Il mondo in mano alle donne. Finalmente…

Angela Spaziano

«Può darsi ch’io non sappia cosa dico, scegliendo te – una donna – per amico…», cantava Lucio Battisti in tempi ormai lontani. Era l’epoca un po’ retrò ma più sana in cui una donna non poteva essere altro che fidanzata, moglie – o angelo del focolare, tanto per usare un elegante eufemismo – figlia o sorella, e considerarla “amica” era già tanto. Oggi invece una nostra paredra non solo potrebbe benissimo essere scelta come amico, ma anche come collega, commilitone, onorevole, direttore, amministratore delegato, presidente e via con gli incarichi un tempo a lei preclusi. Anche nello sport il disgelo nel confronti delle signore può considerarsi ormai cosa fatta. Le figlie di Eva, infatti, oltre a rompere il tabù costituito dalla disciplina “macha” per eccellenza, ovvero il calcio, se la cavano egregiamente perfino nel rugby nelle arti marziali e nel paracadutismo.

Almeno è quello che accade in misura sempre più significativa negli Stati Uniti e in alcuni Paesi dell’Asia e d’Europa. Sono ormai da considerarsi pezzi d’antiquariato le vecchie foto di cronaca in bianco e nero anni 80-70, che ritraevano le prosperose operaie sovietiche mentre, imbacuccate in abiti inguardabili, svolgevano i più pesanti incarichi da uomo, come spazzare le strade, spalare la neve o lavorare in miniera. Le autorità comuniste sostenevano che tutto questo era la prova palmare della piena parità tra i sessi finalmente raggiunta nel paradiso socialista. Tuttavia quelle immagini suscitavano profonda tristezza e il “paradiso” falcemartello, tanto lodato a parole specialmente dall’apparatcik dei Pc di mezza Europa, non trovava nessuno dei suddetti laudatores disposto a trasferirvisi in pianta stabile.

Il capitalista occidente, pur se malgovernato, arretrato, vile e pieno di difetti, rappresentava pur sempre un luogo assai più confortevole in cui vivere se paragonato alla gelida e grigia patria di Lenin. Insomma, da noi si era ancora all’alba del movimento femminista, e regnava incontrastato il luogo comune che i lavori più impegnativi o pericolosi erano prerogativa dei maschi, o perché erano più forti o perché erano più resistenti o perché non erano soggetti a interruzioni per maternità. E il gentil sesso restava confinato nelle sartorie o tra le botteghe di coiffeur a trafficare tra manicure e colpi di sole.

Oggi invece le signore guidano disinvoltamente autobus e taxi, dirigono il traffico, fanno la guerra e la pace, governano, vanno sulla luna e svolgono pure mansioni da becchino, anche se in tutto questo la femminilità non ci guadagna di sicuro. Del resto la storia talvolta non ha mancato di portare alla ribalta personalità femminili dal carattere spiccatamente maschile. Celebre il Faraone femmina Hascepsut, che governò l’Egitto con mano ferrea migliaia d’anni prima di Cristo. E chi non sa che la Francia deve la sua stessa sopravvivenza e identità, come nazione e come popolo, a donne d’acciaio come Giovanna D’Arco,  Caterina o Maria de’ Medici? E l’Inghilterra? Quanto è debitrice Albione alla “mitica” era elisabettiana e alla “dama di ferro” Margareth Thatcher? E l’India moderna a Indira Gandhi? E il Pachistan a Benazir Bhutto? E Israele a Golda Meyr?

Tutte queste insuperate “big” della politica, tuttavia, hanno rappresentato pur sempre l’eccezione, e non la regola. Quest’ultima prevedeva una leadership fatta solo ed esclusivamente a misura di maschio, e la donna, al massimo, poteva svolgere un ruolo defilato, lavorando discretamente all’ombra dell’illustre consorte. Oggi invece, la globalizzazione, i mutamenti nel mercato del lavoro e anche la recessione degli ultimi due anni, hanno profondamente modificato la situazione nel mondo del lavoro. Altro che sesso debole. Sembra proprio che anche questo stereotipo – quello che ritagliava per la donna un ruolo eternamente da comprimario accanto al celebre marito, al figlio o al fratello – si stia avviando rapidamente verso la rottamazione.

In America, infatti, l’altra metà del cielo se l’è cavata nettamente meglio del cosiddetto sesso forte davanti alla crisi. La disoccupazione maschile negli States infatti sfiora il 10 per cento, mentre quella femminile è solo all’8. Anche il gap retributivo va velocemente colmandosi, tanto che a parità d’incombenza adesso le figlie di Eva guadagnano l’82 per cento di un maschio. Una differenza in parte dovuta agli impegni familiari che rallentano tuttora le carriere delle lavoratrici o spingono le occupate a preferire forme di lavoro più flessibili. Negli Usa, infatti, come già nel resto del mondo, il mercato del lavoro rosa è stato sempre caratterizzato dalla “tempesta perfetta”, con le donne penalizzate su tre fronti: sul piano retributivo, nei livelli occupazionali e, soprattutto, nella conquista di posizioni di vertice. E la maternità è stato sempre uno dei fattori cruciali che hanno ostacolato le carriere delle signore, alimentando ingiuste e anacronistiche discriminazioni.

In questi ultimi anni, tuttavia, il recupero è stato assai significativo. Basti pensare che dieci anni fa le buste paga delle “miss” erano appena il 79 per cento di quelle dei “mister”. Andrebbe anche considerato che in futuro la situazione non potrà che migliorare ulteriormente a vantaggio del sesso debole, perché da tempo le americane hanno superato i paredri per numero di lauree, di master e dottorati di ricerca. Infatti, attualmente più di metà del mercato del lavoro negli Stati Uniti parla ormai al femminile.

Proprio il 2010 è stato l’anno del sorpasso, e le lavoratrici, che dodici mesi fa erano salite al 49,7 per cento, dovrebbero ormai fare la parte del leone tra i percettori di reddito. Il perché di questa situazione che vede le girls avvantaggiate sui boys è chiaro: gli uomini soffrono di più perché rappresentano la grande maggioranza dei lavoratori dell’industria, del manifatturiero e delle costruzioni, vale a dire i tre settori più colpiti dalla congiuntura. Le donne, invece, prevalgono in ambiti meno toccati dalla bufera: insegnamento e assistenza ospedaliera.

Un’indagine appena pubblicata dall’Università del New Hampshire e dal nome sintomatico – “Family Relations” – documenta numerosissimi casi di madri di famiglia spinte a rimboccarsi le maniche perché, col marito rimasto disoccupato, tocca a loro prendere in mano la situazione. Per quanto poi riguarda le questioni di leadership, le donne hanno conquistato molte posizioni di potere soprattutto in politica. Esemplare è la situazione della patria di George Washington, con Hillary Clinton Segretario di Stato e – forse – possibile candidato democratico alla Casa Bianca nel dopo Obama magari contro la repubblicana Sarah Palin.

Un bel traguardo, non c’è che dire. Ma anche negli organismi che governano la finanza le donne hanno fatto strike, anche se nelle grandi aziende stellestrisce le top manager in rosa sono ancora poche. Va tuttavia considerato che nelle prime 500 società americane le donne sono riuscite a conquistare il 15 per cento delle poltrone nei consigli d’amministrazione, un numero quasi raddoppiato rispetto a 25 anni fa, laddove le imprese europee battono ancora la fiacca. Anche nel Vecchio Continente l’attenzione è concentrata sugli sforzi per ampliare la rappresentanza femminile al vertice delle aziende. Non solo provando a imporre quote rosa per legge, ma anche per l’iniziativa autonoma di singole aziende come la tedesca Deutsche Telekom, che si è impegnata ad avere entro il 2015 quadri intermedi e top management composti per almeno il 30 per cento da donne. La finanziaria svizzera Naissance Capital ha addirittura istituito un fondo che investe solo in società che hanno donne in consiglio d’amministrazione, sostenendo che questa scelta risponde comunque a una logica economica e sociale.

Secondo studi condotti negli anni scorsi dalle società di consulenza McKinsey e Catalyst, infatti, le aziende con donne nei posti di comando sono mediamente più produttive e competitive delle altre, tanto in Europa quanto negli Usa. Norme per introdurre quote rosa obbligatorie per costringere le aziende a spalancare la camera dei bottoni all’altra metà del cielo sono in discussione da tempo in Italia e Francia, mentre sono già operative in Norvegia e sono state approvate anche da Spagna e Olanda, dove entreranno in vigore solo a partire dal 2015. Nonostante tutte queste misure, però, l’Europa è ferma a uno share femminile nei consigli dell’11,7 per cento.

Le quote rosa tuttavia, pur possedendo una loro logica finalizzata al progresso sociale, rischiano di provocare effetti collaterali aberranti. In Norvegia, ad esempio, le imprenditrici con un’esperienza manageriale di peso sono talmente poche che ognuna di loro finisce obbligatoriamente per sedere in tre o quattro consigli d’amministrazione contemporaneamente. E in Francia la spinta a dare una connotazione più soft ai consigli d’amministrazione ha portato alla nomina di diverse “madame”. Il fatto però è che le cooptate devono il loro incarico più all’appartenenza a prestigiosi clan familiari che alle capacità manageriali possedute.

Malgrado tutto, però anche la vecchia Europa quanto a pari opportunità se la cava egregiamente, con diversi paesi, soprattutto del nord del continente, governati da presidentesse, vedi la Finlandia. Ma è l’Italia a rappresentare il fanalino di coda. Non è che uno voglia andare a ravanare tra le nostre gloriose vicende storiche, che hanno visto le rappresentanti del sesso debole salire persino al seggio imperiale. Di esempi ne avremmo moltissimi. Basti pensare a Galla Placidia, a Teodolinda, a Caterina Sforza, a Donna Olimpia Maidalchini. E le cortigiane? Chi potrebbe mai negare il grande ruolo giocato dalla contessa di Castiglione nel nostro processo di unificazione? E ancora, Vannozza Cattanei, Lucrezia Borgia, Veronica Franco,  Artemisia Gentileschi

Il fatto è che anche da noi la regola potremmo dire “salica”, ha inesorabilmente precluso alle figlie di Eva incarichi di rilievo e le eccellenze di sesso femminile sono state l’eccezione anche nello Stivale. Fino a pochi decenni fa le donne nel nostro paese, e in particolar modo nel Sud, erano ancora soggette a un ferreo codice di evitazione che le costringeva a fare, a frequentare e a vivere in ambienti deputati esclusivamente alla loro pertinenza. In pochissimo tempo però siamo passati dalle eterne vedove meridionali perennemente avvolte in abiti neri alle sindachesse, alle imprenditrici, alle manager più prestigiose – vedi Emma Marcegaglia – o alle valide sindacaliste come Renata Polverini, poi assurta al vertice della Regione Lazio, o all’ultimo exploit di Susanna Camusso, ascesa alla cabina di regia della Cgil. Senza contare poi le parlamentari, numerose anche se in percentuale abbastanza trascurabile rispetto alla folta preponderanza maschile.

Il fatto è che da noi ancora non si è ben compreso che il motore economico e sociale del nostro Paese si potenzia solo concedendo una maggiore considerazione al sesso debole. Come? Bisognerebbe puntare più sui risultati, non sulle ore di presenza in ufficio. Tutti ormai hanno telefono e pc collegati in rete, ma il telelavoro ancora non è stato adeguatamente riconosciuto e regolamentato. E pensare che davanti a gravi handicap di carriera come la maternità ad esempio, il telelavoro potrebbe rappresentare la quadra per ottemperare le esigenze di lavoro con quelle della famiglia. E tutti vivrebbero felici e contenti. A cominciare dall’eurodeputata-mamma Licia Renzulli.

Angelo Spaziano

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