il Giornale

miro renzaglia

L’articolo che segue è stato pubblicato oggi, 19 novembre, sul Secolo d’Italia.

La redazione

IL GIORNALE DI FELTRI CONTRO SAVIANO
NON SANNO PIÙ CHE NEMICO INVENTARSI
miro renzaglia

Un nemico. Datemi un nemico. Lo voglio, lo pretendo. Ne ho bisogno. Non posso vivere senza un nemico. Mi serve per vivere. Mi serve per campare. Senza un nemico, sono morto, sono inutile, sono un fallito. Chiudo bottega. Con un nemico, invece, campo, sono vivo e, soprattutto, vendiamo di più e meglio. Deve essere questo il mantra propiziatorio che precede le riunioni di redazioni  de Il Giornale. E il nemico, invocato con tanta ispirazione devota, puntualmente si trova. Una volta è Boffo, un’altra è Fini, poi si prova con Emma Marcegaglia, con Mara Carfagna. Ora è il turno di Roberto Saviano. Lo scrittore di Gomorra, coautore e partecipe al programma condotto da Fabio Fazio “Vieni via con me”. Uno, cioè, che vive da anni sotto scorta della polizia, con tutto quello che il vivere sotto scorta significa e comporta, per essere entrato nel mirino precisissimo della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta.

Le rivelazioni prodotte nel suo monologo sullo sfondamento delle mafie al Nord, sono fatti ultranoti. E, in quanto tali, non dovrebbero  o non avrebbero dovuto neanche sollevare troppo stupore nell’ascoltatore mediamente informato. Dove diavolo volete che investano gli incassi dei loro traffici di droga, armi e uomini, gli affiliati alle “onorate” società? In Basilicata? Nel Molise? Ma via, è ovvio che “gli investimenti criminali” corrano veloci verso le regioni industriose e dinamiche del Nord, Lombardia in testa. Quando non anche verso altre nazioni ricche. E’ colpa del popolo lombardo che ciò accada? Con ogni evidenza, no. Come non è colpa del popolo siciliano, calabrese e napoletano l’esistenza nel loro territorio di quelle cosche che ne sono il cancro mortale. Dov’è lo scandalo? Certo, non in queste rivelazioni. Si fosse limitato a tanto, Saviano avrebbe appena appena cullato il sonnecchiare dello spettatore sbracato sul suo divano. Ma non si è limitato a questo. E forse si è allargato un po’ troppo quando ha detto: «La ‘ndrangheta, al Nord come al Sud del Paese, cerca il potere della politica; e al Nord interloquisce con la Lega». Diciamolo francamente: o si producono prove a sostegno di un’asserzione del genere o è meglio tacere. Oppure mantenersi sul vago. Come del resto aveva fatto fino a quel passaggio cruciale, denunciando un’altra ovvietà: quella della collusione fra organizzazioni criminali e poteri politici, certificata in migliaia di atti e di sentenze nella cronaca  giudiziaria di questo nostro disgraziatissimo Paese. Risulta, pertanto, sacrosanta la sollevazione, a nome della Lega, del Ministro Roberto Maroni che ha chiesto, e pare ottenga, il diritto di replica in trasmissione.

Ma poteva bastare questa equa e civilissima risoluzione della questione al giornale di Feltri e Sallusti? E quando mai? Che se ne fanno, loro, di un confronto civile da realizzarsi là dove la questione è nata? Affamati come sono di nemici da sbattere in prima pagina, hanno replicato lo spettacolo che gli riesce meglio: demonizzare, demonizzare, demonizzare. Cinque pagine intere (le prime, ovviamente), sulla edizione di ieri. Un dossier con decine di articoli, analisi, ricostruzioni metodiche della biografia privata e intellettuale dedicate a lui: Roberto Saviano da Napoli, classe 1979, utili a ricamare le sembianze del nuovo nemico pubblico. Con titoli che esprimono il fior fiore  del rinomato equilibrio che da qualche tempo connota la gestione di quel giornale da parte del premiato duo direttoriale: “Assalto al Carroccio per scardinare l’asse con Berlusconi”, “Con le mezze verità si delegittima chi lotta contro i boss”, “Disinformazione sudista contro l’asse Lega-Cav”, “Altro che colluso: Maroni arresta il superboss” (con riferimento all’arresto del casalese Antonio Iovine, come se la cosa spiacesse a Saviano), “Il sogno di Saviano: i leghisti sono assassini”, “Dalle accuse di scopiazzare alle amicizie imbarazzanti: tutti i ko del pugile scrittore”. Non bastasse tanto lieve titolare, c’è pure la grande trovata della petizione popolare: “Una firma contro Saviano che dà del mafioso al Nord”, lanciata in testa all’articolo di Vittorio Feltri. Ora, cosa se ne faranno della copiosissima messe di firme che, ne siamo certi, arriverà puntuale è difficile stabilire: la consegneranno allo scrittore in una delle caserme di polizia dove è costretto ad alloggiare? Ci tappezzeranno le pareti della redazione? Le pubblicheranno con ampio risalto in un inserto speciale per dare visibilità  alla casalinga di Voghera? Mah!  Il problema vero non è tanto stabilire che ne faranno ma perché lo fanno. E, se vogliamo, chi glielo fa fare.

Eppure, in tutta questa marea di iniziative dall’alto valore civico (la petizione) e dettagliatissimi articoli che ricostruiscono per filo e per segno vita e miracoli (la morte, no… grazie a dio, no…) di Roberto Saviano, non hanno trovato maniera di scrivere manco una riga su un passaggio che riguarda strettamente la loro gloriosa testata. Ad un certo punto del suo monologo, lo scrittore cita un’intervista rilasciata da Gianfranco Miglio, teorico del federalismo e assai vicino alla Lega negli anni della sua nascita ed ultra, proprio al Giornale, il 20 marzo 1999: «Io sono – diceva Miglio – per il mantenimento anche della mafia e della ’ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto […]  C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate». Il passaggio ci sembrava suscettibile o di smentita (ma evidentemente era impossibile) o, comunque, di una confutazione dialettica. Magari diagnosticando nel pensatore padano un improvviso calo di lucidità senile. Ma non c’è stata. Una distrazione? Una dimenticanza? Una svista? Una omissione dettata da miglior causa? Chi può dirlo? Fatto è che il nemico lo si sconfigge soprattutto citandone i torti e mai le ragioni.

E rieccoci al nemico. Ma possibile mai – mi chiedo – che i nemici che il Giornale si sceglie abbiano tutti sempre o quasi sempre una collocazione di identità “interna”? Va bene che non ci sono più i comunisti di una volta a sollevare gli ardori della destra dura e pura che vogliono rappresentare dall’alto (non solo geografico) del loro posizionamento ideale, ma davvero non esiste alternativa a cercarlo nel vicino, nel prossimo, nell’immediato? Perché sì, poi, Roberto Saviano non è così distante da noi. Basta riandare all’intervista che Pietrangelo Buttafuoco gli fece su Panorama, neanche tanto tempo fa, il 24 dicembre 2009: «Come scrittore – affermava Saviano –  mi sono formato su molti autori riconosciuti della cultura tradizionale e conservatrice, Ernst Jünger, Ezra Pound, Louis Ferdinand Céline, Carl Schmitt… E non mi sogno di rinnegarlo, anzi. Leggo spesso persino Julius Evola, che mi avrebbe considerato un inferiore».

Jünger, Pound, Céline, Schmitt, Evola. Eh no, caro Saviano. Cosa ti passa per la mente? Se nemico devi essere per i destri duri e puri dei giornali nordisti,  cerca di esserlo fino in fondo. Alla prossima intervista che ti chiederanno, a domanda rispondi: mi sono formato su pensiero e prassi  di Stalin e Pol-Pot. Sii buono, falli felici…

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