Panama. Secondo canale

Angelo Spaziano

Non è stata mai fatta una statistica al riguardo, ma in un’ipotetica top ten di meraviglie di genere “idraulico” portate a compimento dall’ingegno umano, Panama, accanto alla greca Corinto e all’egiziana Suez, si sarebbe sicuramente piazzata ai primissimi posti in classifica. In origine era una barriera naturale rappresentata da una fettuccia di terra di un centinaio di chilometri. Pochi, se paragonati alle immense masse continentali sovrastanti e sottostanti, ma bastanti a obbligare navi mercantili e petroliere a percorrere un lungo giro di migliaia di miglia prima di arrivare a destinazione. Giorni e giorni di navigazione in direzione nord, verso il Canada, o sud, verso capo Horn, per doppiare il continente e raggiungere finalmente i porti d’attracco.

Stiamo parlando dell’istmo di Panama. Da un lato esso guarda all’Africa, dall’altro all’Asia. Da un versante l’Atlantico, dall’altro il Pacifico. In mezzo, una striscia di territorio malsano, senza valore, paludoso, malarico, inabitabile e ostile. Strategicamente parlando, tuttavia, le quotazioni di questa specie d’inferno equatoriale all’improvviso sono schizzate alle stelle. Il salto di qualità avvenne quando, dall’ormai lontano 3 agosto 1914, seguendo i progetti di un brain trust francese, fu aperta l’enorme via d’acqua la cui inaugurazione ufficiale venne rinviata al 1920 a causa dell’esplosione della prima guerra mondiale. Si tratta di un’opera titanica. Spingendosi all’interno della Limon Bay, sul versante atlantico, nel canale vero e proprio ci s’inoltra dopo un tratto di circa 7 km. Gli 11 km successivi si snodano in direzione sud sud-ovest fino a raggiungere le chiuse di Gatún, che innalzano i convogli in transito di ben 27 m sopra il livello del mare, fino al lago artificiale di Gatún, formato dalla costruzione di una diga sul rio Chagres. Dopo aver attraversato il lago, il canale continua a snodarsi verso sud sud-est sino all’imboccatura del “taglio di Gaillard” (o anche “taglio della Culebra”), un tratto di circa 13 km ricavato dallo scavo di una roccia durissima, al termine del quale si trova la chiusa di Pedro Miguel. Questa, dopo un abbassamento di circa 9 metri, conduce al lago Miraflores. E non è finita: per poter raggiungere il Pacifico è necessario passare attraverso le due rimanenti chiuse di Miraflores. Malgrado le lungaggini necessarie per superare tutti questi sbarramenti, l’idrovia da poco meno di un secolo permette ai due oceani, i più vasti del pianeta, d’incontrarsi, e alle navi commerciali e civili di risparmiare un bel mucchio di tempo e di denaro.

Ma se l’uomo arriva pure ad abbattere le più possenti barriere naturali, modificando persino la geografia e il clima dell’ecosistema, non è mai riuscito a imbrigliare i suoi impulsi distruttivi. Un atteggiamento mentale improntato alla più ineluttabile delle negatività, foriero d’irrimediabili conflitti e suscettibile di esiti imprevedibili. Perciò quella che sulle prime doveva essere un’inedita via di comunicazione tra due universi si è trasformata paradossalmente in un muro d’incomprensioni. Un baluardo ancora più invalicabile di quello che c’era prima che la via d’acqua fosse stata tracciata. Una nuova “cortina di ferro” che vede Europa e Usa schierati dalla parte dei “ricchi” a fronteggiare una coalizione di reietti e di parvenu reclutati tra i nuovi arrivati nel gruppo dei paesi emergenti. L’Occidente contro il resto del mondo. Cina, Iran, Venezuela, Russia, tanto per dare un’idea della consistenza dello schieramento avversario.

Per ora il conflitto s’è limitato alle scaramucce verbali e alle invettive. Il fatto è che la questione investe materie di primaria importanza economica come le rotte commerciali, epperciò coinvolgenti strategie energetiche di ampio respiro, denaro, navi, merci e potere. Nel grande gioco panamense tutti vogliono piazzare l’ombrellone – vedi: il portafoglio – sulle afose spiagge dell’istmo, dove a prendere le decisioni c’è un governo presieduto da un Berlusconi locale. E, come Berlusconi, italiano pure lui da parte di padre e abile affarista. Si chiama Ricardo Martinelli, presidente-imprenditore impegnato nel settore della grande distribuzione. E proprio durante il mandato di Martinelli è stato dato il via libera ai lavori per ampliare l’ormai angusto specchio d’acqua, che rischiava la paralisi da ingorgo per l’eccessivo afflusso di navi.

Va sottolineato anche che tra le società di costruzioni interessate all’affare c’è anche l’italiana Impregilo, che insieme con la spagnola Sacyr Vallehermoso si è aggiudicata il sostanzioso appalto. La “guerra del canale” tuttavia, da un po’ di tempo in qua è arrivata al punto da indurre una grossa fetta dei belligeranti a fare marcia indietro e a optare per soluzioni assai più radicali. Tra questi, il gruppo più oltranzista avrebbe addirittura deciso di ripescare dagli scrigni della memoria un vecchio progetto del 1800 che però non era mai stato definitivamente archiviato: scavare un secondo “corridoio” alternativo e in grado di competere col primo. Tale escamotage consentirebbe all’agguerrito cartello di sbaragliare la concorrenza, superare i detestatissimi yankee e surclassare la vecchia Europa, alle prese con una pericolosa crisi monetaria che minaccia di affondare l’euro e con esso l’intero continente.

L’impresa, che fino a qualche anno fa sembrava azzardato solo ipotizzarla, oggi sembra fattibile. Pronti sulla rampa di lancio infatti ci sono tutti gli asset necessari per concretizzare il sogno proibito del club degli esclusi: investitori, soldi, progetti, tecnologia. Di un “Panama due” se ne parlava gia nel 1970, quando il canale iniziava ad avere i primi problemi di sovraffollamento e le moderne superpetroliere e portaconteiner cominciavano a risultare di stazza troppo ingombrante se paragonate al pur ampio specchio d’acqua. L’alternativa era stata subito individuata nel più settentrionale Nicaragua, ma gli Stati Uniti si misero di traverso, temendo di perdere l’egemonia nello scacchiere e di essere tagliati fuori dall’affare. Quarant’anni dopo, però, il progetto è stato rispolverato grazie alle teste d’uovo di Chavez e di Ahmadinejad, ai soldi dei russi e alla tecnologia cinese.

Così, per il delicato teatro geopolitico Centramericano si aprirebbero prospettive economiche inedite. Caracas potrebbe esportare petrolio direttamente in Cina bypassando gli Stati Uniti, l’Iran otterrebbe basi nella regione e la Russia si ritroverebbe collegata in tempo reale con i pozzi di petrolio appena scoperti a Cuba. I cinesi, dal canto loro, metterebbero piede anche nell’ex-colonia spagnola, che dopo l’Africa, ormai completamente fagocitata, potrebbe rappresentare un’altra testa di ponte conquistata dall’impero di mezzo nella sua inarrestabile frenesia espansionistica. Sandinisti, bolivariani, pasdaran e guardie rosse quindi si sono ritrovati tutti uniti in un grande abbraccio per studiare la fattibilità del caso, rispolverare cartine geografiche, sondare territori, lanciare ipotesi e delineare nuove prospettive.

Il lago Nicaragua e il rio San Juan, il fiume al confine tra il Nicaragua e il Costa Rica, sono immediatamente apparsi la location più idonea suscettibile di accogliere il nuovo corridoio di percorribilità. In questa zona infatti la via d’acqua bene o male è già stata tracciata da madre natura e la quantità di terriccio da sbancare sarebbe assai più modesta. I sandinisti, tanto per premunirsi, hanno preventivamente occupato un isolotto strategico al centro del corso d’acqua issandovi il vessillo nicaraguense. Il governo costaricano, però, sentendosi defraudato, ha reagito duramente a questo raid, chiedendo immediatamente l’intervento dell’Organizzazione degli Stati Americani. Il Costa Rica inoltre ha anche rivendicato la corretta ridefinizione del suo confine, che Google map aveva erroneamente spostato a vantaggio dell’ingombrante vicino settentrionale. Managua all’inizio aveva scaricato la responsabilità dell’equivoco sul supertecnologico sito, che si è subito scusato. Tuttavia, malgrado la clamorosa topica riconosciuta dai gestori di Google map con tanto di salamelecchi, il caso rimane aperto e resta ancora da decidere a chi appartiene realmente l’isolotto conteso.

Nel frattempo, però, l’offensiva politica e propagandistica è scattata. I sandinisti di Managua, spalleggiati dai bolivariani di Chavez, si sentono oltremodo forti, e soprattutto sanno che il Costa Rica, essendo un pacifico staterello del tutto privo di forze armate, è pressoché indifeso. Dal 1948 infatti il paese non possiede un esercito proprio e per arginare gli attacchi provenienti dall’esterno può fare affidamento solo sulla pubblica sicurezza. Il blitz, quindi, con interessi di tal fatta in gioco, suscita gravi preoccupazioni nel consesso internazionale. L’idea del secondo canale, infatti, implica investimenti da capogiro. Una massa di risorse enorme, che però, a lavoro ultimato, verrebbe ampiamente ricompensata. E con gli interessi.

Tuttavia, neppure i governi progressisti del Mercosur, a partire dal Brasile di Lula, se la sono sentita di dare ragione agli occupanti. Ortega, allora, vista la malaparata, ha fatto la voce grossa, battendo i piedi e minacciando di abbandonare il Mercosur, ma invano. Brasilia non s’è smossa di un millimetro dalle sue posizioni, improntate a un’estrema prudenza, anche per non suscitare le prevedibili ire del gigante statunitense. Il Nicaragua, quindi, malgrado gli strepiti, è rimasto completamente isolato e adesso guarda altrove. Non è un mistero, infatti, che tra Nicaragua e Russia da un po’ di tempo a questa parte sia scoppiato l’idillio. E dal 2009 Mosca è pronta ad appoggiare il progetto della nuova idrovia impegnando allo scopo un budget alquanto sostanzioso: ben 18 miliardi di dollari. In cambio della cortesia il governo di Managua ha riconosciuto senza battere ciglio l’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia dalla Georgia, appoggiando in toto le rivendicazioni di Mosca nel Caucaso.

Contro gli americani e il “loro” canale, quindi, il Nicaragua pare proprio rappresentare l’opzione migliore per rendere la pariglia alle plutocrazie d’occidente. Lo sa bene quel marpione di Chavez, che da anni sogna di lasciare a secco gli odiati “imperialisti”. Una minaccia che sulle prime sapeva tanto di bluff. Oggi invece, dopo gli ultimi giri di valzer e le inedite alleanze stipulate tra le parti in causa, il gioco sembra proprio farsi duro. Insomma, l’equilibrio nell’area s’è spezzato e un’altra rotta commerciale – è stato dimostrato – è possibile. Difficile però che Washington si limiti ad assistere senza reagire al de profundis di un altro pezzo del suo residuale prestigio nell’area. La guerra del canale è appena agli inizi.

Angelo Spaziano

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