Noiville. Ho studiato economia e me ne pento

Mario Grossi

Tutti o quasi si sono cimentati con la crisi che ormai investe, da due anni e passa, il mondo intero. Gli scritti, le analisi, i commenti si sono susseguiti in un vortice turbinoso non sempre lucido. A posteriori in molti hanno spiegato o tentato di spiegare. Qualcuno, in malafede, si è messo a fare la Cassandra con il più classico dei “Te l’avevo detto io”.

Quello che resta inconfutabile è che tutti gli addetti ai lavori, dopo aver partecipato o assistito stupefatti al liquefarsi degli ultimi due anni, non hanno predetto un bel niente e si sono, per questo, resi responsabili di quest’accelerazione che, a partire da tutti quei famosi derivati dalle sigle incomprensibili, è giunta fino agli Hedge Funds che hanno acceso il processo degenerativo coinvolgendo prima il mattone poi l’intera economia mondiale gettandola in una depressione profonda che non accenna a fermarsi e che anzi, proprio ora, fa sentire i suoi morsi nel corpo sociale esangue.

Perché, e anche questa è una realtà, anche se smentita a più riprese da tutti, nonostante in molti abbiano sentenziato che la crisi è tecnicamente finita in verità è proprio adesso che colpisce, più che nei mesi passati, i cittadini più deboli che ne sono soggiogati in una prostrazione senza limiti.

È per questo che, accingendomi a raccontare l’ultimo libro letto, ho subito immaginato le facce deluse di chi pensa che su questo argomento sia stato scritto tutto e di tutto. Non è così!

Basta prendere in mano e scorrere rapidamente (ma si fa prima a leggerselo tutto visto che è breve e denso) Ho studiato economia e me ne pento di Florence Noiville, edito nel settembre scorso da Bollati Boringhieri per rendersi conto che qualcosa di nuovo e interessante può ancora essere scritto sull’argomento.

L’originalità di questo breve saggio, non è tanto nel suo contenuto, quanto nel suo punto di vista.

È dall’interno della crisi che ha colpito l’economia che la Noiville fa affiorare le sue considerazioni, a partire da un’ottica, spesso trascurata, ma che può essere considerata uno degli epicentri della crisi che getta un’ambigua ombra scura sul futuro di tutti noi nel breve periodo e sul sistema capitalistico, così come oggi si è evoluto, nel lungo periodo.

L’autrice si è diplomata nel lontano 1984 alla HEC, la famosa Ecole des Hautes Etudes Commerciales, gloria di Francia, insieme alle altre grandi e prestigiose  Business School, in cui viene selezionata la futura classe dirigente non solo francese.

Il punto di partenza del saggio è costituito da due domande semplici che, come tutte le domande semplici, vanno dirette al centro del problema senza giri di parole o divagazioni.

La prima suona così: «Le scuole economiche d’eccellenza hanno la loro parte di responsabilità nella crisi che sta devastando società e mercati?».

La seconda: «Sono state almeno in grado di preparare le elite di domani ad affrontare l’emergenza?».

Sì!. Le business school sono colpevoli dello sfacelo. No! Non hanno preparato nessuno ad affrontare il disastro.

Tutto parte da una constatazione contraddittoria. Come è possibile che dalle scuole economiche d’eccellenza che aprono le loro porte solo ai migliori e ai più meritevoli, che costituiranno la punta di diamante della classe dirigente di domani, non sia uscito nemmeno uno in grado di prevedere in tempo quello che stava succedendo? Come è possibile che una schiera di intelligentoni all’ennesima potenza, che ha frequentato le scuole più selettive al mondo, abbia prodotto delle risposte alla crisi così ottuse, tanto da sembrare un branco d’imbecilli alle prese con un giocattolo più grande e complicato di loro?

Attraverso una serie d’interviste ai suoi ex-compagni di corso, la Noiville tenta di dare risposta a queste due domande.

Ma c’è un prologo a queste interviste ed è il capitolo che porta un titolo criptico “il modello MMPRDC” in cui l’autrice ci racconta i suoi primi disagi all’interno di un’azienda privata che la portarono poi all’abbandono della professione per cui aveva studiato per dedicarsi al giornalismo ed alla scrittura.

Subito dopo il diploma, era entrata come financial analyst da Control Data. E descrive la prima volta che presentò i risultati finanziari di fronte ai suoi capi arrivati dal Minnesota. Aveva preparato con scrupolo le slide e illustrava, riga per riga, il Profit & Loss della sua attività.

Prima ancora di arrivare alla bottom line (l’ultima riga) uno dei dirigenti la interruppe chiedendole: «Senti, Florance, come possiamo aumentare i profitti? Del resto ce ne sbattiamo».

È tutto qui il metodo MMPRDC che sta per Make More Profit, the Rest we Don’t Care about.

Era stata assunta da un’azienda troppo avida? No, semplicemente era entrata in un sistema in cui tutti ragionano così e lei era stata assunta proprio per ricercare il massimo dei profitti per gli azionisti.

Tutti i casi dei suoi ex-compagni di corso, in fin dei conti, sottolineano questa esperienza e dimostrano come il meccanismo funzioni.

Il sistema è, più o meno, questo. Le aziende richiedono dei diplomati che garantiscano percorsi a profitto crescente, gli scrupoli non sono contemplati. D’altra parte, a fronte di questa richiesta di servigi, le aziende sono disposte a pagare degli stipendi stratosferici a questi giovani menti finanziarie, che ricercano dunque delle scuole che li preparino in tal senso. Le scuole, in questo caso le alte scuole d’economia di Francia, ma questo vale anche per le Business School inglesi e americane, cercano di creare dei corsi che rispecchino questa richiesta, ben consapevoli che il loro prestigio è direttamente proporzionale al numero di giovani diplomati che andranno a sedersi nei posti che più contano.

In questo meccanismo le scuole d’economia non hanno nessun interesse a proporre insegnamenti, all’interno dei loro corsi, che si discostino dal desiderio degli allievi (in fin dei conti loro clienti) e delle aziende in cui i diplomati andranno a finire.

Per una domanda di questo genere organizzano un’offerta adeguata ed in linea con il mercato.

È per questo motivo che generano, non degli sciocchi, ma delle persone che, cresciute all’interno di questo perverso sistema di riferimento, non sviluppano per nulla un pensiero critico, capace anche di ribellarsi o perlomeno di proporre idee nuove per affrontare il mondo finanziario ed economico o per tentare di superare la crisi.

Generano, ed è questo il loro business, degli individui opachi che applicano delle tecniche senza preoccuparsi per nulla dei principi e tantomeno dei valori.

È questo un meccanismo cannibale che tende a divorare gli stessi suoi interpreti se è vero che, come ci raccontano le interviste della Noiville, solo pochi rimangono nel sistema senza preoccupazione alcuna. Molti vi stanziano creandosi dei contrappesi emotivi tali da poter sopportare il peso di questo comportamento meccanico e amorale. C’è chi si dedica alla scrittura, chi alla pittura, chi al volontariato, testimonianza che nessuno, nemmeno il più cinico di quei signori, può sopportare il peso che grava sulla sua schiena. Sono persone un po’ piegate che non si attribuiscono tuttavia una responsabilità specifica nelle loro azioni. Rispondono che è il sistema ad essere così e loro ci si adattano e basta, senza mai prendere coscienza che ognuno di loro fa parte di quel meccanismo e lo alimenta e lo perpetua, nel suo piccolo. Alcuni altri, come l’autrice stessa, semplicemente mollano e si dedicano ad altro.

Sembra quasi un messa da requiem questo libello, perché mostra come non ci sia cura a tutto questo. Esiste un mondo totalmente autoreferenziale, elitario e svincolato dalla realtà che si autoalimenta attraverso le sue scuole, i suoi professori ed i suoi allievi che andranno a rifornire di carne fresca il moloch di questo capitalismo impazzito che viviamo.

È pur vero che lentamente queste scuole, anche in funzione di una crisi che ha rischiato di metterle in discussione, hanno istituito dei corsi di economia equa, di capitalismo solidale, di profitto ed ecologia, ma sembrano quasi dei riflessi condizionati e delle timide aperture di un mondo che in realtà è e vuole rimanere chiuso, se è vero quello che la Noiville registra. Questi corsi sono pressoché deserti, sintomo ultimo che i rampolli delle famiglie dorate badano al quattrino e non certo a costruirsi una struttura interiore che permetta loro di dissentire in un sistema che li vuole pecore zelanti. Intelligenti fin che si vuole ma pecore e zelanti. Dei portatori d’acqua al pozzo del profitto.

Alla fine rimane un sogno che è quello dell’autrice: quello di un insegnamento che prepari i nuovi dirigenti a evitare le trappole dell’euforia speculativa, che scardini i privilegi delle elite manageriali, in nome della responsabilità, e apra la strada ad un capitalismo eticamente sostenibile.

Ma è pura utopia visto che, in ultima analisi, il capitalismo pone la sua ragion d’essere e la sua morale proprio sul profitto. Quello che gli chiede l’autrice, alla fine di questo bellissimo saggetto, è di essere qualcos’altro da quello che è. E questo è impossibile.

Lo testimonia il fatto che gli addetti ai lavori non s’interrogano sul come non permettere che gli errori che hanno innescato questa crisi furibonda si ripetano, ma su quando terminerà e quando gli indici torneranno a crescere.

Un mondo autoreferenziale, come si diceva, ottuso e incapace di emendarsi.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 12 novembre 2010

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