Acqua ai privati. Pubblico a secco… o quasi

Angelo Spaziano

Una delle materie d’importanza vitale per la civile convivenza nelle quali la Comunità Europea ha deciso di ficcare il suo ingombrante naso è l’acqua potabile. Si tratta di una risorsa assai abbondante da noi in Italia. Anzi, si potrebbe tranquillamente sostenere, senza tema di smentita, che la potenza e lo splendore dell’Impero romano furono in parte anche merito dei maestosi acquedotti che i geniali architetti imperiali eressero per convogliare nell’Urbe enormi quantità d’acqua potabile. I Castelli romani, infatti, sono ricchissimi di fonti sorgive, ma anche l’intero Appennino rappresenta un formidabile serbatoio d’acqua sorgiva, senza calcolare l’immensa riserva celata tra i ghiacciai dall’arco alpino.

Da un po’ di tempo a questa parte, tuttavia, inquietanti segnali provenienti dal nostro sofferente ecosistema ci invitano ad essere più parsimoniosi nell’amministrare tanta abbondanza. Scioglimento dei ghiacci, desertificazioni, aumenti di temperatura, concentrazione delle precipitazioni in determinati periodi e siccità negli altri, piogge acide e smog fanno temere un rapido assottigliamento delle scorte del prezioso elemento. Alcune regioni del sud Italia già sono a rischio, in quanto periodicamente afflitte da lunghi periodi siccitosi. La falda acquifera si assottiglia progressivamente poiché si moltiplicano gli impianti di captazione e gli incendi che ad ogni estate puntualmente carbonizzano ettari ed ettari di vegetazione fanno il resto.

Il governo italiano tempo fa aveva deciso di porre la fiducia su un decreto che andava proprio a regolarizzare la nostra posizione nei confronti di una serie d’infrazioni contestateci – ingiustamente e indebitamente – in sede Ue. Le suddette infrazioni concernevano un argomento estremamente delicato per ogni governo intenzionato a mantenere la sovranità sul proprio territorio: quello della privatizzazione dell’acqua potabile. Nel nuovo testo, il punto dolente è costituito dalla malagestione dei servizi idrici, che da noi sono affidati prevalentemente a società pubbliche a carattere locale. Enti che molto spesso agiscono rispondendo solo a logiche partitocratiche, clientelari e localistiche. Un po’ come avviene per il tratto lucano-calabrese dell’Autosole, con lavori in corso d’opera e cantieri stradali aperti da decenni e di cui non si riesce mai a venire a soluzione poiché ogni lotto in ristrutturazione rappresenta un ammortizzatore sociale per la comunità locale di riferimento.

Gli acquedotti italici non fanno eccezione. Essi sono ridotti a un tale stato di fatiscenza che durante il percorso, a causa delle numerose falle, perdono per strada dal 30 al 40% del contenuto. Molte di queste strutture risalgono addirittura ad epoche remote. Al secolo scorso e oltre. Nel Nord all’impero Austro-ungarico, al Sud ai Borboni. E da quei tempi lontani non hanno mai visto lo straccio di una ristrutturazione. E’ evidente quindi che le cose, in un modo o nell’altro, dovranno cambiare, poiché una gestione così scadente espone il servizio a sperperi e sprechi non più sostenibili.

Ultimamente, le fortissime piogge autunnali, oltre ad avere inondato il Veneto, hanno dato il colpo di grazia anche ai già logori collettori che convogliano nel Cilento le acque del fiume Sele e mezzo milione di utenti si sono ritrovati con i rubinetti a secco. Il provvedimento presentato dall’ex ministro per le Politiche Comunitarie, Andrea Ronchi – da pochi giorni dimissionario – una volta approvato al Senato, è stato poi sottoposto alla ratifica del Parlamento malgrado una vera e propria pioggia di emendamenti gran parte dei quali mirati a modificare l’articolo 15. Proprio quello che, concernente il delicato settore della distribuzione, suscita tuttora le maggiori perplessità.

Il fatto è che questa regolamentazione, che non definisce affatto in modo chiaro e preciso le norme sulla distribuzione dell’acqua e sulla sua gestione in generale, potrebbe rivelarsi assai deleteria per la cittadinanza. Occorrerebbe perciò ripensare profondamente l’intero pacchetto, come d’altronde è stato richiesto a gran voce all’interno dello stesso schieramento di maggioranza. Si teme, infatti, che pure con l’ente amministratore delle acque potabili ci si trovi a fare i conti con le solite privatizzazioni all’italiana. Le uniche al mondo, cioè, che invece di aumentare la concorrenza, di premiare il merito e l’efficienza, finiscono col diminuire i servizi, favorire inedite concentrazioni speculative e moltiplicare gli oneri a carico dei cittadini.

Resta poi da sciogliere il nodo dell’organismo di controllo deputato alla fissazione delle tariffe. Senza la regolarizzazione di questa “authority” la riforma risulterebbe monca. Il timore è che non si tratti tanto di una privatizzazione della sola acqua, ma dell’intera rete di distribuzione. Timore confermato dall’articolo 23 bis del decreto legislativo 112 del 25 giugno 2008, trasformato in legge dalla finanziaria Tremonti, il quale prevede proprio il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali a imprenditori o società mediante il ricorso a gara entro il 31/12/2010. Entro questa data, quindi, tutte le concessioni che non rispetteranno il criterio della gara pubblica cesseranno. Ciò darà la possibilità ai privati di mettere le mani sulla gestione dei servizi idrici locali, e tutto questo è da scongiurare.

La privatizzazione infatti non converrà ai cittadini, per un semplice motivo. Mentre un ente pubblico si muove nell’ambito del diritto pubblico appunto, una SpA, anche se a totale capitale pubblico, rientra in quello del diritto privato. E’ bene precisare cioè che rientrare nell’ambito del diritto pubblico o in quello privato non è assolutamente la stessa cosa in termini di conseguenze per chi usufruisce del servizio. Essere azienda di diritto privato significa dover rispondere all’obiettivo di produrre utili, mentre un ente pubblico assume come vincolo esclusivamente il pareggio di bilancio.

In Italia abbiamo già esperienza di privatizzazioni della gestione del sistema idrico integrato, e la conseguenza è stato un vertiginoso incremento tariffario. C’è molta inquietudine perciò nell’apprendere che le nostre sorgenti in futuro molto probabilmente cadranno nelle mani di trust privati. I quali puntano al business, ossia ai propri interessi. La loro è una logica mirata esclusivamente al profitto a danno della collettività. Proprio per tale motivo il mondo agricolo e industriale nazionale è particolarmente interessato alla definizione delle nuove modalità di gestione delle risorse idriche. In poche parole, c’è il timore di ritrovarsi in pochi mesi, come già accaduto in passato per altri enti privatizzati alla carlona, senza leggi chiare e specifiche di tutela, ad affrontare costi ingestibili, con sempre meno risorse a disposizione e un conseguente calo di produttività e di reddito.

Nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Roma il 12 novembre scorso, il Forum promotore del referendum per mantenere l’acqua sotto amministrazione pubblica ha avanzato due precise richieste al proposito: una moratoria immediata sulle scadenze della Legge Ronchi per bloccare l’iter di privatizzazione dell’acqua pubblica e la soppressione dei famigerati “Ati” (Ambiti territoriali integrati). Si tratterebbe di una misura provvisoria in attesa del referendum previsto per la primavera del 2011. Tali istanze saranno al centro di una giornata di ampia mobilitazione proclamata per il 4 dicembre prossimo. In questa occasione verranno promosse in numerose città italiane centinaia d’iniziative di sensibilizzazione sull’acqua pubblica.

Simona Savini, rappresentante del “Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua”, ha dichiarato che «mentre siamo ancora in attesa di sapere quando si voterà per i tre referendum, assistiamo intanto a un’accelerazione dei processi di privatizzazione. Una moratoria che invece congeli le scadenze della Legge Ronchi sarebbe un atto di civiltà e di rispetto nei confronti del milione e 400mila cittadini che hanno sottoscritto i quesiti referendari. Indipendentemente da come i partiti la pensino sui referendum, chiediamo il sostegno di tutti per un atto in difesa della democrazia».

Insomma, bisogna evitare alla collettività ciò che è accaduto alla Toscana, regione in cui numerosi comuni hanno già affidato la gestione del Servizio Idrico Integrato a società miste. Le quali, puntando all’ottenimento del massimo guadagno, per prima cosa hanno aumentato le tariffe, diminuito la manutenzione e ridotto gli organici. Il risultato è che tra le prime tre città con le bollette più care, 2 parlano toscano: Arezzo e Prato.

L’unico modo per impedire che questo processo dilaghi a livello nazionale, è presentare in Comune una proposta di delibera in cui si chiede di riconoscere che la gestione del servizio idrico integrato sia da considerare priva di rilevanza economica. Questa definizione sarebbe pienamente legittima, in quanto l’Unione Europea demanda ai singoli Stati membri la facoltà di definire quali siano i servizi a rilevanza economica e quali privi di tale rilevanza, e la normativa del nostro Paese non si è mai pronunciata in proposito. Con tale operazione, il Comune avrebbe così la potestà di decidere quale status intenderà adottare per la gestione del servizio idrico. Il quale, una volta classificato come privo di rilevanza economica, potrebbe essere affidato direttamente ad un’Azienda speciale consortile da esso costituita.

Infatti, con la sentenza n. 272 del 27 luglio 2004 la Corte Costituzionale è intervenuta nell’ambito della normativa che disciplina i servizi pubblici locali. Secondo la sentenza, «il titolo di legittimazione per gli interventi del legislatore statale costituito dalla tutela della concorrenza non è applicabile a questo tipo di servizi, proprio perché in riferimento ad essi non esiste un mercato concorrenziale». Il legislatore statale, quindi, in materia di servizi, può legiferare soltanto in riferimento al paragrafo della “tutela della concorrenza”. Tutto il resto è demandato al livello locale. Nella polemica è intervenuto anche l’assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia, Giulio De Capitani, il quale, durante la premiazione di studenti e professori aderenti al concorso “Vivere l’acqua. Acqua-Agricoltura-Ambiente: un progetto per la scuola”, ha affermato che «L’acqua è una risorsa importante per l’agricoltura ma anche per il territorio. La partecipazione degli studenti al “Progetto Vivere l’Acqua” – ha concluso De Capitani – dimostra come le giovani generazioni siano sensibili al tema della tutela delle nostre terre e delle loro risorse a partire da quelle idriche». Insomma, a quanto pare di carne al fuoco ce n’è abbastanza per favorire una provvidenziale riconsiderazione della delicata questione. Alla faccia di Strasburgo.

Angelo Spaziano

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