Orangejuice 999. 666 scemo se ci caschi

Alessandro Cavallini

Nei mesi scorsi, una società di diritto olandese, o almeno così si presentava, di nome “Orangejuice” e collegata apparentemente con una serie di banche italiane, aveva lanciato un’offerta su internet, ma che veniva anche presentata a domicilio. La proposta è stata fatta a milioni di persone.

La società proponeva un investimento su internet, attivando gratuitamente un servizio di home banking con una serie di banche associate, ed era valido anche per chi il servizio ce l’aveva già. Sostanzialmente si chiedeva al cliente di promuovere un investimento di almeno 10 mila euro entro la fine del marzo scorso; il tasso di interesse al netto delle spese era del 9,99 per cento. Tale cifra avrebbe dovuto mettere in guardia chi si avvicinava ad “Orangejuice”, ma così non è stato.

Il sistema della truffa era molto semplice. Chi accettava di investire i propri soldi si vedeva ricompensare con una parte dell’interesse maturato direttamente sul conto. Soldi virtuali, ovviamente, perché il contratto prevedeva che fosse necessario non toccare la cifra investita per un determinato periodo. In questo modo, il cliente-vittima era invogliato a versare nuove somme, trasferendole dal proprio conto a “Orangejuice” che – veniva spiegato – era un fondo misto, perché investiva le cifre in vari paesi cercando le offerte più vantaggiose per sé e per i propri clienti. Sulla carta, la sede italiana della società è a Milano, ma di fatto – come poi è emerso – non esisterebbe se non in una colonia olandese sperduta e, di fatto, irraggiungibile o quasi per le autorità italiane. Nessun nome è mai comparso sui contratti o sul web. In un caso, la presentazione a domicilio è stata fatta da un cittadino olandese.

Ad oggi sono solo quattro le vittime che hanno presentato denuncia all’autorità giudiziaria, per un ammanco complessivo superiore a 340 mila euro. Si tratta di un imprenditore di Torri di Quartesolo, G. N., 37 anni, che ha investito 60 mila euro; di P. R., 72, un pensionato della città (185 mila euro); di G. G., un manager di una sessantina d’anni della città (più di 50 mila euro); e addirittura di un operatore finanziario, T. R., 42 anni, della città, che ha investito poco meno di 50 mila euro. Tutti e quattro si sono trovati, da un giorno all’altro, con il conto prosciugato. Come poi hanno scoperto, i loro soldi sono stati trasferiti in un conto in Russia, e da quel momento se ne sono perdute le tracce.

Sarà quasi impossibile recuperare tali cifre. Ma quello che lascia più sconcertati è che le vittime di queste truffe non sono più solamente semplici ed ingenue persone sprovviste di una certa cultura, ma anche professionisti affermati, se non addirittura operatori del ramo finanziario. E allora perché cascano come dei polli in queste trappole? La risposta è semplice: per il miraggio di ottenere soldi facili. Questo è il problema principale che sta dietro queste operazioni truffaldine: il desiderio della gente di guadagnare senza fatica. Non si tratta più di diventare ricchi lavorando duramente, come succedeva fino a poco tempo fa. Adesso si pretende di diventare ricchi senza sudare. Ed in tutto questo lo Stato, che tutti i giorni propone un nuovo gioco a premi o l’ennesimo gratta e vinci, è fortemente colpevole.

Alessandro Cavallini

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