Nucleare. Scelta pericolosa ma necessaria

Angelo Spaziano

Narra un antico mito greco che un giorno il titano Prometeo, mosso da pietà, rubò una scintilla di fuoco dall’Olimpo per portarla in dono agli esseri umani, dei quali era fervente amico. Per questa grave mancanza Prometeo venne condannato da Zeus ad essere incatenato a una rupe del Caucaso e avere ogni giorno il fegato divorato da un’aquila. Naturalmente il mito voleva stigmatizzare tramite allegoria l’ambivalenza insita in ogni scoperta scientifica.

Il fuoco, infatti, avrebbe comportato per la specie umana maggiori opportunità di proteggersi dai rigori della notte e dell’inverno, illuminazione notturna e cottura dei cibi. Il dono del titano però, oltre alle rose, celava anche un bel po’ di spine. La metallurgia ad esempio, che con l’elaborazione d’inedite tecniche di fusione permetteva importanti passi avanti nell’ideazione di nuove leghe metalliche atte alla forgia di armi da taglio sempre più micidiali.

Sono trascorsi molti secoli dal tempo in cui i greci usavano interpretare e decrittare la realtà tramite i miti. Oggi alle fiabe nessuno crede più. Le antinomie e le contraddizioni che caratterizzano da sempre la realtà in cui ci troviamo ad agire, tuttavia, pur se “orfane” di ogni grimaldello interpretativo, non hanno mai smesso di produrre i loro sconcertanti e poco prevedibili effetti. Una di queste “eterogenesi dei fini” potrebbe essere benissimo individuata appunto nella tecnologia dell’atomo.

Nata per seppellire il Giappone e le sue velleità imperiali sotto un mucchio di rovine, la scissione (o fissione) nucleare si è riconvertita, a guerra finita, in un sofisticato know how di pace per offrire un immenso potenziale di preziosa, inesauribile energia da mettere a disposizione della società civile. A un certo punto però, l’antica vocazione al “biocidio” s’è improvvisamente riaffacciata. Già a Three Mile Island, negli Stati Uniti, era suonato il campanello d’allarme. La centrale divenne celebre quando nel 1979 subì il più grave incidente mai avvenuto in un sito nucleare americano, con il rilascio nell’atmosfera di una discreta quantità di radiazioni, stimate in un massimo di 13 milioni di curie in forma di gas nobili e meno di 20 curie di iodio 131.

L’episodio più grave tuttavia accadde venticinque anni orsono in una sconosciuta località ucraina di nome Chernobyl. In una sorta di “par condicio” cosmica, a una sciagura “capitalista” sembrava dover corrispondere una analoga, speculare catastrofe “comunista”. Proprio nel bel mezzo della sterminata pianura sarmatica, al tempo parte integrante dell’Urss, sorgeva infatti una centrale nucleare dal modello alquanto “superato”, con asset assai scarsi nel settore della sicurezza.

Ma è cosa risaputa che la vita umana nell’universo bolscevico ante 1989 non è mai stato considerato un bene da porre al di sopra di tutto e di tutti e la sua tutela era l’ultima preoccupazione che neppure sfiorava le menti – e i cuori – dell’apparatcik. Come sia e come non sia, il fatto è che a un certo momento la potenza del reattore di Chernobyl venne repentinamente ridotta per consentire l’effettuazione di chissà quale strampalato esperimento. Il 25 aprile del 1986 il sistema di raffreddamento del nocciolo d’emergenza venne così disinnestato in barba a tutti i principi di sicurezza. La potenza del reattore fu rapidamente ridotta a 700 mw, ma una svista la fece calare troppo, fino a farle toccare i 30 mw, portando il nucleo in condizioni d’instabilità. Resosi conto dell’errore compiuto, l’operatore chiuse precipitosamente la valvola d’emergenza della turbina, l’ultimo baluardo che, al contrario, avrebbe potuto consentire di salvare la situazione. A un errore si rispose con un altro errore, insomma. Il 26, la reattività del nocciolo cominciò a crescere senza alcun freno, mentre le barre di controllo non riuscivano più a bilanciarne l’aumento. La temperatura del nocciolo aumentò pericolosamente e irreversibilmente, portando in 40 secondi la potenza del reattore da 200 a 100.000 mw. Il 26 aprile notte il nucleo della centrale esplodeva disintegrando la parte alta delle pareti e il tetto dell’edificio e provocando la morte di numerosi operatori e soccorritori.

La nube radioattiva sollevatasi dall’esplosione contaminò 150 mila chilometri quadrati attorno all’impianto, mentre il vento spingeva il fallout fino all’Europa settentrionale e occidentale, arrivando fino a lambire il nostro paese. L’emissione di particelle radioattive continuò per molti giorni, ma solo a novembre il reattore fu finalmente sigillato in un sarcofago di cemento armato spesso diversi metri all’interno del quale si trovano racchiuse 180 tonnellate di uranio. Fu il disastro nucleare più grave nella storia dell’atomo. Nell’atmosfera vennero immessi circa 45 milioni di curie di xeno 133; 7 milioni di curie di iodio 131; un milione di curie di cesio 134 e 137. Questo determinò un’impennata di tumori nella popolazione investita dalla nube, in particolare leucemie, linfomi, tumori cerebrali anche nei bambini e nelle generazioni successive, aborti, mutazioni genetiche, teratomi.

Forse fu proprio l’irritazione provocata presso tutte le cancellerie d’occidente dalla reticenza delle autorità sovietiche – che riconobbero la gravità dell’episodio solo a cose fatte e sotto l’incalzare delle proteste – ad accelerare la dissoluzione dell’”impero del male”. L’effetto Chernobyl, insomma, oltre al collasso dell’Urss, provocò ovunque una crisi di rigetto nei confronti del nucleare.

In Italia in particolare, sull’onda emozionale provocata dalla paura di nuovi disastri, venne indetto un referendum sull’abolizione dell’energia atomica. L’esito era scontato. A reattore ancora “caldo” la gente cadde nella trappola alimentata anche dalla miopia dei politici ambientalisti e dai mass media, che fecero di tutto per disinformare l’opinione pubblica indirizzandola contro l’atomo a vantaggio della lobby petrolifera. Gli altri paesi più avanzati d’Europa però si guardarono bene dal cavalcare l’onda della furibonda protesta no-nuke, tenendosi ben stretta la propria dotazione di reattori e investendo con lungimiranza maggiori risorse nell’innovazione. Il Bel Paese invece gettò scriteriatamente a mare le centrali esistenti sul territorio, riconvertì quella in via di costruzione a Montalto, e si sbarazzò definitivamente dell’atomo rinunciando a diversificare le fonti d’energia per infilare docilmente la testa nel cappio petrolifero.

Il risultato lo vediamo oggi in tutta la sua gravità. A parte le bollette energetiche più care d’Europa, necessarie per pagare la costosa fornitura d’energia  nucleare (!) copiosamente attinta dalla vicina Francia, le nostre città, in particolar modo d’inverno, quando i fumi dei riscaldamenti condominiali e quelli delle auto ristagnano sotto il peso dell’alta pressione, si trasformano in immense camere a gas. Per non parlare delle controverse relazioni tra Russia e Ucraina, che minacciano a ogni inverno di lasciarci a secco di gas.

Era da poco che ci si apprestava rispolverare il vecchio ma ancora valido progetto di Mattei mirato a rendere il nostro paese energeticamente autosufficiente anche attraverso l’opzione atomica, quando qualche mese fa è accaduto l’impensabile. Il leviatano ucraino è sembrato essersi improvvisamente risvegliato grazie a un’estate insolitamente rovente e siccitosa. Infatti, per tutto lo scorso mese d’agosto il fuoco è divampato proprio in quelle stesse foreste contaminate dalle radiazioni del disastro del 1986. E’ così che l’incubo Chernobyl è tornato ben 24 anni dopo a spargere veleni sotto forma di radionuclidi e di polemiche contro la fissione. A fare paura anche questa volta è stato il forte vento, caldo e secco, che intorno alla città russa di Bryansk, a poca distanza dall’ucraina Chernobyl, “occhio” del ciclone del 1986, ha soffiato senza tregua spargendo tossine ovunque. Una brezza assassina.

Secondo fonti non meglio precisate, infatti, sarebbero stati ben 600 i roghi che potrebbero avere interessato i boschi in cui 5 lustri fa si erano depositate le particelle velenose fuoriuscite dal collasso della centrale. Il fatto è che i fumi prodotti dagli incendi, carichi di elementi radioattivi ancora in grado di nuocere gravemente alla nostra salute, sarebbero benissimo potuti arrivare fino a noi proprio come già accadde nei giorni successivi ai fatti del 1986. Era questa l’angoscia peggiore della nomenklatura, il timore degli esperti, l’ansia dei pompieri e dei soldati che hanno lavorato giorno e notte per spegnere le fiamme. E, considerando che un focolaio d’incendio si sarebbe acceso anche nei pressi del centro nucleare di Sarov, è stata proprio questa l’eventualità che il governo russo ha cercato fino all’ultimo di minimizzare, se non di tenere sotto silenzio, anche se il Cremlino ha seccamente affermato di non aver mai nascosto al pubblico queste informazioni.

Alexei Yablokov, autorevole ecologista e corrispondente dell’Accademia delle Scienze della Russia aveva spiegato infatti che i radionuclidi presenti nelle foreste contaminate e liberati dagli incendi in corso «possono raggiungere luoghi a centinaia di km di distanza a seconda delle condizioni meteo. Se la regione di Bryansk è in fiamme il materiale radioattivo può raggiungere l’area di Novgorod, Mosca, e in particolari condizioni l’Europa orientale».

Insomma, alla luce di quanto accaduto 24 anni fa e del bis dell’estate scorsa, si sarebbe indotti a pensare – di primo acchito – che tutto sommato sarebbe meglio mettere una pietra sopra all’atomo e a tutte le diavolerie tecnologiche ad esso connesse. Prometeo docet. Errore. L’impennata dei prezzi del petrolio e l’eccessiva dipendenza dal gas, sempre a rischio taglio ogni santo inverno per le beghe rivendicazioniste tra Russia e Ucraina, spingono invece per l’opzione opposta.

A questo punto forse è meglio rifarsi a quanto affermato da Hans Jonas, il filosofo dell’ “etica dell’emergenza”, il quale, adattando l’imperativo categorico kantiano alle istanze ecologiste («agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra»), disse un giorno: «L’angoscia per le sorti dell’uomo non deve portare all’ostilità verso quella fonte dei suoi pericoli rappresentata dalla scienza e dalla tecnica. Deve consigliare prudenza nell’uso del nostro potere, non rinuncia ad esso…».

Vale a dire, non è rinunciando alla tecnologia che si risolvono i problemi di compatibilità dell’uomo col suo prometeismo, ma decidendo per un surplus di essa. Ergo, non è abbattendo le centrali atomiche che si risolvono i problemi d’inquinamento, anche perché il petrolio inquina assai di più. Solo rinnovando con studi approfonditi e investimenti mirati le tecniche di fissione applicando surplus di tecnologia al vecchio know how si potranno ottenere reattori sicuri e meno smog in inverno. Ma per fare questo ci vogliono politici seri e disposti a scommettere sul futuro, non demagoghi intenti solo al “carpe diem”.

Angelo Spaziano

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