Piccola filosofia del mare

Mario Grossi

Questa é la ballata di chi si é preso il mare
che lapide non abbia, né ossa sulla sabbia
né polvere ritorni, ma bruci sui pennoni
nei fuochi sacri, nei fuochi alati
della Santissima dei naufragati

Vinicio Capossela

Bisogna essere dei temerari, dei pazzi a voler scrivere di mare. Basta prendere tra le mani l’antologia curata da Giorgio Bertone e uscita da poco per Einaudi, Racconti di vento e di mare, per rendersi conto che tutti i grandi scrittori l’hanno fatto.

E, visti gli autori e la gran massa di scritti, c’è da domandarsi se sia ancora possibile raccontare e dire qualcosa di originale che non sia semplice rimasticatura.

Sfogliando l’antologia scorrono i nomi di Conrad, London, Melville, Stevenson, Poe tanto per citare i nomi più noti e ingombranti. Tutta gente che, alle prese con tifoni, navigazioni perigliose, mari australi, bonacce deprimenti, salsedine e pirati, ha raccontato quel vasto continente liquido fatto di superficie e abissi, di acque calme e tempeste, di inversioni capricciose e instabili. È una lista assai ristretta, visto che, ad esempio, non c’è traccia di Salgari e dei suoi mari tropicali.

Ma di mare hanno scritto proprio tutti, anche i meno grandi come Paul Morand e, dalle parti nostre, Stenio Solinas e Massimo Fini.

Se si varcano i confini di questa antologia potremmo citare un’infinità d’autori. Un esempio su tutti per dimostrare, una volta di più, che il mare può ispirare idee e visioni di ogni genere è rappresentato da Terra e mare di Carl Schmitt, un’interpretazione della storia del mondo basata sulla contrapposizione appunto tra terra e mare o meglio tra potenze terrestri e marinare. Un saggio bellissimo e denso che penso possa essere attribuito alla forza evocatrice del liquido ispiratore.

Bisogna essere dei temerari, dei pazzi a voler scrivere di mare. Oppure bisogna esserne innamorati.

È il caso di Cécile Guérard autrice di Piccola filosofia del mare edito da Guanda il mese scorso.

Il punto di partenza è di una banalità sconcertante. L’autrice ci invita a ricordare che, proprio adesso che le vacanze incombono, il mare non è per un mese, è per sempre. Il guaio è quello di ricordarsi solo ad agosto, o poco più, della sua esistenza, mentre andrebbe ricordato e praticato tutto l’anno. Fisicamente e metafisicamente. Perché, nonostante l’analogia mare e filosofia ci possa apparire insolita non lo è affatto.

«Il mare e la filosofia condividono lo stesso movimento: incarnano la vita, le indicano una rotta». «A immagine del mare, la filosofia elude e polverizza il solido, il radicato, il pregiudizio, l’imperturbabile, il conformismo e le comodità. Grazie ai suoi quesiti impertinenti e alla sua ironia, sgretola le verità…. Niente resiste al lavorio regolare e agile dell’acqua».

Per questo non possiamo ricordarcene solo un mese l’anno e perché «spetta all’uomo chiarire le sue impressioni, sperimentare le sue idee, capire il più possibile la sua sete di mare».

Date queste premesse non dovrebbe essere difficile entrare in sintonia con le considerazioni che si dipanano di capitolo in capitolo.

La passeggiata marina o meglio l’«andare a spasso è una misura prudenziale da prendere prima di mandare tutto a spasso» ci riconcilia con il tempo che scorre, ma soprattutto permette di staccarci dal nostro Io più limitrofo. «Non pensare a te; guarda lontano». Con i piedi piantati in terra, su un sentiero che fa da limite alla soggettività reale del nostro essere, possiamo alzare lo sguardo per gettarlo sul deserto marino che si stende a perdita d’occhio di fronte a noi. Un po’ più lontano, ancora un po’, liberati dal nostro corpo, pronti a pensare nella stessa maniera indifferenziata del mondo liquido che ci troviamo davanti. È una vastità che per induzione ci rende vasti, il nostro orizzonte si apre come la linea che separa cielo e mare sempre più distante alla vista. Non è solo questione di tempo ma di prospettive. Nella passeggiata marina ci si prende il tempo necessario per incedere indolenti e pensierosi, ci si apre a visioni fluttuanti, come la massa d’acqua che ci sfiora, sospese tra il sogno e il ragionare.

Questa sensazione è riprodotta, con ancor più vigore, dal bagno, una salutare immersione che non ha niente a che fare con la prestazione, né con lo sport. «Non abbiamo niente da dimostrare, ma solo da sentire. Il bagno libera le nostre energie senza nervosismo né tensione; ci rimette insieme, ci riequilibra; anche se è violenta, l’acqua genera una fatica sana e serena. Il bagno è una meditazione orizzontale».

Immergersi compie la trasformazione perché «l’Io è solubile nell’acqua di mare». È un fenomeno sorprendente che può essere sintetizzato da un’osservazione di Gaston Bachelard «Chi si bagna non si riflette». Il nuotatore agita la superficie del mare. Il suo corpo proietta schizzi. Lo specchio dell’acqua va in frantumi. Visto così il riflesso è come l’ombra e l’eco che costituiscono dei mondi alternativi, adiacenti al mondo reale della veglia, con il quale sono in connessione, ma che ne divergono proprio per l’ispirazione lunare che quei mondi di penombra proiettano. Confini incerti che hanno una certezza, l’uomo privo dell’ombra è più leggero, senza vincoli, così come l’eco che tende a separarsi, nella reiterazione, dal senso della parola pronunciata, così come infine il nuotatore che spezza lo specchio immoto delle acque impedendo all’immagine di riprodursi o di riprodursi nella reiterazione (proprio come l’eco) delle schegge dello specchio infranto.

Il bagno pertanto è liberazione dai lacci della natura razionale della nostra mente ma anche da quelle consuetudini opprimenti che deformano la nostra personalità. Lo spogliarsi dai propri indumenti ci rende irriconoscibili alla vista ed equivale allo spogliarsi della nostra mente dai suoi pregiudizi.

«Nuotare ci libera dalla nostra immagine. Ogni bracciata ci allontana da noi stessi».

«Il nuotatore sfugge alla trappola del suo riflesso, al contrario di Narciso che s’innamora all’istante della sua immagine».

Per questo «un bagno di mare è molto di più che un bagno di mare: schiavi del nulla, liberati del nostro Io a tendenza narcisistica, facciamo un bagno di assoluto».

Il mare è poi un formidabile maestro, principe del dubbio, deciso avversario dei nostri convincimenti. «L’oceano spezza le certezze che idolatriamo, i preconcetti ricevuti in eredità. L’oceano sconvolge l’ordine costituito».

Se osserviamo il movimento del mare vedremo che non è quello di una corda che oscilla. L’acqua, al contrario, scala il cielo e poi precipita nel vuoto. «Il mare spezza il solido, le rette, le forme, tutto il mare non smette di esprimere che le forme sono false».

Le onde sembrano correre invece non corrono affatto si alzano e si abbassano restando sul posto. Il mare ci insegna a credere che non tutto sia stabilito, che non tutto quello che sembra è, non tutto ciò che sembra vero è tale. Il mare ci insegna a rifiutare il determinismo e non smette mai di ricordarci che nulla è sicuro.

Tutto questo mondo interiore, conclude l’autrice, rischia di essere spazzato via da una visione umana egoista e concentrata sull’utile. In tempi non sospetti Flaubert denunciava l’uomo egoista «contento di distillare l’oceano per salare il suo bollito». Duecento anni dopo il lago di Aral si è vaporizzato grazie anche all’avidità umana.

E pensare di poter attraversare quel mondo interiore, rappresentato dal mare, dopo aver visto quello che sta succedendo nel golfo del Messico e sulle coste meridionali degli Stati Uniti appare impensabile.

Noi non possiamo farci niente, ma nel frattempo potremo cominciare a vivere ricordandoci del mare non solo per un mese l’anno, così come ci invita a fare questo lieve trattatello che va ad arricchire la folta schiera degli scritti marini senza per nulla sfigurare di fronte ai mostri sacri che ne popolano la galleria.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 28 luglio 2010

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