Ma Irène Némirovsky era antisemita?

Mario Bernardi Guardi

Ma Irène Némirovsky era antisemita? Posta in termini così netti, la domanda può apparire brutale, provocatoria, quasi offensiva. Di quelle che proprio non dovrebbero essere, non dico formulate, ma nemmeno pensate. Visto che Irène, ebrea di Kiev, alto-borghese, approdata in Francia insieme ai familiari nel 1919, in fuga da furori e orrori della Russia bolscevica, viene inghiottita dalle tenebre di Auschwitz nel luglio del 1942. E che la stessa sorte tocca, tre mesi dopo, al marito, Michel Epstein, mentre le figlie, Denise ed Elizabeth, braccate dalla polizia francese e dalla Gestapo, passano da un nascondiglio all’altro, in un crescendo di angosce che  negli archivi della memoria diventano ferite non rimarginate. Come balza evidente dai colloqui in cui Denise Epstein [nella foto di famiglia in alto] evoca i suoi anni di adolescente “senza famiglia”: una ragazzina spaurita e smarrita che deve prendersi cura  di se stessa e della sorella, una bimba di sei anni, facendo in modo non solo che non soffra, ma anche che non pianga o non parli quando una lacrima o una parola di troppo possono svelare un’identità che deve essere occultata con ogni possibile- e “impossibile”- stratagemma (Sopravvivere e vivere. Conversazioni con Clemente Bouloque, Adelphi, pp. 181, euro 13).

Un’impresa davvero ardua per lei che comunque ce la mette tutta per non farsi vincere dallo sconforto e nascondere nel fondo più profondo quella voglia di gridare che  le cresce dentro e vorrebbe esplodere, “liberando” il cuore affannato.

Deve tener duro, Denise, per sopravvivere, e poi, chissà, per vivere, lungo un’odissea fatta di treni che varcano la notte ( magari c’è da balzar giù prima che entrino nelle stazioni, per evitare i poliziotti e i loro cani), di camuffamenti (come nascondere quei nasi così ebraicamente “significativi”?), di disparati ricoveri (convitti di suore, scantinati umidi, sottoscala). E se qualche amico interviene a dare una mano, non pochi sono i legami che si allentano: è difficile essere generosi quando c’è il timore di compromettersi con delle piccole ebree inseguite dagli zelanti gendarmi francesi, che tanto volentieri collaborano con i nazi e si sentirebbero gratificati nel consegnare nelle loro mani le due piccole fuggiasche.

Nessuno vuole grane, a partire dalla nonna materna, che quasi le rinnega ( il che ha una sua mostruosa “ragione”:  madre e figlia si detestavano, e Irène nel romanzo Jezabel – Adelphi, 2007- aveva disegnato un feroce ritratto di quella donna che non le aveva mai fatto una carezza e si era sempre rivelata fatua, egoista e crudele).

Se neppure vale il richiamo del sangue, figuriamoci cosa ti puoi aspettare dalla stragrande maggioranza dei francesi che quanto a ostilità e diffidenza verso gli ebrei non avevano davvero da imparare lezioni da nessuno. Ed erano rafforzati nella loro avversione “di pelle” da una ricca eredità di pregiudizi e giudizi, accuse viscerali e invettive colte, variamente formalizzate dai non pochi intellettuali collaborazionisti, tutti “di rango” (come il “nazi” Drieu La Rochelle , lo straripante antisemita Louis-Ferdinand Céline, il “simpatizzante” Paul Morand, amico di Irène, e il poeta e cinefilo fascista Robert Brasillach, che aveva riservato ai romanzi della “piccola ebrea” lusinghieri apprezzamenti).

Ma torniamo alla domanda iniziale:  Irène, salutata da tanti, di destra e di sinistra, come una delle “promesse” delle lettere francesi ( Adelphi ha or ora pubblicato il romanzo con cui esordì Il malinteso –  pp.190, euro 12- aparso a puntate nel 1926 sulle pagine della rivista Œuvres Libres); l’ebrea ucraina Irène, che così rapidamente si era “impadronita” della lingua e della cultura, e anche di mode e modi della Parigi “che contava”, era antisemita?

Nel suo libro Denise raccoglie ricordi anche teneri: la famiglia prima della tempesta, le vacanze nei Paesi Baschi, lei che guarda mamma mentre scrive, mamma che le racconta una fiaba, papà sempre così elegante e così innamorato della moglie e delle sue bambine. E rievoca tutte le paure e le amarezze che l’hanno segnata per sempre e che si porterà per sempre dentro, anche se poi si è sforzata di elaborare i lutti, si è sposata, ha avuto dei figli, per qualche anno si è impegnata in politica con la sinistra extraparlamentare ( «ho sbagliato, ma non rinnego»: ecco, a posteriori, il senso della sua esperienza), ha riscoperto le proprie radici ebraiche anche in senso religioso e alla fine, nel 2004,  si è decisa a tirar fuori dalla grande valigia che babbo le aveva affidato il manoscritto di Suite française, curandone la pubblicazione (Adelphi, 2005). Un successo (premio Renaudot) e di nuovo l’interrogativo: ma Irène aveva  rinnegato le sue radici ebraiche? Non è forse vero che collaborava a testate antisemite come “Gringoire” e “Candide”?  E non aveva forse voluto- insieme a Michel- che Denise ed Elizabeth fossero battezzate, in nome  della sua volontà di essere pienamente francese, senza “debiti” di sorta nei confronti degli “antenati”?

Denise una risposta la dà: «Se ripenso al mio stato d’animo nel leggere le riviste antisemite su cui mia madre aveva pubblicato un considerevole numero di testi, capisco meglio gli attacchi seguiti al successo di ‘Suite française’. Il tempo mi ha dato il distacco necessario per capire che leggevo ‘David Golder’ con lo sguardo del dopo Shoah e senza collocarmi nel contesto storico. Quella campagna mi ha addolorata; a volte è stata offensiva,  per una figlia riesce difficile rapportarsi alla propria madre se non tiene presente che i suoi romani erano, più che una manifestazione di antisemitismo, una critica sociale dell’ambiente che aveva conosciuto e odiato”.

Ed è indubbiamente vero che in romanzi come David Golder (Adelphi, 2006) che “rivelò” lo straordinario talento di Irène (era il 1929 e lei era una studentessa di ventisei anni) e I cani e i lupi, pubblicato nel 1940 (Adelphi, 2008),  il dato “sociale”  ha il suo peso: ci sono, infatti, gli sfruttatori- avidi ebrei ricchi- e gli sfruttati- umili e sottomessi ebrei poveri. Ma Irène non è di sinistra, non è marxista, e il discorso non si rattrappisce negli schemi del conflitto di classe.

Irène è un’ebrea che crede nel “calore del sangue” e che non ha paura di usare – si veda I cani e i lupi – il termine “razza”, diventato impronunciabile dopo l’Olocausto, per raccontare le propria identità, sentimenti e risentimenti compresi. Con la schiettezza di chi illustra un mondo che ha una profondità “ancestrale”, e lo fa senza paure e senza censure, caricandosi anche  degli stereotipi antisemiti. E’ uno scavo continuo, ora complice ora spietato, dentro gli altri e dentro se stessa.

Lei non nasconde, non si nasconde: e proprio questo turba le anime belle del “politically correct”, sedotte e urtate al tempo stesso da una scrittura coinvolgente/sconvolgente. E ignari del fatto che cifra spiccatamente ebraica dell’ “antisemita” Irène- come, che so, di Carlo Michelstaedter, di Otto Weiniger, di Simone Weil, di Isaac Singer, di Mordechai Richler –  è proprio  questa attitudine alla critica, all’autocritica, all’irrisione, alla derisione, al paradosso, alla dissacrazione, che si allarga poi a tutta la dimensione “umana”.

Non solo gli ebrei, nei grandi romanzi di Irène, ma la Francia non sempre “dolce”. E il Novecento, secolo non “breve!”, ma “sterminato”, da cui non prenderemo congedo rimuovendo i temi imbarazzanti e gli scenari contraddittori, ma cimentandoci proprio con gli imbarazzi e le contraddizioni, perché è sciogliendo i nodi che si fa respirare il futuro,  così piccolo, così fragile, così bisognoso di calore.

MARIO BERNARDI GUARDI

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