Fini e i tabooga della cultura

Giuseppe Di Gaetano

Così affrontiamo il nocciolo della questione. Cultura è un termine che col tempo ha incluso tutto e il contrario di tutto. Non può essere separato dal ruolo che l’uomo di cultura assume nella società ed anzi è autenticato proprio dall’atteggiamento concreto che l’intellettuale ha nei confronti del “resto”. E siccome l’accusa di far chiacchiere è dietro l’angolo elenchiamo immediatamente i punti di crisi dei quali si dovrebbe discutere e non si discute:

  1. Il problema delle pensioni, legato all’uso, negli anni sessanta e seguenti, dei fondi accumulati dai lavoratori, sufficienti per pagare la propria pensioni e quella delle generazioni future, utilizzati invece per costruire immobili, in quantità esorbitante, distribuiti senza criterio che non fosse quello clientelare e, per “mantenere la pace sociale”, attribuendo a pioggia la cassa integrazione.  L’aumento della vita media ho la netta impressione che sia una balla messa in giro da chi non si vuole assumere la responsabilità del disastro del quale è corresponsabile. Si tratta di una questione di carattere culturale, storico e istituzionale insieme legato al concetto di patto tra generazioni.
  2. Il degrado, lento, progressivo inesorabile della scuola italiana consegnata sempre più in mano ai burocrati dal momento in cui lo stato, non più all’altezza per gestire adeguatamente una realtà così complessa, ha inventato la formula dell’autonomia dando la spinta decisiva al declino di ciò che per antonomasia deve rappresentare il futuro della società e dello stato nella quale si incarna, facendola diventare agenzia di collocamento per giovani e meno giovani in cerca di occupazione. Con buona pace per l’istruzione intesa come trasmissione del sapere.
  3. l’insufficienza, grave, palese della lettura storica da almeno due secoli a oggi, non di rado imposta per legge sull’onda di spinte a carattere religioso, o ideologico, che nulla devono avere a che fare con uno stato autenticamente laico. E’ forse l’aspetto più retrivo dell’epoca nella quale viviamo. Ultimamente associata anche all’idea di normare ipotesi scientifiche (che cessano di essere ipotesi).
  4. La persistenza di arcaiche forme di cultura, tuttora molto diffuse, sopravvissute al tramonto del marxismo, riconoscibili dal linguaggio speculare a quello dei “fratelli” televisivi più o meno grandi, inclini all’uso del “k, completamente immerse in un conformismo disarmante, vagolanti tra il cineforum e la terapia di gruppo, ma pronte ad infilarsi nel corteo per la difesa della zanzara anofele estinta dall’aggressione fascista della bonifica pontina. Rigorosamente anticlericali. Si capiscono da sole.

Sono alcuni esempi. Adesso che in quel di Pesaro, intorno a Sandro Giovannini, si sta sviluppando qualcosa di interessante, lasciamo agli esperti i punti 1, 2 e 3 e procediamo. Anche se le culture vetero marxiste si capiscono da sole il danno è stato provocato. Sono felicissimo che una mia conterranea abbia venduto tremilioni di copie di una sua pruriginosa opera prima[1], che Moccia superi il milione con ogni suo titolo, che Fabio Volo lo segua dappresso,  ma qui si pone per intero il problema della lingua che non è solo o prevalentemente il problema della forma ma è soprattutto e prima di tutto il problema del pensiero. Una mia amica, Patrizia Polli, mi ha fatto notare come oggi i bambini scrivano in inglese anche quando usano termini italiani. E’ un’osservazione di grande importanza anche perché si può trasferire pari pari agli autori sopra citati. Scrivere in una lingua non è usare una sintassi ma è pensare in quella lingua. Esistono fortissimi indizi che  l’esplosione, soprattutto di natura scientifica e filosofica, avvenuta nella prima metà del secolo scorso in Germania e limitrofi sia da correlare oltre che alla qualità di quelle università, all’uso diffuso del tedesco e del latino. Qui abbandono un argomento appena accennato che meriterebbe ben altra e attenta analisi. C’è il laboratorio di Pesaro. C’è un manifesto del quale si cominciano a definire i contorni. Insomma, c’è da lavorare.

Da ormai diversi decenni la politica ha invaso i campi della cultura, mentre si assisteva specularmente ad un ritrarsi docile, quando non servile degli intellettuali. Ed è solo per questo che enormità quale la legge sulla shoa o quella contro la cosiddetta omofobia abbiano potuto farsi strada. Siamo tornati, come avrete intuito, al punto “3” e siamo tornati a Fini. In una sorta di fascismo al contrario imporre per legge una visione storica sulla spinta, oltretutto, di un’autorità religiosa è cosa che sa di medioevo o di fascismo, nella caricatura che ne ha fatto la storiografia corrente. Lasciamo agli storici la possibilità di letture anche divergenti senza confezionare una verità precostituita, imposta per legge, con il rischio, non teorico, di finire in galera. La prontezza con la quale i due presidenti delle camere hanno corrisposto alla sollecitazione dell’autorità religiosa mi lascia grandemente perplesso. Soprattutto nel caso di Fini. Ed è proprio qui l’esempio più caratteristico della distanza che esiste, inevitabilmente, tra il politico e l’intellettuale. L’obbligo, per motivi che posso intuire ma non conosco, ad esprimersi in quei termini da parte del presidente della camera è simmetrica alla denuncia del grave vulnus alla libertà di pensiero da parte mia. Faccio un esempio, così forse sono più chiaro. Per me cattolico è indiscutibile l’esistenza del Cristo storico ma se qualcuno volesse confutare, e di fatto esiste più di qualcuno,  la fondatezza storica di Gesù di Nazareth DEVE poterlo fare senza incorrere nei rigori della legge. Non è stato sempre così. Oggi lo è e la considero una conquista. Quello che si sta ipotizzando è un tornare indietro. Non mi interessa se ad accendersi sono i roghi, le camere a gas, o a tendersi una corda alla quale vengono appesi, è la storia dei nostri giorni, i presunti responsabili. La barbarie è sempre la stessa ed è riconoscibilissima. Quale futuro e quale libertà ci promette Fini?   Se poi io intendo l’omosessualità, anche sbagliando,  come un disturbo della personalità lo posso argomentare o mi è vietato per legge?  Anche qui con Fini entusiasticamente impegnato in questa direzione.

La libertà è qualcosa che si conquista giorno dopo giorno e che nessun politico ti può regalare, perché non è suo compito ma almeno si chiede sommessamente agli intellettuali che normalmente circondano ogni uomo di potere di consigliarlo in modo avveduto perché gli errori, soprattutto quando certificati dalla legge, col tempo diventano macigni e non c’è ragione politica che tenga. Vedi  leggi razziali del ’38.

Questo per quanto di competenza.

Geppe Di Gaetano


[1] Melissa Panarello da Catania.

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