Kings of Leon. Come Around Sundown

Federico Zamboni

.Una storia tipicamente statunitense, quella dei Kings of Leon. Per quello che è stato il prologo, con gli anni dell’infanzia vissuti al seguito di un padre che, di mestiere, faceva il predicatore itinerante. Per quello che ne è seguito, a cominciare dalle mosse d’avvio che oscillavano tra le prospettive ordinarie della provincia americana e i vaghi sogni di gloria di qualsiasi altro ragazzo come loro: con un granello di immaginazione a riempire il cervello di ipotesi sull’avvenire, e una buona manciata di energia vitale a pompare desideri nel cuore e nella carne, e qualche goccia di fiducia in se stessi a far guardare all’orizzonte come a un richiamo potente e a una sfida silenziosa, eppure ben chiara, eppure pressoché irresistibile.

Una storia tipicamente statunitense, nel bene e nel male. Nel segno positivo di quattro ragazzi sbucati dal nulla che fanno del rock di buona fattura, anche se privo di un’autentica originalità, e che riescono a emergere con le loro sole forze. E nel segno negativo dello show-business che adocchia il loro talento e per un po’ si limita a lasciarli fare, per vedere se oltre alle loro attitudini di musicisti possiedono anche il misterioso appeal di chi potrebbe, o prima o dopo, soggiogare il pubblico e diventare una star. La pianta si irrobustisce. I giardinieri del marketing si interrogano su come modificarla, per renderla più attraente e remunerativa.

.Loro tengono duro su alcune cose, e cedono su altre. Rifiutano di esibirsi alle feste private, di concedere i loro pezzi al cinema e di comparire nei panni di se stessi in una celebre sitcom televisiva come Ugly Betty, rivendicando quei loro dinieghi come la prova inoppugnabile della propria integrità. Accettano di cambiare look, da quello sgangherato di ragazzotti del Sud che avevano un tempo (cappelli da cowboy, capelli in disordine, facce da rissa) a quello da tipetti cool che non sfigurerebbero nella pubblicità di qualche marchio di abbigliamento alla moda. Vivono da star, dormendo in stanze d’albergo da 5.500 dollari a notte, ma in linea con innumerevoli altri rocker del passato e del presente possono raccontare e raccontarsi, con qualche buona ragione, che quello è solo il fondale. Cercavano di spassarsela anche prima, coi quattro soldi che avevano in tasca. Oggi se la spassano alla grande, grazie agli introiti a sei o sette zeri che arrivano dalle vendite dei dischi, coi quasi sette milioni di copie di Only by the Night, l’album del 2008 che li ha proiettati nell’empireo dei big, e dai concerti che vanno rapidamente in sold-out. La differenza balza all’occhio, ma è molto meno sostanziale di quel che può sembrare. La radice del piacere non è nel prezzo dei giocattoli. È nella voglia di giocare. Nello schiacciare a fondo il pedale dell’acceleratore e nel sentire il motore che romba. È una Ferrari? Tanto meglio. È una vecchia Mustang con addosso due o trecentomila chilometri? Va bene lo stesso. Chiudi gli occhi, baby. Goditi lo spettacolo. Tieniti forte, che sto per aprire il gas.

I Kings of Leon sono del Tennessee. Tre fratelli e un cugino. Tutti con lo stesso cognome, però. Quattro Followill nella stessa band: Caleb alla voce e alla chitarra ritmica, Nathan alla batteria, Jared al basso, e Cameron, il cuginetto, alla chitarra solista. Un sodalizio spontaneo, più che un progetto artistico. Il gioco di squadra che scaturisce dal fatto che la squadra esiste già, per mere ragioni anagrafiche. Il team c’è sempre stato. Il nome no. Il nome del gruppo è un calembour, arrivato più o meno per caso. Stavano cercando qualcosa di adatto e non è che avessero chissà quali messaggi da trasmettere e chissà quali opzioni tra cui scegliere. Angelo Thomas Petraglia, il musicista e autore che li segue dall’inizio e che loro considerano una specie di quinto membro dell’organico, ha buttato lì un “Kings of Zion”. Suggestioni religiose a buon mercato, sul doppio binario del riferimento soggettivo, quello del padre predicatore di Nathan, Caleb e Jared, e della provenienza oggettiva dalla cosiddetta “Bible Belt”, che individua gli Stati della fascia meridionale degli Usa in cui l’antica tradizione protestante si mantiene più viva – o più virulenta. Troppo ingombrante, hanno replicato loro. E sul filo dell’assonanza (o della Provvidenza) hanno sfoderato l’alternativa: loro nonno, il nonno di tutti e quattro, si chiamava Leon. L’ipotesi Kings of Zion è scesa dal pulpito e, per così dire, si è accomodata al tavolo della cucina, o sotto la veranda a scolarsi qualche birra e a fare due chiacchiere, o davanti alla tv a sgranocchiare popcorn e a vedere una partita di baseball o di football, o il gran premio di Indianapolis. Tutti d’accordo, su Kings of Leon? Tutti d’accordo.

Il nuovo album, il quinto della serie, si chiama Come Around Sundown. Come al solito, il titolo è composto da cinque sillabe: un vezzo o una scaramanzia, un ammiccamento a uso e consumo dei fan, e dei media, o uno scongiuro a uso e consumo di se stessi, perché finora è andata bene e, nel dubbio, è meglio non indispettire la buona sorte mostrandosi troppo scettici sul peso dei rituali nella riuscita dei sortilegi. Semmai, meglio riservare le affermazioni di indipendenza alle questioni di contenuto, vedi il sorprendente-inebriante-esagerato successo di quel Sex On Fire che li ha trainati in cima alle hit. Come dice Caleb, «Per me quello era solo un brano scritto per divertirci un po’. Mai avremmo pensato che 20 mila adulti avrebbero urlato “Your sex is on fire” tutte le sere ai nostri concerti. Ma ormai mi ci sono rassegnato».

Beata ingenuità: alla fine è quasi sempre l’immediatezza, a infiammare le masse. E il prezzo da pagare, se si vuole rimanere ai vertici, è quasi sempre un’accettazione di questo principio elementare e insidioso, per cui la finezza è ammessa, e persino ammirata, solo se si cela in un prodotto di grande presa. Come Around Sundown è in bilico sulla trappola. A tratti scivola, a tratti si riprende. E non si sa davvero se augurargli di confermare l’exploit di Only By The Night. Due colpi di fortuna consecutivi, alla roulette dell’industria discografica, sono un rischio enorme per chiunque, visto che inducono a credere che il compimento della missione, e la gioia suprema, consistano nell’accumulare le fiches.

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