Bruce Springsteen. “The Promise”

Federico Zamboni

. Arriva quando vuole lui, il tempo delle grandi scelte dell’esistenza. Tu puoi maledirlo o benedirlo, al momento. Ma in entrambi casi verrà il giorno (la notte) in cui lo ricorderai col rimpianto delle cose importanti che appartengono definitivamente al passato. Penserai che era troppo presto. Penserai che era troppo tardi. Ti farai qualcuna delle domande che non ti sei fatto allora. Ti chiederai come mai ti sono sfuggite. Erano così logiche. Persino ovvie. Sono rimaste inafferrabili. La mappa era giusta. Le scritte erano incomplete. Hai dovuto tirare a indovinare. È andata come è andata.

Bruce Springsteen alle prese con Darkness on the Edge of Town, nella primavera del 1978. Tre anni prima c’è stato l’exploit di Born to Run. Poi la lunga lite giudiziaria con l’ex manager, Mike Appel. Adesso questa cosa, bella e difficile. Riprendere il cammino e andare in cerca della strada che porta a quel magico incrocio tra quello che ami tu e quello che amano gli altri. Riascoltare le canzoni vecchie e osservarle come se le avesse scritte qualcun altro. Lui sì che è stato bravo. O forse no. Forse ha avuto solo fortuna. Ascoltare le canzoni nuove, che non hanno ancora trovato la loro veste definitiva, e contemplare le infinite alternative di uno strumento in più o in meno. Di un’accelerazione o di un rallentamento. Di un primo piano che si impone, ma che potrebbe infastidire. Di una sfumatura discreta che rimane sullo sfondo, correndo il rischio che nessuno se ne accorga. Un’occasione sprecata. Un’altra occasione sprecata.

.La musica. La musica. La musica. E qualche brandello di tutto il resto, se avanza un po’ di tempo e di energia. Per qualcuno sei già una star. Per i tuoi sei ancora il ragazzo difficile di un tempo. Guarda in faccia la realtà, Bruce. Fai un lavoro che non è un lavoro. È solo un gioco per cui ti pagano, se ti va bene. Una messinscena alla quale credono, se ti va bene. Ma non chiamarlo lavoro. Non con noi. Non con noi che lavoriamo davvero.

«Io so quello che vuol dire non poter fare quello che vuoi, perché me ne rendo conto quando vado a casa. Non è divertente, non è uno scherzo. Vedo alcuni dei miei migliori amici. In un certo senso vivono la stessa vita dei miei genitori. Hanno dei figli e lavorano duro. Questa è la gente in cui puoi vedere qualcosa negli occhi… Ho chiesto a una mia amica: “Che fai per divertirti?”. “Io non mi diverto”, mi ha risposto. E non scherzava.»

Vite che hanno smesso di correre. Sguardi che hanno smesso di accendersi. Storie che possono commuovere dentro un film o una canzone – nella speranza di un happy end o, se non altro, nella consapevolezza che il dramma, se dramma ha da essere, finirà nel giro di un paio d’ore o di qualche minuto – ma che nella realtà grondano amarezza e costano fatica. L’oscurità ce l’hai dentro. È aumentata senza motivo. Come una città in cui le luci, inspiegabilmente, si vanno spegnendo nel pieno della notte.

«Darkness on the Edge of Town – scriveva Dave Marsh già nel 1979, in quella che resta la più celebre biografia di Springsteen mai pubblicata (Nato per correre, Gammalibri, 1983, p. 379) – è uno dei dischi rock più complessi mai fatti, un insieme di canzoni che torna continuamente indietro su se stesso alla ricerca ossessiva dei Grandi Segreti. Ma i contenuti del disco sarebbero stati capiti anche senza i testi. Il suono è fresco e implacabile; la chitarra urla, l’organo ulula, le voci ruggiscono, la batteria è uno schianto. La musica cessa a malincuore, ma non per molto. Tutto questo conduce a qualcosa, che non è l’oscurità di per sé, ma quello che potrebbe nascondercisi dentro, percepibile soltanto da quelli di larghe vedute e grossa forza di volontà».

Solo dieci brani, ma a partire da un numero molto più consistente di alternative. E frutto, perciò, di una scelta difficile. In qualche caso certamente dolorosa. In qualche caso sicuramente sbagliata, se si guarda solo al valore del singolo pezzo che è stato escluso. Uno per tutti: The Promise. Toccante come pochi, ma già così bello, così nitido, così compiuto nell’esecuzione per pianoforte e voce, che non si trovò il modo di elaborarlo come gli altri. Così lo si mise da parte, insieme alla ventina di composizioni che fu necessario accantonare. La svolta di Nebraska non era solo lontana. Era impensabile. Springsteen non poteva cambiare la sua immagine, da rocker a folksinger, prima ancora di averla consolidata. The Promise, coi suoi splendidi versi sul rapporto tra sogni e realtà, tra giovinezza ed età adulta, rimase fuori dall’album. E fuori da qualsiasi altro disco fino a quando, nel 1999, non spuntò in fondo a 18 Tracks, edizione ridotta del quadruplo e quasi omonimo Tracks, integralmente basato su inediti e su una manciata di B-side dei 45 giri.

.Oggi, 22 anni dopo, proprio The Promise diventa il titolo di un doppio cd che riunisce tutto il materiale non utilizzato a suo tempo. Ma non si tratta di riversare i vecchi nastri sui nuovi supporti digitali, magari limitandosi a ripulirli lo stretto indispensabile. L’operazione è più ampia, con tutti i rischi del caso. Le incisioni del 1978 sono state rielaborate in misura più o meno cospicua, collocandole così in una sorta di universo parallelo. Che non corrisponde completamente né al passato né al presente. A voler essere generosi è un esperimento suggestivo: lo Springsteen di oggi, a sessant’anni suonati, che reincontra il se stesso di tre decenni fa e gli fa da produttore, senza alcun rigore filologico. Le conseguenze sono inevitabili: la qualità della scrittura rimane, la tensione di allora svanisce. Bruce esercita i suoi legittimi diritti di proprietario, e come sempre la sua buona fede è fuori discussione, ma se l’intenzione era quella di completare a posteriori l’album originale, per far vedere come avrebbe potuto essere, l’obiettivo è mancato.

Uno degli elementi di forza di Darkness, alla fine, era proprio questo. Aveva qualcosa di laconico. Qualcosa di inespresso. Lasciava capire che avrebbe potuto aggiungere molto altro, se avesse voluto. O se ne avesse avuto il tempo. Ma ti induceva a chiederti se eri davvero sicuro di volerlo fare; e se ascoltare il resto della storia sarebbe stato meglio o peggio. Non nell’immediato. Alla lunga. Perché niente è del tutto gratuito. La verità men che meno.

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