Paolo Legrenzi. Stupidità e pregiudizio

Mario Grossi

Uno può essere stupido,
ma non è detto che lo sia.

Robert Musil

Stupid is as stupid does

Forrest Gump

Poco dopo la sua uscita nel 1988 l’avevo letto con somma goduria. Era un piccolo libro di Carlo Cipolla assemblato con due micro saggi diversi tra loro per tema ma accomunati dalla stessa brillante, concisa, divertente e divertita prosa che lo rendeva di una comicità lieve e travolgente e nel contempo ricco di spunti di riflessione.

Uno dei due micro saggi, non smetterò mai di elogiare la scrittura breve e folgorante, portava un titolo fulminante Le leggi fondamentali della stupidità umana.

Carlo Cipolla partendo dalla costatazione che esiste un gruppo non organizzato, trasversale ma potentissimo, quello degli stupidi, sempre pronto a mettersi di traverso, aveva stilato una serie di leggi che ne delineavano le caratteristiche.

A partire dalla prima: «Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione», sciorinava le altre, compresi alcuni corollari che mettevano a fuoco la questione.

Per evitare accuse di razzismo o di spocchia intellettuale aveva scritto la seconda così: «La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona». Uno è stupido in buona sostanza come un altro ha i capelli rossi. Non può farci niente. E dimostrava in maniera esilarante come anche tra i premi Nobel si potevano riscontrare alte dosi di stupidità.

Passava poi ad enunciare la terza (aurea) legge fondamentale della stupidità: «Una persona stupida è una persona che causa danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita».

Per arrivare alla conclusione con la quarta legge fondamentale della stupidità: «La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista».

Un travolgente susseguirsi di argomentazioni argute che dimostravano abbastanza chiaramente che il mondo non solo era minacciato da questo tipo umano ma che spesso, visto i rapporti intrattenuti tra stupido e potere (si veda a tal proposito lo scintillante capitoletto “Il potere dello stupidità”), lo governava.

Ne ero rimasto ammaliato tanto che, quando uscì un’edizione nel 2007 illustrata da Tullio Pericoli, mi comprai pure quella. Ma ragionandoci sopra una cosa mi era rimasta nella strozza e non mi andava né su né giù. Così come postulato il problema, conteneva un vizio, una limitazione.

Se, come scriveva l’autore: «è mia ferma convinzione, sostenuta da anni di osservazioni e sperimentazioni, che gli uomini non sono uguali, che alcuni sono stupidi ed altri non lo sono, e che la differenza è determinata non da forze o fattori culturali ma dalle mene biogenetiche di una imperscrutabile Madre Natura. Uno è stupido nello stesso modo in cui un altro ha i capelli rossi; uno appartiene al gruppo degli stupidi come un altro appartiene ad un gruppo sanguigno. Insomma uno nasce stupido per volere imperscrutabile e insindacabile della Divina Provvidenza», uno nasce stupido il problema apparentemente è irrisolvibile. Per lo stupido è una tara innata non emendabile, per l’umanità una iattura che si può solo sopportare.

È questo che non mi convinceva. L’innatismo immodificabile di tale comportamento.

Una dichiarazione apodittica che ha un risultato confortante. Individuato il mostro, ognuno di noi, in modo auto consolatorio, può additarlo come altro da sé e rallegrarsi del fatto di non essere nato tale. Possibile che sia tutto qui il problema?

A modificare parzialmente questo scenario riduttivo è arrivato nel maggio di quest’anno un nuovo saggio sull’argomento che già dal titolo pone la questione in maniera diametralmente opposta Non occorre essere stupidi per fare sciocchezze di Paolo Legrenzi edito da il Mulino.

Partendo proprio da Carlo Cipolla, questo nuovo saggio, anch’esso breve anche se meno fulminante e divertente del primo, tenta di bilanciare un po’ il giudizio sulla stupidità.

Pur non contraddicendo l’assunto che qualcuno nasce stupido, il saggio sostiene però che l’occasione fa l’uomo stupido. Tutti quindi possono incorrere in comportamenti stolti o considerati tali. Per dimostrare la sua tesi, l’autore ricorre a un esempio di tipo sessuale ricostruendo il caso Bill ClintonMonica Lewinsky partendo da una considerazione.

Tutto si può dire di Bill Clinton tranne che sia uno stupido. Brillante e prestigiosa carriera universitaria, ascesa politica condita da furbizie e affari vari che ne testimoniano l’affilata (seppur oscura) intelligenza, Presidenza degli Stati Uniti con un successo crescente fino allo scandalo che l’ha affossato. Dunque una persona intelligente, o presunta tale, che commette una serie di stupidaggini che l’hanno travolto.

Quali sono allora, per Legrenzi, i meccanismi che generano la stupidità?

«Una stima errata del rischio, basata esclusivamente su quello che ci è successo in passato». Clinton aveva avuto già altre storie extraconiugali che, seppur venute alla luce, era stato in grado di gestire e mettere a tacere senza che queste gli impedissero di proseguire nel suo cammino di successo politico.

«Un pensiero “desiderante” e cioè la tendenza a scambiare quello che vorremmo fosse la realtà con quello che purtroppo è». La consapevolezza da parte del presidente che in fin dei conti la Lewinsky si sarebbe comunque dovuta sentire lusingata dalle sue attenzioni.

«Proiezione delle esperienze passate sul futuro, e cioè la non accettazione del caso nelle vicende umane, attribuendo a nostri meriti o fortuna quello che è fortuito». L’averla fatta franca nel passato non fu giudicato un colpo di fortuna da Clinton ma la naturale conseguenza del suo fascino e del suo potere.

«L’incapacità di cogliere il cambiamento di clima dell’opinione pubblica». Ciò che gli fu perdonato nel passato non fu più tollerato in un momento di diversa attenzione nei confronti di queste performance.

«L’eccessiva fiducia in se stessi» che non gli ha permesso di valutare con esattezza la portata delle conseguenze delle sue azioni.

Lo stesso schema è riproposto nell’analisi del caso Parmalat che in campo finanziario propone lo stesso percorso per Callisto Tanzi.

L’azione stupida, la sciocchezza, sono dunque il frutto di un nostro percorso intellettuale che ci impedisce una valutazione corretta delle situazioni. È per questo che nessuno si deve sentire escluso. Intelligenti e stupidi qui sono sullo stesso piano. Certo gli intelligenti possono ricorrere ad un serbatoio di efferatezze cui non possono accedere gli stupidi, ma sono come loro passibili di stupidità.

La stupidità può anche essere presunta, frutto di un pregiudizio della società in cui si vive, come ben dimostra l’autore nel raccontare le vicende del dottor Semmelweis, noto ai più per quanto ne scrisse Celine, che finì emarginato proprio per aver subito in questo caso la stupidità dell’ambiente in cui aveva vissuto.

A volte la stupidità (presunta) è frutto solo di un modo di interpretare diversamente le cose rispetto alla maggioranza o all’opinione comune di chi ci circonda, come è ben documentato dall’aneddoto che qui di seguito riporto:

«Un bambino era considerato da tutti i suoi compagni poco intelligente. A riprova della sua stupidità, essi citavano il comportamento che aveva di fronte alle monete da 100 e 200 lire allora in uso. Le monete da 200 lire valevano di più, ma quelle da 100 erano più grosse. Un compagno gli aveva detto: “Ti regalo una di queste due monete; scegli tu quale”. Il bambino aveva preferito quella da 100 lire. Da allora la sua incapacità di distinguere il valore delle due monete era diventata proverbiale, ed era stata messa sovente alla prova. Una volta che un insegnante benevolo l’aveva avvicinato e gli aveva chiesto: “Ma è possibile che non ti sei ancora accorto che vale di più la piccolina?”, il bambino aveva risposto: “Finchè scelgo quella grossa, continuano a farmi la prova, e io intanto ho accumulato un bel gruzzolo!”.

Il giovane, facendo fessi i suoi detrattori, aveva inventato per sé un piccolo lucroso business, fregando gli intelligentoni ciechi di fronte al loro pregiudizio.

Si potrebbe attingere ancora a lungo da questo sapido saggio breve, ma qui mi fermo per la gioia di chi vorrà leggerselo (imprescindibile la lettura comparata con il saggio di Cipolla).

Alla fine quello che resta è una consapevolezza che ci rafforza. A prescindere da chi siamo, tutti possiamo commettere delle sciocchezze e tutti possiamo essere tacciati di stupidità. Quello che conta è non considerarsi mai esclusi dalla possibilità e vigilare attenti su noi stessi per non inciampare inevitabilmente.

Agire quando siamo convinti delle nostre ragioni e fregarcene riccamente se l’ambiente che ci circonda giudica, per i suoi pregiudizi, il nostro comportamento frutto di stupidità.

È sempre meglio essere considerati degli stupidi, consapevoli di essere vivi, che degli intelligenti paludati dal pregiudizio che, come un sudario invalidante, ci impedirebbe sul nostro percorso, rendendoci simili a mummie, a morti che camminano.

Il bambino ritenuto stolto lo insegna, così come Bertoldo, il sempliciotto considerato sciocco, che la fece in barba a tutti quanti.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 10 luglio 2010

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