Femminismo d’oriente

Emanuele Capoano

Scappare, fuggire, non sono verbi conosciuti da chi porta i pantaloni nella comunità di Mosuo, sul lago Lugu, nello Yunnan provincia della Cina meridionale a confine col Tibet. C’è un luogo unico al mondo infatti dove le femmine comandano sul serio (non quelle in carriera): lì i maschi sono però gioiosamente sottomessi, l’amore è libero e non esiste la parola PADRE. Chi si desidera si prende e quando la passione è finita, non ci sono traumi. La chiave della felicità pare risieda nella distanza: a legare i due sessi è solo l’attrazione a orario stabilito, la sera. Dopo le 11 fino a colazione, le ore in cui l’innamorato, o detto anche MARITO AMBULANTE, può far visita alla signora, una donna Mosuo, di un etnìa di 50mila persone, l’ultima società matriarcale della Cina.

Durante le migliaia di anni d’espansione dell’impero patriarcale cinese, le Mosuo son state trattate anche brutalmente, al punto definite come gli “indiani nord-americani” d’oriente. Eppure queste donne dai cappelli simili a quelli utilizzati dai cowboy Americani, e che montano piccoli cavalli mongoli, non hanno bisogno di sgambettare in tv o di esibire l’ultimo modello di botulino per farsi largo nella società.

Molti antropologi hanno provato a studiare il loro esempio. Mentre nel mondo occidentale ci si scanna sul corpo delle donne visto come merde redditizia del libero mercato: spesso confuso con le restrizioni religiose. Ed imbattendomi in questo bell’articolo internazionale di Nawal El Saadawi tradotto qui , mi sono chiesto se c’era qualche civiltà, in oriente o in occidente, a sud come a nord, che facesse il paio a chi vuole sottomettere la cultura delle madri. C’è infatti questo piccolo paradiso perduto nella Cina meridionale (perduto o paradiso per chi, dipende dai punti di vista). Tutte le merci sono rimesse nelle mani delle donne: i raccolti dei campi, i frutti dei giardini, i pesci e gli animali cacciati – anche le merci ed il denaro che sono stati guadagnati dagli uomini dal commercio di lunga distanza per mezzo di caravane a cavallo.

Oggi la loro cultura vecchia è minacciata dallo sfruttamento continuo del loro ambiente. Dopo le strade e l’elettricità installata, la bellezza del lago Lugu e “le donne matriarcali Mosuo” sono lanciate sul mercato per il turismo cinese.
Ora, sorge un altro problema di qua in Occidente. Ognuno di noi sogna di mostrare le diapositive di ritorno da un viaggio estivo, anche se pure ognuno di noi spera che non ci sia poi nessun’altro imponga a noi stessi questa tortura per contrappasso. Oggi però questa pratica disumana sta scomparendo, alla legge della Diapositiva ora si è sostituita «se vedi una foto on line, automaticamente tu “navigante” puoi affermare che sei stato in quel posto, così si risparmiano reciproche scocciature al ritorno delle ferie». Su questo Salgari ci scrisse La Tigre di Mombracem seduto sul suo divano, anche se non aveva internet. Noi, invece, figli del web 2.0, sappiamo però barare e scopriamo dai vari resoconti di viaggio –ci risparmiamo i goderecci e falsi simpatici di Susy Blady e Patrizio Roversi– che c’è gente che dice di aver conosciuto quella signorina Mosuo di 17 anni, della comunità matriarcale cinese, che quando le piace un ragazzo gli graffia con un dito il palmo della mano. Siamo dunque sicuri che il maschio vantone sia il nuovo Salgari in presa diretta di questi aneddoti di viaggio, che sul web non mancano? “Si, te lo dico…se la donna Mosuo risponde vorrà dire che, quando il villaggio dorme, lui scalerà il muro che porta alla finestra della sua stanza dei Fiori, dove lei lo aspetterà pronta a consumare la notte d’amore”. E tutti giù a farsi il graffio apposta, e a condividerne la foto sui social network! Nella stanza di queste ragazze lontane, nel loro giardino privato, sappiamo però che ci può entrare solo lei, e un giorno i suoi uomini e i suoi figli. Quanti naviganti impazziti invece ci raccontano nella rete spacconerie del genere? Ma quell’ultima donna, libera dalla merce che l’Occidente ha fatto del suo corpo, ancora lei non ha graffiato nessuno, deve finire la scuola. E un giorno intreccerà i respiri fino al canto del gallo, il segnale che quell’uomo dovrà darsi alla fuga.

Funziona in realtà così. La matriarca, la nonna della ragazza, deve sapere, e soltanto se approva, la relazione notturna continua e il ragazzo diventa marito ambulante: potrà restare per il thé del mattino, prima di levare le tende per poi ricomparire nottetempo. Se dice di no, il ragazzo viene messo al bando e il figlio non lo potrà vedere. Le femmine sono le uniche infatti a ereditare, in questo lontano avamposto femminista d’oriente. Anche se nei campi faticano con la zappa, nei negozi si industriano al commercio, sulle rive del lago ricamano suole di scarpe e vestiti.
E gli uomini? Gli uomini sono molto felici, perché non fanno niente. Un femminismo pacifico. Magari i camionisti, muratori o contadini e di notte mariti saltuari. Ma spesso di giorno siedono al sole, di sera scalano la stanza dei Fiori. C’è chi la compagna la vede una volta al mese, chi ci dorme ogni sera, chi è promiscuo, chi è monogamo (una scalata alla volta).

Invece una ragazza può avere fino a cinque, sei scalatori, uno dopo l’altro, senza essere considerata una di facili costumi. C’è una cosa a cui questo popolo tiene, è il diritto di fare ognuno come gli pare nelle faccende del letto. Non firmano carte per sposarsi. Basta portarle quattro regali: zucchero, sigarette, vino e thé. I maschi hanno un solo ruolo, quello dello zio. Le donne Mosuo hanno da fare col fuoco, il cibo alle galline e ai maiali, le patate da cuocere, la legna su in montagna…ma la sera affaticata, una ragazza sogna un paese o una vita in cui è il marito a comandare.

O chissà, delle diapositive di uomini occidentali da far vedere alle amiche. Sulla strada nuova per i turisti ne passano tanti ormai. Così quella ragazza potrà spettegolare: “Hai visto come ci trovano strane? Uno di questi l’ho conosciuto proprio ieri, faceva il turista per caso…sapessi quante fotografie mi scattava! Mi ha detto anche mi avrebbe portato con sé, via da questa schiavitù. Povero illuso!”.
EMANUELE CAPOANO

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