Valarioti. Un comunista contro la ‘ndrangheta

Raffaele Morani

E’ una sera come tante a Rosarno, il 10 giugno del 1980. Le elezioni provinciali hanno visto la vittoria del Partito Comunista Italiano: il leader locale Peppino Lavorato è stato riconfermato consigliere provinciale (negli anni successivi sarà eletto deputato e poi sindaco di Rosarno), Fausto Bubba candidato al Consiglio regionale sembra sul punto di essere eletto (ce la farà). In una regione come la Calabria, in un anno  difficile come quel 1980, in cui i comunisti affrontano una difficile prova elettorale dopo essere usciti con le ossa rotte dalle elezioni dell’anno precedente, seguite all’esperienza della solidarietà nazionale con la DC, l’altro grande protagonista di questo successo comunista, è Peppino Valarioti [nella foto], segretario della sezione PCI di Rosarno, un trentenne professore di lettere con la passione per l’archeologia.

I comunisti hanno affrontato la campagna elettorale denunciando la presenza della ‘ndrangheta e le collusioni con alcuni politici locali. Un atto dirompente in una realtà come quella calabrese, dove solo due anni prima il procuratore di Palmi Agostino Cordova, in un processo a 60 boss mafiosi convocò  33 sindaci della Piana di Gioia Tauro e 31  su 33 hanno negarono l’esistenza della ‘ndrangheta nel proprio territorio.

La campagna elettorale è stata segnata da numerose intimidazioni (tutti i manifesti del PCI sono stati staccati e riattaccati capovolti, l’auto di Lavorato è stata bruciata, i boss mafiosi si sono fatti vedere in maniera provocatoria davanti ai seggi elettorali), per questo la soddisfazione dei vincitori per il risultato è alle stelle, e si decide così di andare a festeggiare quella sera stessa in un ristorante poco lontano.

Alla fine della cena Peppe Valarioti è il primo a uscire dal locale, due fucilate lo abbattono al suolo in una pozza di sangue, i compagni lo soccorrono prontamente ma non c’è nulla da fare, il giovane segretario che ai compagni diceva «Se qualcuno pensa di intimidirci si sbaglia di grosso, i comunisti non si piegheranno mai», muore poco dopo. Così trent’anni fa moriva Peppino Valarioti che denunciava la presenza della cosca Pesce nella sua Rosarno, e criticava anche la gestione della cooperativa Rinascita (consorzio di agrumicoltori di area PCI) in cui si stava infiltrando la ‘ndrangheta, perché si doveva operare col massimo rigore e senza guardare in faccia a nessuno.

Il suo omicidio è rimasto impunito! Il libro Il caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria scritto da Danilo Chirico e Alessio Magno uscito di recente per Round Robin Editrice, ricostruisce quella la storia e le vicende che seguirono il suo assassinio, compresi i processi e le assoluzioni.

«Una storia – scrivono gli autori nell’introduzione – tante storie di trent’anni fa che contengono ogni ingrediente della Calabria, dell’Italia, di oggi». Il Comune di Rosarno, passato alle cronache nazionali pochi mesi fa, per la rivolta dei lavoratori africani sfruttati in maniera disumana dai vari caporali e per la successiva “cacciata dei neri” a suon di fucilate, dal 2008 è guidato da un commissario straordinario, in quanto l’amministrazione è stata sciolta per infiltrazioni mafiose. Il Comune, in collaborazione con l’Arci, nel giorno dell’anniversario dell’assassinio, l’11 giugno scorso, ha scoperto una targa in memoria di Valarioti nella piazza principale della città che già porta il suo nome.

Sempre a Rosarno lo stesso giorno l’associazione Libera di Don Ciotti ha organizzato la presentazione del libro dedicato a Valarioti, con l’obiettivo fra l’altro di «unire giovani, immigrati, agricoltori e lavoratori onesti per difendere i diritti di tutti, liberare le popolazioni dall’oppressione mafiosa, costruire lo sviluppo democratico, sociale e civile».

All’incontro pubblico hanno partecipato gli autori del libro, Peppino Lavorato,  numerosi magistrati e amministratori locali, parlamentari ed ex parlamentari di sinistra come Piero Di Siena (MPS), Marco Minniti (PD), Michelangelo e Girolamo Tripodi (PDCI), ma anche di destra come Angela Napoli del PDL, membro della commissione parlamentare antimafia, vittima di numerose intimidazioni, e astenutasi nelle ultime elezioni regionali in polemica con le scelte del suo partito in tema di candidature “chiacchierate”.

Erano presenti alcuni studenti e molti giornalisti, gli unici assenti alla commemorazione, come denunciato da molti degli intervenuti, sono stati i rosarnesi. Minniti, ex  viceministro di Prodi ha ricordato come «il fronte democratico nella Piana di Gioia Tauro dall’assassinio di Valarioti non si è più ripreso. Mentre anche se le ‘ndrine hanno subito colpi militari i nomi dei mafiosi sono sempre quelli denunciati da Peppe Valarioti, al nonno è seguito il figlio e poi il nipote». Tutto questo succede a Rosarno nel 2010, a trent’anni esatti dall’omicidio di un giovane militante di sinistra che aveva fatto della lotta alla ‘ndrangheta la sua missione civile e che diceva ai suoi amici «Questo schifo è anche colpa nostra. E se non siamo noi a batterci chi lo fa?»

Raffaele Morani

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