John Mellencamp. On the Rural Route 7609

Federico Zamboni

.Forse è l’idea corrente di musica, a essere sballata. Non semplicemente sbagliata. Proprio sballata, nel senso di una deviazione profonda, e pressoché irrimediabile, dal percorso migliore. Dall’approccio migliore. Che la musica faccia da intrattenimento e da svago va benissimo, ma solo a patto che questa funzione non diventi l’unica. A patto che rimanga un’opportunità specifica che è consapevole dei propri limiti e che, perciò, si guarda bene dall’escludere le altre, meno immediate ma non per questo inaccessibili. E neppure meno godibili, una volta che si sia superato quel po’ di apprendistato che è richiesto da qualsiasi cammino di affinamento culturale, col passaggio da quello che già si sa e si padroneggia a ciò che è al di là dei nostri soliti orizzonti. Ci sconcerta? Buon segno. Può innescare un ripensamento. Può contenere una rivelazione.

John Mellencamp, per esempio. Classe 1951. Venti album, esclusi i live e le antologie, disseminati su quasi 35 anni di attività. Che cominciò nel 1976 col passo falso di Chestnut Street Incident, e con la stupidissima decisione/imposizione dei discografici di presentarlo come Johnny Cougar. Johnny Coguaro. Un nome “d’arte” che farebbe ridere persino in un telefilm («Un bel ruggito, Johnny!») e che per un cantautore con qualche ambizione di intelligenza è una specie di epitaffio a priori. A completare la mistificazione, e il disastro, provvedeva la foto di copertina: capelli impomatati e glamour dozzinale da ragazzotto di provincia alla prima uscita nella metropoli. In effetti lui ci veniva davvero, dalla provincia. Ovverosia dall’Indiana. Ovverosia dal Midwest.

Il Midwest. Quella dozzina di Stati che si stendono a sud del Canada e dei quali, di solito, si ricordano le attività economiche e poco altro. Lo Iowa, il “granaio d’America”. Il Michigan delle grandi case automobilistiche di Detroit. L’America meno suggestiva e affascinante. Senza il passato della Costa orientale. Senza le promesse di quella occidentale. Il Midwest: qualcosa che si trova in mezzo a qualcos’altro. Ma non come un collegamento voluto, e necessario. Giusto come un sedimento che se ne sta lì e che rallenta la marcia. Se puoi lo salti d’un balzo. Se no ti sobbarchi la fatica. O la noia.

Per John (non Johnny: ‘fanculo i Johnny, e i Jimmy, e i Bobby; ‘fanculo la mania dei diminutivi e la familiarità fasulla, la cordialità di superficie che fa da velo al cinismo della sostanza, l’amicizia da barbecue sacrificata in un istante al tavolo degli affari) è diverso. Se in un posto ci sei nato, e cresciuto, e se sei riuscito a comprenderlo senza odiarlo, non lo consideri mai solo un luogo di transito per arrivare altrove. Il paesaggio può essere piatto. Il contributo alla Storia può essere stato marginale. Ma rimane comunque tutto il resto. Le persone. Le loro vite. Gli sforzi che hanno fatto e che continuano a fare per affrontare ciò che va affrontato ogni giorno, anche solo per sopravvivere.

John, che era andato a New York per avere successo ma che non ci ha messo poi molto a capire che quella lì era solo una stramaledetta finzione, ha riscattato gli errori iniziali invertendo la rotta. Magari avrebbe finito per farcela lo stesso, grazie al colpo di fortuna di un brano orecchiabile che si trasforma in un hit da classifica, ma sarebbe equivalso a recitare una parte in un film altrui. Vantaggi da esibire. Rimpianti da tenere a bada. Da chiudere a doppia mandata nel fondo del cuore. Strappi un buon ingaggio. Stracci il meglio della tua ispirazione. Diventi una star. Brilli di luce artificiale. E passi tutto il tempo – il tuo tempo – ad aver paura che il meccanismo si inceppi. Che la gente si stanchi del pupazzetto che sei. Che addirittura ti sei sforzato di essere.

.John Mellencamp ha pagato pegno alle smanie di gioventù solo per il tempo necessario a incidere un secondo album, che peraltro venne bloccato dalla MCA ancora prima di pubblicarlo. Realizzato nel 1977, The Kid Inside rimase negli archivi per sei anni. Poi, visto il grande exploit ottenuto nel 1982 da American Fool, venne messo in circolazione nel tentativo di sfruttare il vento favorevole. Oggi, al pari del succitato Chestnut Street Incident, The Kid Inside non compare nemmeno nella dettagliatissima discografia riportata sul sito ufficiale. Capitolo chiuso. Un equivoco, più che un prologo. La sbandata sciocca di un pilota agli inizi. Non basta aprire il gas. Devi aver scelto la traiettoria corretta. E di regola ci vuole parecchio allenamento, per capire qual è.

Mellencamp ha imparato la lezione. E non se l’è più scordata. Gli esiti successivi sono stati alterni, così come le reazioni del pubblico, ma la popolarità improvvisa di American Fool si è progressivamente evoluta in una fama consolidata. Basata sulla stima, ancora prima che sulle vendite. Comprare un disco non è affatto il solo modo di restare legati a un artista. Si può rifiutare una singola proposta, e ciononostante mantenere inalterato il giudizio complessivo. C’è una sincerità di fondo, quando c’è, che prevale sugli episodi e che conferisce dignità e credibilità all’insieme. Mellencamp ha spaziato in lungo e in largo nella musica americana. Nei suoi linguaggi. Nelle sue motivazioni. Non solo la consueta alternanza di pezzi più veloci e più lenti, che è tipica del rock da classifica. Anche aperture sostanziose al rhythm’n’blues. Anche lavori di impianto folk («modern electric folk songs», dice lui) come l’ottimo Life, Death, Love and Freedom, apparso nel 2008 e illuminato dalla produzione del mai troppo lodato T-Bone Burnett.

Qui in Italia, invece, la sua notorietà è incomparabilmente minore. Lui non sforna brani a presa rapida. I grandi network radiofonici non hanno motivo di inserirlo nelle loro playlist. Ed ecco spiegato perché un lavoro interessantissimo come quest’ultimo On the Rural Route 7609, cofanetto quadruplo che pur raccogliendo molte cose del passato non è affatto il classico Greatest Hits in versione de luxe, si trova solo d’importazione. Qualcuno dirà che dipende dal prezzo, obiettivamente elevato, di circa 90 euro. Ma non è così. È che la fretta è una cattiva consigliera. È che la ricerca, e il bisogno, di continue conferme a quello che già si conosce è un vizio radicato che non si riesce a estirpare.

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