In viaggio verso (il manifesto) Heliopolis

Giuseppe Di Gaetano

L’articolo che segue fa riferimento al progetto della Heliopolis edizioni di Sandro Giovannini, di produrre il Manifesto “Per una nuova oggettività – partecipazione al destino del popolo” in corso d’opera. Per ulteriori approfondimenti, leggere anche, qui su Il Fondo: “Heliopolis. Per un manifesto in fieri“, “Prolegomeni per un manifesto in divenire“, “La parola d’ordine è una sola: ripartire“, “Manifesto Heliopolis. Una nuova oggettività“, “Manifesto Heliopolis. Postumanesimo ed ultra“.

La redazione

VERSO HELIOPOLIS


Ben è il viver mortal, che sì n’aggrada,
sogno d’infermi e fola di romanzi

Francesco Petrarca,  Trionfo d’amore

Abbiamo un compito.

Il primo passaggio è riconoscere di avere un compito.

Il secondo passaggio è costruire un linguaggio per esprimerlo.

Il terzo passaggio è scoprire l’insufficienza del linguaggio in uso.

Interrompere, quindi, come scelto da Heidegger?[1]

Ovvero

Dilapidare parole piene di buon senso?

Il varano, venuto dal mare, con le tozze zampe ben salde sulla terra, socchiuse le fauci mentre con la lunga coda sferza l’aria, annuncia tempi nuovi.

Tra i dormienti

Da condividere prontamente senza eccezioni..

Ma chi è desto si accorge che emette suoni simili a parole ma parole non sono. La sintassi dei luoghi comuni, solo apparentemente innocua.

Il consenso come dominio è la via del dominio come consenso. Proiettata dai mezzi di comunicazione di massa come unica possibile.

Sennonché.

Nelle tranquille cavità sotterranee l’acqua limpida continua a scorrere in mille rivoli per confluire poi in un punto che io non conosco, mentre il varano impotente avverte quella vibrazione trasmessa all’osceno ventre poggiato sul terreno. Teme l’ignoto, non accetta l’inconoscibile poiché sfugge necessariamente al suo dominio, e perché la sua lettura del mondo glielo impedisce. Ha costruito la propria tana sulla terra ferma, semplicemente scostando un poco di terra e giacché non gli è stata data la possibilità di filiare, solo servitori lo attorniano.

Aspetta e controlla, impotente.

Irritato dalla propria impotenza.

Ma con una zampa sulla terra di Francia stritola il corpo dello scrittore giustiziato senza trattenere però le sue parole che continuano a levarsi.

Vorticosamente.

La seconda zampa tiene a schiacciare la terra di Polonia dalla quale sale il lamento del popolo eletto due volte tradito.

Con la terza si trastulla sopra le cavità carsiche grattando con l’ungulo orrendo del dito appena disteso il nome della laguna. Ma il nome è scritto sull’acqua e non svanisce.

La quarta distende sulle rovine dell’Alcazar di Toledo dal quale il colonnello José Moscardó Ituarte innalza sua croce

E nostra.

Alta sopra l’inutile  mausoleo di parole che parole non sono, ma tanto paiono al popolo dei dormienti.

Se ne fotteva, nella gabbia di Coltano, il miglior fabbro

S E N E F O T T E V A

E quando uno se ne fotte cade il potere dei servi del varano

Intanto che

Un numero incalcolabile di artigiani

Fin nelle più lontane plaghe

in tutte le lingue

leviga parole e suoni, discioglie colori e tutto affida alle falde sotterranee perché lo porti lontano fin dove la polla benedetta dall’inizio dei tempi, affiora, e disseti chi ha sete.

L’acqua non è opera loro. A loro è richiesto di assecondarne il flusso, di riconoscerne la funzione.

In Europa di uomini liberi

Sed tantum dic,

Verbo


[1] Martin Heidegger interruppe sein und zein perché il linguaggio usato non gli permetteva di parlare dell’essere

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