I libri da leggere a vent’anni

Mario Grossi

Spesso è considerato un gioco, niente più che un passatempo. Quella di stilare un’ipotetica classifica dei migliori o degli immortali in tutti i campi dello scibile umano è sempre stata una pratica usuale.

Le sette meraviglie del mondo, sono forse l’esempio più evidente di come la classifica possa essere usata per dare ordine al mondo e per possedere un condensato di tutto quello che serve sapere ed illudersi che conosciuto quello il resto sia marginale.

Si sono così succedute nel tempo liste e classifiche in cui ci si cimentava nell’individuare i migliori di tutti i tempi. Tra i centravanti, meglio Piola o Gigi Riva? Paolo Rossi entra o no nella Top Ten?

Tra le più importanti scoperte dell’umanità la ruota viene prima dell’energia elettrica o deve essere piazzata dopo la scoperta della penicillina?

In genere, a parte l’inevitabile giudizio soggettivo del redattore, a influenzare una presenza o meno, è un criterio di tipo temporale. Nel senso che le cose a noi più vicine ci sembrano più importanti e di maggior spessore rispetto a quelle del passato.

Quando si stila una classifica, o quando la si giudica, il pericolo è sempre lo stesso, esagerare col personalismo e ritenere una cosa fondamentale solo perché noi la vediamo così.

Quando si passa ai libri la questione si esplicita in modo eclatante.

Tutte le liste prodotte per indicare i migliori libri mai pubblicati, i dieci libri da portarsi su un’isola deserta, i cento libri da leggere prima di morire, i cinquanta libri da salvare dal prossimo rogo, soffrono dello stesso male.

Non tanto d’incompletezza, ovvio risultato quando si vuole scremare poche decine di titoli da un’editoria che ne pubblica e ne ha pubblicati a milioni, quanto di pregiudizio, espungendo libri che, a prescindere dal nostro modo di vedere, dovrebbero comparire.

A maggior ragione, questi mali si evidenziano, se un libro porta un titolo che da solo ha il peso di un macigno.

Il libro in questione s’intitola I libri da leggere a vent’anni a cura di Giulio Vannucci e Nicola Villa, delle Edizioni dell’Asino.

Il sottotitolo Una bibliografia selettiva un po’ cerca di diminuire il fardello che i due si sono messi sulle spalle, anche se i curatori si crocefiggono da soli nelle righe introduttive “Scopo di questa guida alla lettura pensata da giovani per giovani è quello di tirare le fila di una conoscenza troppo dispersa…” che suona decisamente presuntuoso, come un tentativo di summa orientativa. Per evitare guai i due si affrettano a schermirsi “Abbiamo affrontato questa piccola, ma ambiziosa … impresa ben coscienti dei suoi tanti pericoli…”. I libri sono milioni e ogni scelta ovviamente è riduttiva, qualcosa rimane fuori per forza. Una sorta di autoassoluzione preventiva che sarebbe accettabile solo se il titolo fosse diverso.

Quando si prepara una scaletta di lettura, l’idea dovrebbe essere quella di dare un consiglio, per quanto possibile spassionato, neutrale, in cui una proposta anche disomogenea rappresenti però uno stimolo che possa indurre curiosità nel ventenne e gli permetta almeno di immaginare l’esistenza di percorsi diversi rispetto a quelli canonici proposti.

Invece i due curatori offrono la riproposizione di un canone assai noto e monotono, condito con qualche difformità per farlo credere alternativo alla solita scialappa che ci viene propinata.

Il libro è organizzato in capitoli che consigliano letture per argomenti, un’ovvietà che, pur nella sua disomogeneità, non è la cosa peggiore di questo raffazzonato catalogo. Da una lettura dell’indice tra gli argomenti non ne è menzionato uno che invece è un cardine delle letture almeno per i vent’anni. Manca inesorabilmente il capitolo “Poesia”. Incuriosito da questa latitanza cerco allora tra “Letteratura”, magari i titoli dei poeti sono mescolati agli altri in quel gran calderone.

Magari gli autori reputano trascurabile la poesia, ma che nessuno consigli un po’ di poesia a vent’anni, visto che in età adulta saranno ancora meno gli appassionati del verso, mi sembra un vero scandalo, frutto forse di quel pregiudizio che vuole la poesia arte marginale.

Questa non è la sola cosa che colpisce il mio occhio divenuto guardingo. Passo in rassegna i vari capitoli rapidamente, a volo d’uccello, e mi accorgo che alcuni sono sovradimensionati, altri contengono dei consigli tanto risicati, quanto inutili nella loro sterilità.

Nel capitolo “Maestri. I testi fondamentali” il primo libro in assoluto è il Simposio di Platone, seguito dalla Bhagavad Gita e dal Tao Te Chi ng di Lao-tse. Nessuna menzione per i Presocratici, fondamento assoluto di tutto. Quello che fa un po’ sorridere, visto il titolo del capitolo, è che a fianco dei già citati, insieme a Agostino, ai Vangeli (mancano gli Apocrifi e gli Gnostici), ci trovo In viaggio con Erodoto di Kapuscinski, che francamente suona un po’ fuori luogo se accostato al resto. E questo è solo un esempio degli scempi del capitolo.

Tornando al capitolo “Letteratura” provo un altro brivido. Manca Dumas, nessun moschettiere, nessun Conte di Montecristo. Così come non c’è traccia di Salgari, né di Verne (assai meno imprescindibile degli altri due per la verità). Sarà perché si presuppone che il lettore ventenne li abbia già letti, anche se dovrebbero essere letture consigliate a ogni età. Sarà perché la letteratura cosiddetta per ragazzi non è contemplata.

Ma non è così perché, nel bel mezzo del capitolo, spunta Matilde di Roald Dahl, principe moderno di questo tipo di letteratura. E la scelta di un libro che può essere letto a sei anni (nel mio infantilismo io invece ne avevo più di trenta) non collima con la mia teoria. E comunque nel mio personale ruolino avrei inserito per un ventenne un Roal Dahl diverso e più sapido, quello dei Racconti, assai più adatto, con la sua corrosiva e cinica scrittura, alla lettura adolescenziale.

Si potrebbe continuare a lungo. Tra i russi non c’è traccia di quel romanzo assoluto, Oblomov, che, nella modernità iperattiva, vagabonda, utilitaristica, interessata, costituisce un appiglio potente per non farsi trascinare nel vortice della liquidità attraverso un rinunciatario eroico oblio che costituisce la sua forza evocativa.

Possibile che, tra Elsa Morante, Brancati, Pratolini, Jovine, Calvino, Gadda, Volponi, Fenoglio, Rea, Tomizza e una sfilza di altri scrittori italiani, non si sia trovato lo spazio per inserire un Buzzati.

Altra ferita per me grondante sangue è la scelta di Martin Eden per rappresentare Jack London. E il sommo Racconti del Grande Nord concentrato di tutta la poetica londoniana?

Troppo facile e scontato sottolineare la mancanza di un solo cenno per Junger, Tolkien. Tra i cosiddetti maledetti c’è spazio solo per Viaggio al termine della notte di Céline.

Pound è un caro estinto senza lapide e ricordo.

Nel capitolo “Altri mondi”, che passa in rassegna le letterature del mondo, il Sudamerica si trova orfano di Cent’anni di solitudine di Marquez a fronte di tanti altri meno meritevoli.

Nel capitolo dedicato al pensiero religioso, cosa stranissima, sono citati solo testi sul Cristianesimo. Nessuna menzione per l’immenso serbatoio dell’Islam, nulla sull’Ebraismo, tanto meno su altre religioni.

Sul Cristianesimo ci sono molte indicazioni sul Cattolicesimo, Protestantesimo, Ortodossia. Ma come si può scordare completamente tutto il ribollente e affascinante mondo dell’eresia. Niente Dualisti, Bogomili, Catari.

Così il capitolo sullo sport dedica tutte le sue citazioni al mondo del calcio, trascurando tutto il resto.

Come si vede da questi pochi esempi, qui non si tratta del solito gioco c’è non c’è. Intere correnti di pensiero, fette consistenti del mondo sono fatte passare sotto silenzio in un oblio che alla fine sembra strumentale ad affermare un indirizzo preciso volto a cancellare qualsiasi curiosità verso tutto ciò che non è codificato in uno schematismo pedagogico che vuole impedire deragliamenti alla lettura.

Deragliamenti e curiosità che sono il succo vitale di ogni lettura.

Sembra quasi che i giovani autori considerino la lettura come lo strumento per affermare e razionalizzare i loro pregiudizi, per perpetrare i tabù che si sono condensati nel corso dei tempi e che vogliano il lettore come un bue aggiogato all’aratro che traccia un solco già segnato.

Un libro da dimenticare che vuole il lettore locomotiva incessante su dei binari d’acciaio indeformabili, mentre il lettore è, per sua natura, anarchico.

«Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi. La locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere. Questo decise la sorte del bufalo, l’avvenire dei miei anni e il mio mestiere».

E libri come questo servono solo ad accelerare la fine del lettore/bufalo.

La cosa più interessante da fare con questo libro è consultare l’indice dei nomi che dà immediatamente il senso di quello che ho scritto.

Il più citato con ben sette titoli è Ivan Illich, che pur autore a me caro, mi sembra sopravvalutato, seguito da Hannah Arendt con sei titoli e da Elsa Morante con cinque, il che non dà l’esatta portata dello scempio. Ma se aggiungo che Nietzsche viene riportato con un solo titolo, Heidegger non è nemmeno citato, e Virginia Woolf ha un solo striminzito titolo allora forse diventa più chiaro come questa accozzaglia non può certo essere presa come rappresentativa.

Certo se il titolo del libro fosse stato diverso, che so, “I libri che mi piacciono di più” tutto sarebbe stato più lineare e meno criticabile ma un fardello come I libri da leggere a vent’anni suona come un imperativo presuntuoso che fa naufragare qualsiasi buona intenzione.

Se poi si pensa che questo libro è inserito in una collana intitolata “I libri necessari” allora tutto esplode in una grassa risata.

Forse avrei dovuto seguire il mio istinto quando osservando la copertina di un verde che sa un po’ di bile vomitata il mio occhio è caduto sul logo e sul nome della casa editrice: Edizioni dell’Asino.

Tutto mi sarebbe stato esplicito fin dall’inizio.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 3 luglio 2010

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