Stadio e sicurezza. Prove di stato di polizia

miro renzaglia

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 6 agosto, sul settimanale Gli Altri.

La redazione

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IO NON MI FACCIO SCHEDARE
MEGLIO LA PAY-TV

miro renzaglia

Ce l’hanno messa tutta e alla fine mi hanno convinto: non andrò più allo stadio. Hanno cominciato col vietare le rivendite dei biglietti ai botteghini nel giorno della gara, e ancora mi sto chiedendo a cosa serva questo provvedimento se non a scoraggiare a monte l’intenzione partecipativa. Ma sarebbe il meno. Se ce l’hai fatta ad acquistare il lasciapassare, già tre o quattrocento metri prima di arrivare all’ingresso cominci a vedere cellulari, poliziotti in tenuta antisommossa, sbarramenti stradali: una militarizzazione del territorio degna di un raduno di golpisti pronti al colpo di stato… E bastasse! Arrivi al cancello e ti sbattono dentro i  tornelli elettronici. Superi quelli, e c’è la perquisizione fisica da parte di solerti agenti dell’ordine. Alla fine, sei dentro. Sì, ma dentro dove? Uno spazio sorvegliato settore per settore dalle guardie private delle società sportive, i cosiddetti steward, e monitorato da decine di telecamere che manco un carcere a sistema panottico funzionerebbe meglio: magari non te ne accorgi ma, intanto, c’è qualcuno che può farsi i casi tuoi minuto per minuto. E le trasferte vietate e le partite a porte chiuse, ce le vogliamo mettere? In ultimo, proprio con la stagione prossima all’avvio, hanno calato l’asso vincente e finale: la tessera del tifoso.

Ma come – qualcuno potrebbe obiettarmi – non sei felice di poter assistere ad un evento sportivo in totale sicurezza? Ora, a parte che pur con tutte le misure prese, ogni tanto il morto o il ferito più o meno grave ci scappa lo stesso. Magari ci scappa non proprio allo stadio e non esattamente per mano di qualche ultras esagitato: Gabriele Sandri vi ricorda qualcosa, vero? Il fatto è che ho forte l’impressione che lo stadio, o meglio l’evento calcistico, con tutto quello che gli si muove intorno sia diventato un laboratorio di sperimentazione per esercizi da stato di polizia. E poi io sto con Walter Benjamin: «Chi è disposto a sacrificare la libertà per un po’ di sicurezza in più, non merita né la libertà né la sicurezza».

Capisco che l’imbecillità di chi vive una partita di pallone come una guerra santa per bande identitarie pronte ad immolarsi e, il che è peggio, a immolare il “nemico” sull’altare dell’ultima religione della modernità (il calcio, appunto…), non sia uno spettacolo edificante. Ma dov’è quell’emergenza che mobilita ogni domenica, in tutte le città d’Italia un esercito di tutori dell’ordine? E perché non assistiamo alla stessa mobilitazione per stroncare fenomeni che di morti e feriti ne producono in quantità ben maggiore: dalle stragi del sabato sera agli incidenti sul lavoro?

Ma torniamo alla tessera del tifoso, l’ultimo e più innovativo strumento sicuritario di un sistema che passo dopo passo affina e affila il proprio potere di controllo. Chiariamolo subito: la tessera del tifoso NON è una carta di fidelizzazione con la società a cui ci si vuole  abbonare, come quella che da anni esiste in altri paesi europei. In primo luogo è una vera e propria carta di credito ricaricabile. Costa circa dieci euro all’acquisto, ci devi versare un po’ di soldi per renderla attiva e lasciare che le banche facciano quel che vogliono del tuo deposito. Come tutte le carte di credito, ha un codice Iban e, quel che è peggio, contiene un micro-chip a tecnologia Radio Frequency Identification. Cos’è? Beh, lasciamolo spiegare a Maurizio Martucci, uno che sul mondo del calcio (è autore tra l’altro di Cuori Tifosi. Quando il calcio uccide, i morti dimenticati degli stadi italiani, Sperling & Kupfer, 2010), ci riflette da parecchio: «E’ un micro-chip che memorizza dati, localizzandoli anche geograficamente, canalizzandoli dentro un data base a disposizione di Club, società emettitrici delle carte (ad esempio la Lazio ha la carta con Poste Italiane) e società convenzionate agli sconti (poniamo ad esempio Autogrill). Un data base su cui fare marketing 365 giorni l’anno! Entri in quel circuito ed è fatta! Ti arrivano sms, newsletter, promozioni, opuscoli pubblicitari…. Già nel 2005 il Garante della Privacy metteva in guardia sulle criticità di questo Rfid».

Quindi, tanto per stabilire un rapporto qualità-prezzo, la tua sicurezza allo stadio ti costa in soldoni pratici ma, soprattutto, va a farsi fottere anche la tua privacy. Dal momento che acquisti questa tessera, non solo sei schedato ma sei controllabile passo passo ogni volta che la usi. Si dirà: sì vabbeh, ma che differenza fa se usi questa carta o il tuo bancomat o una carta di credito qualsiasi? Eh, no! La differenza c’è ed è sostanziale: con la tua carta o il tuo bancomat sei un normale cittadino che sceglie un metodo di pagamento, la tessera del tifoso, invece, non solo ti è imposta ma diventi un potenziale criminale. Entri, cioè, in una categoria a rischio delinquenza – quella del tifoso – sulla quale il controllo è più che rafforzato e… legittimato.

E, comunque, devi già considerarti fortunato se te la danno. Perché mica è così scontato. Lasciamo ancora la parola a Maurizio Martucci: «La discriminante è la legge: non c’è una legge dietro il programma tessera del tifoso, e ogni società adotta arbitrariamente le sue soluzioni. Un’anomalia tipicamente italiana. Siamo alla deregulation: Modena, Cesena e Bologna la negano a chi ha dei carichi pendenti. Roma, Lazio, Samp, Varese e Figline hanno rispolverato una legge del 1956 che parla di diffida del Questore per dediti all’ozio, vagabondaggio, spaccio di droga, sfruttamento alla prostituzione. E che c’entrano questi reati col calcio? Tutti i club la vietano ai destinatari di DASPO e ai condannati per reati da stadio anche in primo grado. Ecco il punto: e se uno viene assolto in appello o in cassazione? Dov’è il garantismo e il presupposto di non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio? Il Tar del Lazio si pronuncerà sull’incostituzionalità dell’art. 9 della legge 41/07, magicamente sparito nel nulla dai contratti! Capitolo DASPO: chi c’è l’ha, già lo scorso anno non poteva comprare i biglietti nominativi e non entrava allo stadio. Dov’è la novità della tessera del tifoso? Siamo all’isterismo normativo».

Siamo cioè  – lo capirete bene – alla sospensione dello stato di diritto. Non c’è una legge, non c’è alcuna garanzia istituzionale: c’è solo una imposizione dall’alto del Ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni. Ma sì, proprio lui: quello che  a suo tempo s’è beccato una condanna a quattro mesi per resistenza a pubblico ufficiale e che ora, con una semplice circolare, o qualcosa del genere, ha stabilito la norma dell’obbligo della tessera del tifoso. Sono, poi, le società di calcio, cioè degli enti assolutamente privati, che applicano a loro discrezione il precetto ministeriale nei confronti del cittadino-tifoso.

Però, non siate pessimisti. Il mancato acquisto (che di questo in definitiva si tratta) della tessera del tifoso vi disabiliterà solo dall’abbonamento che volete sottoscrivere con la vostra squadra del cuore. Se volete, poiché lo stato è clemente e giusto, acquistando presso le ricevitorie autorizzate l’apposito biglietto nominativo, e superando tutte le barriere che abbiamo descritto all’inizio, potrete ugualmente recarvi allo stadio della vostra città e tifare per chi volete. Una cosa, però, non potrete più fare: seguire i vostri amati colori in trasferta. Quello, senza tessera, dovete proprio scordarvelo. E se non è una restrizione della vostra libertà questa, allora spiegatemi cosa sono le restrizioni personali.

E ritorniamo a bomba. A cosa si deve tutto questo apparato? Al pericolo mortale che due gruppi di incoscienti fanatici, per il semplice fatto di portare al collo una sciarpa dai colori identitari diversi arrivino alle mani? Suvvia, non scherziamo! A Duisburg, una quindicina di giorni fa è successo di peggio, con decine di morti, in una parata che si voleva dell’amore. Che facciamo? Diamo una tessera a tutti quelli che vogliono partecipare ad un evento pubblico? Ma allora seguiamo l’indicazione di Daniele De Rossi che, con la stessa prontezza di riflessi che sfoggia abitualmente in campo, in conferenza pre-mondiale aveva proposto una tessera anche per i poliziotti in servizio anti-ultrà. Il che per poco non gli costava la convocazione nella spedizione azzurra. Vabbeh! Forse non sarebbe stato poi quel gran danno per lui, visti i risultati conseguiti dal nostro team. Il mondo è bello perché è a-variato. E il calcio, invece, pure. Quindi, io le partite ormai me le vedo solo in pay-Tv.

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Sullo stesso argomento si veda anche
l’intervista di Fabio Polese a Maurizio Martucci
Tessera del tifoso. Tra banche marketing e controllo sicuritario

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