Berlusconi vs Fini. I danni e la speranza

Giuseppe Di Gaetano

Affermare – avevo ragione – non mi fa star meglio. Oggi, quando ciò che si definisce di destra s’agita intorno a quel che da anni andavo ripetendo e scrivendo, non mi conforta. Quando un intellettuale della statura di Marcello Veneziani finalmente condivide la necessità di discutere d’altro che non siano gli immobili ovunque dislocati, gli eventuali “tagli” suggeriti per aggirare l’immagine di un Italia d’avanspettacolo piuttosto che il paese nel quale la politica è nata, quando finalmente si cominciano a fare i nomi di chi potrebbe corrispondere alla bisogna, allora siamo un bel passo avanti.

Per anni abbiamo ascoltato un solo nome, ossessivamente ripetuto, anche là dove non avrebbe avuto nulla da aggiungere. E’ tutto in un articolo di Salvatore Merlo su Il Foglio, pubblicato il 19.11. La pretesa del momento politico di fare a meno di quello culturale è implosa miseramente. Sarebbe bastato non lasciare da solo il manovratore, avere la capacità di contraddirlo, mai emersa nel corso degli anni. Anche contro la sua volontà. La pretesa tutta berlusconiana, condivisa con larghi strati della politica, di poter fare a meno della cultura ha condotto al disastro attuale. Poiché o l’uomo politico sa o si rende conto che storia, letteratura, economia, e chi più ne ha più ne metta, costituiscono il fondamento della propria azione e non il corollario  salottiero, o si va dritti dritti a situazioni come quella che stiamo vivendo.

Né si deve pensare che nel fronteggiarsi tribale, molto muscolare, vi sia chiarezza in qualcuna delle due parti. E  mentre la definizione della prima compagine è certificata dalla presenza di un capo tribù indiscusso che si è assegnato la potestà arbitraria di cacciar via gli indesiderati nella seconda non emerge quella idealità che distingue una comunità, per quanto piccola comunque ordinata, da una rozza congerie  dominata da pulsioni quando non da faide.

Seppure nella confusione attuale non può rimanere senza risposta l’affermazione di Bersani con la quale si comunica essere la nostra la migliore delle costituzioni possibili. Dimenticando che la più bella delle costituzioni si diparte dall’immagine dei corpi appesi alla pompa di benzina di Piazzale Loreto. Ma chi si arrischierebbe al contraddittorio tra gli astuti contendenti completamente intenti, in questo momento, a colpirsi tentando di lacerare l’avversario il più profondamente possibile. Infischiandosene degli otto milioni di italiani al di sotto della soglia di povertà. Quest’ultima è la priorità… Insieme con altre che non sto ad elencare. Le prime risposte vanno date a costoro. Mentre è il totoelezioni prontamente messo in moto che tiene banco col suo strascico di sondaggi, di colpi proibiti, di amenità, che tali sarebbero fino in fondo se non recassero insieme con l’aspetto grottesco il sapore di un paese in disfacimento che, quando ce la fa, sale su una gru a urlare la propria disperazione altrimenti rassegnato ad aspettare la fine nei troppi tuguri del meridione.  E aggiungo un’osservazione. Senza articolarne l’analisi. Il Sud d’Italia, La Sicilia davanti a tutti, si trova in una condizione preinsurrezionale. Spero di sbagliare ma la sensazione è nettissima.

Compio un salto. Solo apparente. Esiste un vuoto in Italia ed è quello della cultura cattolica malamente specchiata dalla DC in chiave politica. Allora si trattava di raccogliere l’eredità redenta del socialismo “buono”, cioè del fascismo, con la parte più irriducibile confluita nel Msi . La centralità della cultura cattolica, non necessariamente confessionale, in Italia e in Europa faceva scrivere a Benedetto Croce, laico e liberale, «perché non possiamo non dirci cristiani», nel 1941. Diventata confessionale, nel dopoguerra, perdeva autorevolezza fino a formare quella miscela vischiosa con gli scampoli esausti del marxismo, riconoscibile oggi nel PD. Socialismo “buono” e cultura cattolica sono perciò, e così torniamo con i piedi per terra dopo il salto, i due momenti culturali con i quali bisogna operare per far ripartire il paese. Stato sociale e rigore istituzionale, valori morali e dinamismo funzionale, caratteristiche delle due scuole, contigue e separate, in perenne dialettica, sono gli elementi fino ad oggi mancati nella stagione della seconda repubblica. In attesa che anche la sinistra riesca a ridefinirsi trovo inutile appellarsi a ciò che non esiste, costituire accordi strategici con i rottami di una storia ormai superata quando oltretutto hai accanto, magari separati da recenti fratture, persone di qualità e di sicura militanza.

Ma la politica ha le sue ragioni che la ragione non conosce.

Giuseppe Di Gaetano

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks