Quando i neo-comunisti perdono la bussola

Angela Azzaro

Il pugno alzato con orgoglio. La fronte alta. Molti uomini e qualche donna schierati in una posa che sembra antica. All’inizio guardando quella foto ti sembra di fare un tuffo nel passato. In quel pezzo di storia del comunismo che è stato e che la storia ha (per fortuna)  lasciato alle spalle. Invece, guardando con attenzione e con sforzo di vista, ci si accorge che i protagonisti dello schieramento non sono  dell’altro ieri. Né di ieri. Sono di oggi. E’ il ritratto di un tempo che fu ma che sopravvive in alcune formazioni politiche a destra come a sinistra. Qui stiamo parlando della sinistra, anzi della Federazione della sinistra, quella per intenderci che mette insieme Comunisti italiani, Rifondazione comunista e qualche altra sigla che in realtà nasconde sempre le stesse persone. Hanno pensato che con la moltiplicazione dei nomi potessero aumentare anche nei sondaggi ma, per, fortuna le cose non sono così semplici, né così banali.

La Federazione della sinistra ha nominato il suo nuovo portavoce, una new entry della politica italiana, Oliviero Diliberto, che sostituisce un altro volto inedito della scena di sinistra, Paolo Ferrero. I due, pur essendo alla guida (indiscussa) di due formazioni comuniste, hanno deciso di fare la Federazione della sinistra non per convinzione che la parola comunista sia superata dagli eventi e nel cuore degli elettori, ma per opportunità. Un discorso davvero un po’ doppiogiochista: da una parte restano convinti che il comunismo sia tutto e abbia ancora un senso, poi però non hanno il coraggio di proporre quel nome agli elettori.

Non si tratta di una contraddizione qualsiasi. Intanto perché proprio sulla base della discussione su comunismo sì comunismo no, Ferrero cacciò via quel Nichi Vendola che oggi è diventato il leader più amato della sinistra, ma anche perché oggi con quello stesso Vendola tentano il tutto e per tutto per farsi traghettare fuori dall’un per cento in cui li inchioda la storia e soprattutto il presente.

In un videomessaggio Ferrero ha chiesto a Vendola di costruire con lui un’alleanza, di mettersi insieme etc. etc. Il segretario di Rifondazione ha anche detto a Vendola che prima di allearsi con Casini, dovrebbe allearsi con chi la pensa allo stesso modo. Poi, avendo capito che era un discorso che sortiva scarso effetto, ha provato a dire: meglio Casini di Fini.

Questa, a dire il vero, è una convinzione diffusa dentro tutta la sinistra, soprattutto dentro Sinistra Ecologia e Libertà. Un po’ è anche comprensibile. Si vuole mandare un messaggio chiaro agli elettori e distinguere con precisione il confine tra destra e sinistra. Confine dove se, però, proviamo a scandagliare, saltano alcune caselle e alcune appartenenze ideologiche.

Giochiamo con il modello lista lanciato da Saviano. Laicità? Tra Casini e Fini chi è più vicino alle posizioni della sinistra? E sui migranti? E sulla libertà? Ma anche sui precari e sul lavoro? Per non parlare del tema giustizia, tipo il caso Cucchi? Con chi starebbe la sinistra? Con Futuro e Libertà o con l’Udc? Insomma mi sembra che non ci sia proprio partita e che tra Casini e Fini, la sinistra dovrebbe scegliere senza dubbio il secondo. Eppure non è così e il passato che non c’è più rischia di offuscare la nostra idea della politica mettendoci nelle mani di un vecchio democristiano che ragiona, lui sì, secondo la triade dio patria e famiglia.

.

.

.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks