Quale etica per i fascisti del terzo millennio?

Piero Di Cuollo

Nietzsche in quanto Nietzsche non basta. Mi assumo tutte le responsabilità di questa affermazione: non poche, se si considera l’importanza di questo pensatore all’interno di quello che grossolanamente potremmo chiamare “pensiero fascista”. Nietzsche non basta a definire un’etica possibile per i cosiddetti “fascisti del terzo millennio”. E qui mi riferisco esplicitamente ai fascisti di CasaPound che, bruciata la Bibbia, hanno partorito il manifesto dell’EstremoCentroAlto.  “ Quale etica per i fascisti del terzo millennio?” è, infatti, un interrogativo che pongo, in via del tutto personale e senza alcuna pretesa di ufficialità,  proprio alla luce del manifesto dell’EstremoCentroAlto e accantonata, ormai da tempo, la Bibbia.

Di certo il problema in quanto tale non si pone per i forzanovisti e/o simili. Non si pone perché, a quanto pare, questi  associano in maniera del tutto arbitraria fascismo e cristianesimo. E se allora gli si chiede -non so se realmente qualcuno l’abbia mai fatto- “qual è, per così dire, la vostra etica?”, la risposta non può ch’esser già bella e pronta. In virtù di quel cristianesimo difeso con le unghie e con i denti ,il forzanovista può far appello alla più importante sistematizzazione  della filosofia cristiana, quella di San Tommaso d’Aquino, la quale fornisce anche un’etica che non fa una grinza, poggiando sulla metafisica della creazione. La storia è semplice. Sopra ogni cosa c’è Dio creatore. Dio è colto dall’intelletto umano nella sua assoluta trascendenza attraverso la volontà o appetito razionale, che è desiderio dell’infinito.  Dio, dunque, è infinito bene e, alla luce della creazione voluta per sé, per puro amore, l’uomo riconosce l’amore essere la radice di tutte le “passioni”. In quanto tale, per evitare un amore e, quindi, delle passioni disordinate, quella radice deve essere orientata, cioè, ordinata verso il sommo bene o fine ultimo. Ordinare l’amore verso il fine ultimo, che, lo ripetiamo, è Dio nella sua connotazione giudaico-cristiana, significa vivere secondo l’”ordo amoris” e, allora, non perseguire come se fosse il fine ultimo dell’esistenza quelli che sono riconosciuti essere dei beni finiti. Tutto ciò significa “porgere l’altra guancia”, tanto per dirne una. Significa aspettare la resurrezione della carne e la nuova vita, “vita piena” in comunione con Dio; promessa che nulla ha da invidiare a quella di stampo illuministico, la quale trova lo scacco della storia nella società perfettamente progredita del “liberalismo” o in quella perfettamente progredita del “comunismo”, nelle sue due varianti, rispettivamente, liberale e marxiana.

Il discorso sul tomismo, ovviamente, meriterebbe più spazio, ma limitandoci a questa delineazione essenziale dell’unica etica possibile per un cristiano, già emerge l’incompatibilità con quell’”uomo nuovo” che tanta parte ha avuto nella storia dei cosiddetti “fascismi” (italiano e tedesco).  Poco ha a che fare, quest’etica, con quella “filosofia della forza” che appassionò il giovane Mussolini. Ma chi è l’”uomo nuovo”? È l’uomo senza Dio, l’uomo il quale ha compreso nietzscheanamente che nell’ottica cristiana la speranza viene confusa con la verità; che l’impossibilità di pensare, di vivere felici, o anche soltanto di vivere, senza un assoluto, non dice nulla a favore della legittimità di quell’idea – quella di Dio, s’intende. Tolto Dio, dichiarata la “morte di Dio”, sembrerebbe, così, venir meno ogni finalismo. Quell’”ordo amoris”, che a sua volta affonda le radici nel “telos” aristotelico, il quale ci domina almeno inconsciamente, data la forte permeazione del cristianesimo all’interno della nostra società, perde, con la “morte di Dio”, ogni significato e in un primo momento l’uomo sembra naufragare. Di qui passa Zarathustra e il suo parlare. Il suo parlare del “come” vivere senza Dio. Di qui passa la famosa etica “aristocratica”, la visione circolare del divenire della storia,  l’eterno ritorno dell’uguale, il lasciar trapassare l’attimo passato nel presente, proiettandolo nel futuro come “volontà di potenza”. Credo che dopo tanti pensatori eccelsi, i quali si sono occupati di Nietzsche, io abbia ben poco da insegnare su questa filosofia “vitalistica”.

Ma su si è detto che Nietzsche in quanto Nietzsche non basta a delineare un’etica possibile per i fascisti del terzo millennio. E, questo, per diversi motivi. Il primo, forse, è il più grave. Il continuo appellarsi al filosofo di Röcken, a quei valori “aristocratici”, costituisce quanto di meno nietzscheano possa esserci. Se Nietzsche ha avuto davvero qualcosa da dirci, io credo che si riferisse esclusivamente alla caratterizzazione “creatrice” del suo “Superuomo”. Il Superuomo nietzscheano è un creatore e in quanto tale non può appigliarsi ad una pura Weltanschauung preconfezionata. Non foss’altro per il fatto che questa poi rischia di divenire una delle tante “etiche”, una nuova “etica”, quella che Nietzsche assolutamente non voleva fondare- e ciò emerge chiaramente dalla lettura delle sue opere. Detto questo, è normale che resta per il superuomo un quadro di riferimento, quella “morte di Dio” che abolisce la fiacca morale dei servi borghesi , ma i valori vanno continuamente trasmutati. Credo che noi dobbiamo continuamente pensare contro i valori, contro un’”etica”, che in quanto “casa” dell’uomo (stando al senso etimologico dell’”ethos”), va creata. Il fascista non può avere “etica”, perché non ha dimora in questo “status quo”. Questa immagine che ho cercato di fornire, se interpretata malamente, può condurre a pensare ad una sorta di iper-relativista/qualunquista perfettamente inglobato dall’attuale società del niente, ma il pensare contro i “valori”, cioè contro un “positivo” e un “negativo” già stabiliti è quanto di più etico possa esserci per un fascista. Il non- trovar- dimora e il costruire incessantemente è la vera etica del fascista. Riassumo così: non lasciamo che il rifugio nei valori “aristocratici” diventi lo stesso che il rifugio nei valori cristiani per il buon borghese; valori non realmente pensati.

Dunque ciò che propriamente vorrei dire è che Nietzsche è condizione necessaria ma non sufficiente per pensare davvero un’etica. L’integrazione con Heidegger, in questo campo, mi sembra necessaria, così come lo stesso manifesto dell’EstremoCentroAlto in più punti lascia intuire. Così come quando, ad esempio, si parla di un “cortocircuito del linguaggio”, di una vera e propria “rottura epistemologica”. Fondare, creare nuovi linguaggi, nuovi simboli è l’unico modo per ridare vitalità all’origine. Riproporre l’origine in maniera ancor più originaria: è questo veramente essere fascisti. La mera ripetizione è, all’opposto, reazione. Detto ciò, mi sembra che in una peculiare maniera Heidegger possa venir incontro a Nietzsche per completarlo. L’anti-finalismo nietzscheano potrebbe infatti incorrere in una aporia teoretico-esistenziale di fondo insanabile. Nel suo pretendere di stare al di là del bene e del male – obietta l’astuto tomista – il superuomo nietzscheano non può poi, di fatto, non scegliere. E scegliendo pone il valore e il disvalore. E agendo in certe maniere presuppone sempre un fine ultimo, decidendo ciò che propriamente è “bene” e ciò che propriamente è “male”. E con ciò dimostra l’ineludibilità del fine ultimo. Questo interessa al buon tomista: dimostrare l’ineludibilità del fine ultimo. E ciò che mi pare manchi in Nietzsche sia proprio una decisa risposta a questa provocazione: sì, noi anche ammettiamo un fine ultimo! La “morte di Dio” non esclude il fine nell’agire, il fine è nella preservazione della cosiddetta comunità di popolo e il “Popolo” è pensabile solo come unità destinale di un “progetto gettato”- ecco Heidegger. Quella peculiare condizione esistenziale dell’”esser-ci” che si ritrova in un mondo nella sua gettatezza e trova lo scacco solo progettando l’essere, in quanto “essere-per-la-morte”, è la condizione che porta il superuomo a scegliere tra varie possibilità, decidendosi per la vita autentica. Lo stesso parlare di un “progetto” porta intrinsecamente in sé quel concetto di “tèlos”.

L’autenticità poi è da riscontrarsi, all’ingrosso, in quella distanza dalla “curiosità”, dalla “chiacchiera”, dall’”equivoco”, che la stessa interpretazione del solito manifesto dell’EstremoCentroAlto mette in risalto. A tal proposito mi sembra illuminante uno scritto considerato perlopiù secondario, uno scritto heideggeriano di prosa semplice, intitolato “Perché restiamo in provincia?”. In questa prosa viene fuori il concetto di “origine” e “autenticità” associato alla vita contadina, secondo una certa interpretazione. Mentre ambienti neomarxisti degli anni ’60 si divertivano a sbeffeggiare il contenuto di tale scritto come esaltazione della vita e dei rapporti di vita piccolo-borghese, sottoponendo tutto ad un’ottica economicistica, le parole in esso contenute rimandano al nobile pensiero di una comunità che trasmigra sul piano sociale quel “progetto gettato” che abbiamo visto emergere nella singola condizione esistenziale. In altre parole vien fuori quello che all’epoca fu il pensiero del “blut und boden”: unica progettualità possibile per un vero Popolo. Un Popolo che si dia una forma. Ecco allora che in questa forte risposta, in un certo senso finalistica, il pensiero heideggeriano manda a rotoli quella che da un punto di vista cristiano sembrava essere una forte accusa contro il primo nietzscheanesimo (arrogandomi la pretesa ermeneutica di chiamare l’heideggerianesimo “secondo nietzscheanesimo”).

L’ultima connotazione del pensiero di Heidegger che potrebbe essere essenziale in riguardo alla tematica trattata, è quella che fa passare la “morte di Dio” nietzscheana in una nuova “attesa dell’ultimo Dio”. Questa espressione ,che rappresenta una sorta di hapax legòmenon all’interno della produzione del filosofo di Meßkirch, fa attestare la posizione esistenziale su una ben diversa da quella invece espressa dalla “morte di Dio”. L’attesa ha in sé un momento che rimanda essenzialmente alla preparazione. Il restare in guardia è quella tensione giusta, necessaria, che sola può giustificare una qualche palingenesi, anche utopica, di una qualche comunità europea. La tensione insita nell’attesa è giustappunto quella condizione che fa emergere i “costruttori” per eccellenza, i creatori per eccellenza, coloro che si arrischiano al di fuori di un accasamento, come quello che può trovarsi in un’etica preconfezionata.

Il taglio interpretativo che ho tentato di dare, consiste proprio in ciò: nello scardinare il pensiero di Nietzsche da un suo possibile irrigidimento in una pura “visione del mondo”, in una pezza d’appoggio che nulla ha a che fare con un pensiero essenziale. Il cuore di tutto ciò mi sento di indicarlo in quell’”ordine lirico” con forza affermato nel manifesto dell’EstremoCentroAlto. E badate e meditate bene sulla potenza di questo concetto in un senso etico.

Piero Di Cuollo

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