Manifesto Heliopolis. Postumanesimo e ultra

Stefano Vaj

L’articolo che segue fa riferimento al progetto della Heliopolis edizioni di Sandro Giovannini, di produrre il Manifesto “Per una nuova oggettività – partecipazione al destino del popolo” in corso d’opera. Per ulteriori approfondimenti, leggere anche, qui su Il Fondo: “Heliopolis. Per un manifesto in fieri“, “Prolegomeni per un manifesto in divenire“, “La parola d’ordine è una sola: ripartire” “Manifesto Heliopolis. Una nuova oggettività“.

La redazione


VERSO IL MANIFESTO HELIOPOLIS

Esiste uno spazio e/o un interesse per un complesso di idee che si distingua dalla vulgata contemporanea che vuole che l'”ultimo grido” in campo etico, estetico, politico, o più generalmente filosofico, sia anche il grido ultimo ed insuperabile, che cioè non può, ma soprattutto che non deve, essere superato? Il grido di una “modernità” indistinta, universale, tiepida e minimalista che del resto non fa ormai che ripetere se stessa, ossessionata da un puritanesimo la cui concitata riaffermazione stessa ricrea inevitabilmente il fantasma (ed implicitamente la possibilità) del peccato, dell’eresia, della strega…

L’amico Sandro Giovannini, non da oggi instancabile agitatore “culturale”, pensa di sì. Da qui l’idea perfettamente inattuale di un Manifesto che ignorando del tutto i vari “movimenti di truppe” che possano allineare tutti e ciascuno in vari campi per cause più quotidiane ed immediate abbia il coraggio di applicare il rigore della critica e la nostalgia dell’avvenire a fronte di un contemporaneità egemone volta a bandire l’idea stessa di cambi di paradigma, di “nuovi inizi”, di palingenesi tanto storiche quanto epistemologiche e culturali proprio nel momento in cui l’uomo, nel quadro delle proprie eredità ed appartenenze, è invece chiamato a ripensare se stesso all’atto di “ereditare la Terra” e declinare tale riflessione in scelte estremamente concrete.
Se è davvero questo ciò di cui vale la pena un po’ più spesso di parlare, tanto più sono lusingato di essere stato invitato a parteciparvi con quello che è il mio punto di vista e la mia altrettanto personale collocazione rispetto alle varie questioni destinate a determinare il nostro avvenire – o l’esistenza stessa di un avvenire purchessia – e che comandano oggi approcci largamente trasversali e complessi.

Se il progetto così mira chiaramente a mobilitare energie, prospettive ed angolature disciplinari molto differenti, ciò non è certo in una velleità di porsi “al di là della destra e della sinistra”, secondo la poca fortunata e non certo inedita formula a suo tempo fatta propria ad esempio da un Marco Tarchi. Anzi, è probabile che il concetto stesso che vada superato – come se si trattasse di categorie hegeliane munite di un qualche intrinseco status ontologico! – qualcosa che non esiste più, se non forse nella retorica linguisticamente maldestra della politica politicante, conduce forse inevitabilmente alla ricaduta in sbocchi conservatori. In particolare laddove tende ad occultare proprio il fatto che la “sinistra”, qualsiasi cosa abbia significato tale termine in passato, è stata nel frattempo completamente riassorbita dalla “destra” nel cui ambito rappresenta comitati d’affari, o nella migliore delle ipotesi sensibilità e blocchi di interessi, perfettamente funzionali allo stesso identico sistema di valori, alla medesima realtà sociale ed antropologica, al medesimo modello di (non) sviluppo.

Più interessanti perciò di improbabili sintesi tra interlocutori immaginari che non esistono già più, magari ricercate proprio da chi avrebbe comunque meno titolo a parlare a nome dell’uno o dell’altro, sono le “vertiginose” e trasversali (per quanto in gran parte sommerse) linee di frattura che sempre più riattualizzano e trasfigurano oggi – davvero “sul promontorio dei secoli” – il visionarismo, lo sperimentalismo, la trasvalutazione, la radicalità futurista che ha caratterizzato in ogni ambito e settore tanta parte della volontà novecentesca di riappropriarsi del proprio futuro, sino ai goffi tentativi di rimozione e al tempo stesso recupero con cui oggi siamo confrontati. Linee di falda che, se mi auguro possano acquisire maggiore coscienza di sé anche attraverso questo Manifesto, da oltre vent’anni pongo apertamente sotto il segno del postumanismo, della diversità, della autodeterminazione, della sovranità, della rifondazione di identità collettive plurali, della libertà di ricerca, della riappropriazione popolare e comunitaria delle risorse assorbite da meccanismi ed oligarchie centraliste prive di progetti. In una parola, dell’affermazione faustiana e volontarista, contro l’eterno rinnovarsi di ciarlatanerie metafisiche più o meno secolarizzate, più o meno escatologiche, di una nuova oggettività che ci apra orizzonti di senso, per ritornare ad avere il gusto di spingersi verso là dove nessuno è mai giunto prima.

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