K. Amis. Taccuino di un vecchio bevitore

Mario Grossi

I am going, I am going
Any which way the wind may be blowing
I am going, I am going
Where streams of whiskey are flowing

Shane Macgowan

Alla vigilia del primo fine settimana del grande esodo estivo, un week end da bollino nero come viene drammaticamente definito dai telegiornali, è stato varato il nuovo restrittivo codice della strada. Relativamente al consumo di alcool il giro di vite, già pesante, si è fatto ancora più serrato. Siamo alla “tolleranza zero” come ci informano i titoli dei giornali. Chi si mette alla guida non può più nemmeno bagnarsi le labbra appoggiandole a un bicchiere di birra analcolica pena sanzioni pecuniarie salatissime e ritiri della patente debilitanti. Non ho capito se alle sanzioni pecuniarie si associano anche pene detentive ma il problema non si sposta di una virgola.

Ogni volta che si tenta di risolvere il problema etilico, il riflesso condizionato dei legislatori gli impone un inasprimento delle pene e scelte di tipo proibizionistico.

Certo la questione è seria e peggiora con il passare del tempo e dei morti. Sempre più persone si attaccano a una bottiglia e in età sempre più giovane. Che questa piaga vada affrontata non c’è ombra di dubbio. Come al solito quello che è dubbio è il metodo che si utilizza.

Il proibizionismo non aiuta a risolvere il problema ma lo acuisce. Nei ruggenti anni Venti, negli Stati Uniti puritani, il proibizionismo esaltò il commercio clandestino dei surrogati d’alcool e ottenne il duplice risultato di far fiorire una criminalità organizzata che sul divieto fece nascere un fiorente affare e di mettere in circolazione bevande di pessima qualità che attentavano alla salute dei cittadini molto più di quelle regolarmente vendute nel periodo antecedente le restrizioni.

Il fiorire della criminalità si portò dietro una crescente corruzione di politici e poliziotti, il divieto fece aumentare di molto i consumi di alcolici proprio per il fascino che emana da una cosa proibita.

Eterogenesi dei fini. Una legge nata per contrastare l’uso degli alcolici e per stroncarne la circolazione ebbe come effetto l’esatto suo contrario: l’abuso.

È per questo motivo che sono andato a ripescarmi dallo scaffale dove da poco tempo l’avevo riposto un libro che, stampato da Baldini e Castoldi nel 2009, era stato ristampato in formato tascabile nel marzo 2010.

Il libro in questione è Taccuino di un vecchio bevitore di Kingsley Amis ed è una lettura consigliata a tutti, ma in prima persona ai nostri legislatori per dargli uno strumento intellettuale aggiuntivo che li faccia desistere dalla sterile strada intrapresa.

Quando si parla di bere, a meno che non si tratti di acqua, la questione viene sempre affrontata in modo moralistico. Bere fa male. L’eccesso di alcool crea dipendenza, gli ubriachi sono una piaga sociale, i giovani che tendono ad alzare il gomito dei potenziali criminali.

Taccuino di un vecchio bevitore parte invece da un presupposto diametralmente opposto e cioè che il bere, sia che si tratti di birra, di vino, di sidro, di alcol in genere, è una cosa positiva perché serve a socializzare, ad incontrarsi, a superare quelle barriere di timidezza, culturali, razziali, di censo che solitamente opprimono la nostra esistenza.

Quindi non si parte dalla domanda retorica se bere è bene o male. Il bere è un bene, anche se assistiamo a spettacoli raccapriccianti legati all’eccesso di consumo di alcolici.

uindi non si parte dalla QuiIl problema semmai è un altro ed implica valutazioni di tipo morale e di tipo tecnico. Le domande a cui bisogna dare risposta sono dove, cosa, come, quanto beviamo, decisamente più interessanti e cariche di prospettive rispetto al perché beviamo.

Diciamolo francamente il problema del bere non potrà essere estirpato dalla terra e sarebbe ingiusto estirparlo in quanto bere non è poi così male. Taccuino di un vecchio bevitore in modo esilarante ma anche serissimo tenta di rispondere a queste domande: dove, cosa, come, quanto.

Se cominciamo dal quanto Amis ci dà immediatamente un’indicazione preziosa che è poi l’essenza stessa del bere ma anche del vivere. Prima di cominciare a bere bisogna scegliere con atto di responsabilità individuale se ci si vuole sbronzare e quindi bere in quantità, oppure si è deciso di assaggiare qualcosa per il beneficio del palato e della conversazione e quindi bere in qualità.

È tutta contenuta in questa scelta, prima di ogni bevuta, la saggezza realista di Amis e di tutti coloro che rifiutano ogni proibizionismo. Certo i cultori del paternalismo statale potranno sempre sostenere che ci sono tante pecorelle indifese circondate da lupi famelici pronti a farne un solo boccone. Ma sono proprio sicuri che impedendo alle pecorelle di brucare queste saranno salve? O non è meglio insegnargli a distinguere la lattuga dalla mandragola.

Il taccuino è un vademecum prezioso, ricco di consigli. Nel divertente capitolo “Come non ubriacarsi”, ad esempio, in modo ironico viene scartato il consiglio dei soliti bacchettoni. Astenersi completamente dal bere non è per Amis un buon consiglio, così come addita come false alcune pratiche ritenute corrette ma che portano alla rovina. Diluire i drink sembra a molti una buona idea ma Amis giustamente consiglia ai bevitori di distillati di assumerli lisci e senza ghiaccio. Il naso e il palato ne avranno giovamento e la nostra vigile coscienza saprà distinguere meglio la soglia di non ritorno (varcabile o meno in funzione della nostra scelta iniziale).

Se abbiamo imboccato la via della sbronza dobbiamo leggere attentamente il capitolo “Gli effetti della sbronza” in cui si trovano consigli per il fisico (la fisica del giorno dopo) e per la psiche (la metafisica del giorno dopo) con alcune raccomandazioni sul cosa leggere (Letture del giorno dopo) e su cosa ascoltare (ascolti del giorno dopo).

Consigli dispensati non tanto per essere accolti ma solo per indicare un percorso che non può che essere personale come ci ricorda Amis nel resto del suo taccuino.

Si possono seguire i consigli dei migliori sommelier o del più famoso proprietario di enoteca della città, si può cedere alle lusinghe del tuo amico che la sa lunga, ma la via dell’alcool è una via che passa attraverso l’esperienza e nessuno potrà mai sostituirsi al nostro palato e alla nostra coscienza.

Così, come anche nelle altre faccende della vita, chi segue la moda del momento è destinato a fallire, non potrà mai scoprire i propri gusti e se stesso. La via del bere, seppur percorsa in compagnia, è individuale e necessita di esperienza, inutile affidarsi ai molti manuali in commercio per scegliere i bicchieri giusti, i dosaggi esatti, i distillati migliori, i piatti da accoppiare alle bevande.

Tutto, secondo Amis, deve essere filtrato dalla nostra lente e nel taccuino ci sono solo dei pareri personali con annotazioni preziose: il set minimo di bicchieri da possedere, quali accessori se si vogliono preparare cocktail, i quantitativi corretti, le varianti ai dosaggi per far virare il sapore verso il proprio gusto.

Annotazioni piene di spirito, nel senso di spiritose e alcoliche, come quella relativa ai recipienti che annoverano come fondamentale una tinozza da bucato, naturalmente se le intenzioni sono robuste.

Alla fine quello che questo Taccuino di un vecchio bevitore rimanda è la consapevolezza, che ogni strada ha una sua sapienza, fatta di conoscenza tecnica, esperienza, sensibilità personale, e senso del limite.

Sì senso del limite. Un limite che, come Amis ci insegna, solo se conosciuto può essere deliberatamente varcato.


Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 30 luglio 2010

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