Acciaierie di Terni. Simbolo di Unità nazionale

Marco Petrelli

Passi di fronte ad una libreria un giorno come tanti e non puoi non notare un vasto assortimento di volumi che trattano di storia risorgimentale: da imponenti biografie su Mazzini, Garibaldi, Bixio, Cavour, Napoleone III, a ricerche sviluppate intorno al ruolo ricoperto dalla Massoneria; dalle lettere dei condannati a morte nelle prigioni austriache alla sorte dei soldati borbonici dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie.

Radio, televisioni, giornali dedicano alle pagine della lotta per l’indipendenza italiana ampi spazi, ricostruendo la vita dei patrioti con fiction sensazionali o contestando la politica piemontese post 1861.

Nelle realtà locali non mancano storici ed appassionati che si dilettano nel ricostruire le vicende cittadine prima e dopo l’annessione al Regno d’Italia.

Dalle fonderie pontificie, (ancora parzialmente visibili tra grattacieli e ipermercati), pochi decenni dopo quel fatidico 1861 Terni sviluppò un poderoso polo industriale che lanciò il piccolo centro umbro nell’olimpo della produzione siderurgica internazionale. Se le fonderie dell’antico castrum romano di Manchester erano note in tutto l’emisfero occidentale, la giovane nazione italiana poteva vantare il più perfetto connubio tra Natura e uomo.

La Cascata delle Marmore, grandiosa opera di ingegneria civile di Roma antica, spingeva la furia delle sue acque attraverso le condotte forzate, garantendo energia elettrica per la produzione.

Convertitori Bessemer, cinque forni Martin-Siemens e un maglio da 108 tonnellate (con una sotto incudine di mille) erano l’orgoglio di una dinamica e slanciata economia del ferro che, negli anni a venire, avrebbe gareggiato per qualità dei manufatti e fama con i più prestigiosi impianti britannici.

L’impianto. A guardarlo oggi, nel 2010, appare come vestigia di un’età aurea.

Corazze navali, scafi di sommergibili, proiettili d’artiglieria, fucili ’91 (addirittura l’arma che sparò a Dallas nel 1963 era stata prodotta a Terni) magnetico: lavoro, competitività sul mercato, sicurezza, questo hanno rappresentato le acciaierie di Terni dalla fine del XIX Secolo sino ad oggi.

A chi il merito di tutto questo? Sicuramente a Bendetto Brin, il primo ad indicare l’area ternana come possibile centro siderurgico; ma il principale merito va a Lorenzo Allievi, ingegnere di Milano, per anni nella città umbra e dopo anni dimenticato.

Ecco, Allievi è più di un semplice tecnico, è il simbolo di un cambiamento radicale che ha investito l’ex Italia centrale, (per secoli dominio di uno stato tra i più arretrati d’Europa), e ora destinata ad essere arteria del nuovo sviluppo economico.

Come dicevamo, la figura di Allievi si perse nei meandri della storia recente.

Il teorizzatore del colpo d’ariete ( studio indispensabile dei fluidi, necessario per prevenire gravi incidenti nell’ambito dell’idraulica) fu ingegnere di elevata caratura che concepì il polo industriale cittadino sia come luogo di lavoro che come centro di analisi e risoluzione di problematiche relative allo sfruttamento dell’energia idrica.

E’ plausibile che la nomina, negli anni del Fascismo regime, a Presidente della Corporazione industriali , abbia progressivamente influito sulla rimozione dalla memoria collettiva, datosi che la stessa acciaieria è più d’una industria, quanto un elemento dalla forte caratterizzazione simbolica, che affonda le sue radici nel movimento operaio, nel socialismo prima e nel comunismo poi, fino ad arrivare alla Resistenza.

I bombardamenti feroci dell’aviazione anglo americana, le requisizioni tedesche del periodo dell’occupazione, il “ritorno” dei tedeschi come soci di maggioranza in tempi recenti hanno ricoperto gli stabilimenti ternani di una sorta di misticismo ideologico.

Ideologie a parte, buona parte del passato prossimo dell’Italia, soprattutto di quel passato che, nel marzo 2011, verrà ampliamente celebrato, resta legato all’acciaio e alle fonderie.

L’industria pesante fu crogiuolo per decenni di identità e storie individuali completamente diverse tra loro: l’acciaieria fu collante sociale, motivo di conoscenza ed incontro tra italiani del nord e del sud.

L’idea, nei periodi maggiore produzione, di contribuire al rilancio di una giovanissima nazione nel panorama europeo spinse operai, tecnici, dirigenti, a lavorare per un concetto di paese unito, di unica madre patria, superando quelle difficoltà e quelle divisioni interne che non si erano sopite dopo il 17 marzo 1861.

Non è possibile raccontare la storia di un Paese e d’un popolo senza citarne le risorse economiche e lavorative.

Il lavoro, al di fuori dell’essere dovere e fonte di reddito, ha il compito straordinario di compattare e valorizzare persone in apparenza così diverse e lontane.

Sulla Penisola come nelle colonie, a Terni come nell’agro pontino, a Taranto, alla Asmara, nord e sud si sono incontrati.

E il miracolo che la rapida unificazione e la lotta al brigantaggio furono incapaci di compiere avvenne grazie a bulloni, forni, chiavi inglesi e magli.

Marco Petrelli

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