La parola d’ordine è una sola: ripartire

Giuseppe Di Gaetano

È un concetto che ritorna sovente nel dibattito appassionato che  Il Fondo sta ospitando. Sandro Giovannini e Francesco Mancinelli esprimono il senso della discontinuità necessaria per “ripartire”. Un guardarsi intorno per incontrare nuovamente la gente condizionata, come ricorda Mancinelli con altre parole, dall’esposizione pressoché ininterrotta al Grande Fratello. Coniugata, ed è l’altra esigenza affiorante dal dibattito, con l’analisi, fredda, impietosa dell’accaduto anche in chiave storica.

«Tale sofferente capacità autocritica accompagna le nostre energie migliori, i nostri uomini retti e generosi (non molti tra gli sgomitanti ma diffusi più di quanto si creda comunemente tra i fattivi ed i sobri) da sempre» (Sandro Giovannini). C’è una evidenza incontrovertibile in questi che sono i due punti intorno ai quali si articola l’intero dibattito senza tuttavia che riescano a circoscriverlo, a definirne i contorni.

La discontinuità, della quale abbiamo tutti dimestichezza nei tanti passaggi ai quali ci hanno abituato i politici, così come l’esigenza di leggersi impietosamente con lo scopo di ridefinirsi, costituiscono gli strumenti necessari  per  trasformare la politica dell’azienda nella politica della gente, rendendo nuovamente tutti partecipi delle proprie scelte, certo limitando la delega al momento elettorale ma affiancandola ad un articolato confronto “esterno” da troppo tempo sapientemente “anestetizzato dal potere”. Ed è proprio quello che sta ripartendo con grande energia e al quale TUTTI sono moralmente chiamati a portare il proprio contributo.

Tuttavia non è qui la possibile risposta. Ed è questo il punto sul quale insisto e che considero centrale. La possiamo ridefinire, la risposta,  nel flusso della storia, nei richiami densi di significati, incessanti che la letteratura e l’arte in generale promanano, nel lavoro della gente, nella presenza dello stato. Quando lo stato c’è. Ed oggi, a mio parere, lo stato non c’è. Ci sono istituzioni, talune anche funzionanti, ma non scorgo quella visione d’insieme unificante, collante per le istituzioni, e, soprattutto, fonte di diritto caratteristica d’ogni stato.

Le leggi non possono essere episodi normativi, ma devono corrispondere  ad un disegno riconoscibile dalla gente. Deve essere, insomma, la Legge, in uno stato degno di questo nome, regola ma, soprattutto, garanzia per tutti. E la garanzia è tale quando è reale e non solo teorica. I troppi processi che non giungono a sentenza, per tacere di quelli con tempi interminabili, sono garanzia d’impunità per il delinquente e per chi dispone di grandi sostanze, non di rado la stessa persona, non certo per il cittadino comune. Ma si tratta di un discorso che necessita di un approccio d’altra natura che non quella politica. Ha bisogno, per essere affrontato, della libertà dei De Felice, delle Arendt, dei Pasolini, dei Pennacchi o dei Pappè al cui partito mi ritengo iscritto da sempre, con le mie modeste forze, ed al quale non rinuncerei, perché è proprio lì che individuo la continuità, non sempre affiorante, alla quale attingere per trovare risposte. Non vi è religione o ideologia che tenga.

La responsabilità è sempre personale. Mai collettiva. La danza incessante delle veline davanti allo spettatore serve a stornarne l’attenzione, ad addormentarne le coscienze, per sottrarle al dibattito, magari indirizzandole  verso le marginalità delle escort, ieri, o degli immobili monegaschi, oggi, sventolando una pseudoverità che è solo truffa o inganno. E’ qui che giochiamo il nostro ruolo insostituibile, poiché è proprio l’emersione di un diverso livello rispetto a quello a lui consono, col quale confrontarsi, che il potere vuole evitare, anche perché inconsapevole che la propria azione, senza il presupposto culturale e/o storico a sostenerla, diventa sterile e si esaurisce ben presto.

Berlusconi & C, a qualsiasi schieramento appartengano,  sono davvero solo furbi amministratori e mai autori, come seppe essere, per esempio, Mussolini, con tutte le sue gravi contraddizioni, della storia. Forse “ripartire” significa solo riconnettersi con ciò che già c’è e non è mai venuto meno, poiché sta alla nostra disattenzione, o al tumulto delle passioni, l’averlo perso di vista. Se ci sono errori di valutazione delle vicende trascorse questo è possibile, anzi, probabile. Siamo uomini anche quando nutriamo l’illusione di essere dei. Così il dibattito serve a capire, inserendo elementi nuovi, riflessioni sfuggite ad una prima lettura, integrandosi vicendevolmente verso una proposta utile e condivisibile da consegnare nelle mani dei politici. Quali politici? Questo è davvero un altro discorso col quale riempire numeri e numeri de Il Fondo.

Concludo con i sondaggi. Vanno di moda. Chi sta perdendo punti, precipitosamente, è Berlusconi. Chi sta acquistando voti, spaventosamente, è Bossi. Le ultime notizie su Fini lo danno in navigazione, oltre Mirabello.

E a sinistra? Tutti bene, grazie.

Giuseppe Di Gaetano.

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