Al Polpo Paul. Vittima della globalizzazione

Mario Grossi

Rocky è morto! Viva Rocky! Rocky è il cane di un fruttivendolo del mio paese morto da pochi giorni. Aveva molti anni e se ne stava sdraiato, sotto delle cassette di ortaggi vuote, nel negozio del padrone. Ogni volta che lo chiamavi, si drizzava a fatica in piedi e ti ringhiava scoprendo i denti. Quando però ti avvicinavi, si lasciava tranquillamente accarezzare senza dire più niente. Era il suo carattere da vecchio combattente, doveva dimostrare ancora di essere quell’indomito lottatore che era stato in gioventù. Ma in fin dei conti aveva un cuore d’oro. Aveva una personalità, che tutti gli riconoscevano, umani e non, così come tutti gli altri esemplari della comunità canina, integrata a quella umana, del paese.

Rocky non è morto solo e abbandonato, ha avuto il suo padrone a fianco fino alla fine, così come tutti quelli che lo conoscevano. Apparteneva a una comunità locale, forte e formidabile, che annovera altre personalità di spicco: Johnny cane cattolico, da poco morto pure lui, Sancho il tanghero, dongiovanni impenitente, Billy, un odioso Chihuahua pronto a gonfiare il petto e ad abbaiare contro i cani più grossi, con quel presuntuoso squittio che lo fa assomigliare più a un topo che a un cane.

Le comunità locali si rafforzano con il carattere dei singoli, riconoscibili nella loro singolarità, ma integrati in un contesto che fa della coralità una delle sue forze. È per questo che nessuno di quei cani sarà mai solo, anche se non hanno fama che travalica il ristretto confine di un piccolo centro storico.

La globalizzazione invece si muove sul fronte esattamente opposto. Cerca esasperatamente di estrapolare caratteri individuali inducendoli, attraverso i media, a un’esposizione che tende a imporli a una platea planetaria, strappandoli al loro anonimato e alla loro comunità, distruggendo per sempre quel tessuto su cui la comunità stessa aveva prosperato.

La globalizzazione mina la solidarietà comunitaria distruggendola, sradicando i singoli individui generando una solitudine deprimente che presto ha il sopravvento cancellandoli.

Ne sono testimonianza alcune storie riproposte con una certa enfasi dai giornali nazionali che hanno come protagonisti animali.

La scorsa settimana ho letto un lungo articolo sul “Corsera” che raccontava gli affanni di una balenottera grigia che, in cerca di un compagno, aveva intrapreso un lungo viaggio di diecimila chilometri per trovarlo o ritrovarlo. Se non è solitudine questa, ditemi voi cos’è. La poveretta, in un mondo sempre più dominato da una pressione globale che ha distrutto la sua comunità di appartenenza, decide di impegnarsi in un viaggio che ha dell’incredibile, alla ricerca di un po’ di calore (in questo caso non umano ma animale). In un mondo che non contempla più la sua comunità di riferimento, la povera bestia accetta l’idea di globalizzarsi percorrendo un cammino che nessuno di noi saprà mai se sarà coronato dal successo. In perfetta solitudine, come un’estranea, la balena sceglie di affrontare i flutti sconosciuti, che una volta gli erano amici, alla ricerca di qualcosa che suona molto come una falsa promessa, in un cammino obbligato dall’inaridimento delle sue radici che la strappano a una comunità ormai trasformata in deserto.

Sul “Corsera” di sabato 30 ottobre, in prima pagina, compare una foto poetica, corredata da un articolo di Danilo Mainardi, il famoso etologo, in cui un orso polare sembra abbracciare un cane da slitta e giocare con lui. Con una zampa irta d’artigli, che inducono a pensare alla potenziale pericolosità dell’animale, sembra quasi cingere affettuosamente il collo del cane che dal suo canto è intento a leccargli il muso.

Immagine struggente che, come indica lo stesso Mainardi nell’articolo, rimanda ad una situazione drammatica. L’orso, la cui comunità locale è stata azzerata, spezzata, non riuscendo a instaurare alcun rapporto sociale con altri suoi simili, in preda ad un’angosciante solitudine, cerca un po’ di calore scambiandosi effusioni con un cane.

Ma la storia che tra tutte è la più evocativa, e tira in ballo più delle altre la solitudine collegata alla mano perfida del globale, è quella del polpo Paul.

Tutti ricordano il polpo Paul, il grande indovino dei Mondiali di calcio appena trascorsi, che per una cozza si era messo a divinare, azzeccando i pronostici delle partite. Il polpo Paul è morto, finendo la sua carriera ancora sotto i riflettori, ispirando una sequela di polemiche forse architettate a bella posta. Dopo la sua morte, avvenuta sembra per cause naturali, è apparso un articoletto in cui la regista Jiang Xiao mette in dubbio la data del decesso. «Sono sicura – sostiene Jiang Xiao – che Paul è morto il 9 luglio e che i tedeschi ci abbiano ingannato per molto tempo». La regista sostiene che gli ultimi pronostici siano stati affidati a un sosia del polpo più famoso del mondo. Notizia ovviamente smentita dai responsabili del Sea Life di Oberhausen dove il polpo viveva da recluso.

Infine sempre sabato 30 ottobre, “La Repubblica” ha rilanciato una notizia diffusa da “Il Tirreno” in cui si legge che gli amministratori di Marina di Campo, dove Paul era stato pescato, vorrebbero intitolare una strada al polpo che si è fatto onore portando alta la bandiera dell’Elba.

A parte la serie di notizie bislacche che s’inseguono sui giornali, la storia è identica alle due precedenti. È una storia di solitudine.

Il polpo Paul pescato all’Elba, sradicato dalla sua comunità marina, messo in un acquario, è diventato un’icona pop globale cui, in nome del vate Andy Wahrol, sono stati concessi i canonici dieci minuti di popolarità televisiva, per poi essere dimenticato e riesumato solo in occasione della sua morte e delle polemiche successive.

Meglio sarebbe stato lasciarlo al suo scoglio e alla sua comunità, anche a rischio di vederselo servito in un’insalata di mare.

È una storia di ordinaria solitudine all’epoca della globalizzazione che potrebbe, insieme alle altre storie animali raccontate, rappresentare l’immagine di ciò che tutti i giorni accade nella comunità degli umani, che non hanno diritto nemmeno a un trafiletto sul giornale perché troppo scontata è la loro sorte.

L’unica speranza in tutto ciò è di vedere veramente una strada intitolata al polpo Paul.

Un’intitolazione che dovrebbe suonare così “Al polpo Paul, solitaria vittima innocente della globalizzazione, eroe dello sradicamento, in memoria di tutti gli sradicati del mondo che non hanno diritto nemmeno a una lapide, per riscattare tutta la solitudine che l’incubo globale ha prodotto nel genere umano”.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 30 ottobre 2010

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