Breve storia della violenza sulle donne

Angelo Spaziano

Discriminazioni, prevaricazioni, violenze, mutilazioni, ricatti, emarginazione, sfruttamento, sottoccupazione, schiavismo. Sono solo alcune delle piaghe che ancora oggi, in tutto il mondo, vedono come vittime designate prevalentemente le rappresentanti del sesso debole. In particolare nei paesi sottosviluppati o emergenti dell’Africa e dell’Asia, le donne erano e restano eternamente relegate a ricoprire un ruolo del tutto secondario nella dinamica sociale, destinate come sono dapprima al servizio dei membri maschi della famiglia, obbligate a svolgere le incombenze più ingrate, umilianti e faticose, per poi, una volta sposate, entrare in esclusivo possesso dei mariti.

Anche giuridicamente, la donna, in alcuni paesi del Medio Oriente ad esempio, oltre ad essere costretta a indossare abiti finalizzati a nasconderne fattezze e lineamenti e movenze, “vale” appena la metà di un uomo. Per rendere chiara l’idea: se per condannare un accusato di sesso maschile è necessaria la testimonianza di almeno quattro persone, per un accusato di sesso femminile di testimoni ne servono appena due. Pure a condanna avvenuta, inoltre, vi sono discriminazioni. E’ facile, infatti, per lo stesso reato, vedere l’uomo cavarsela con una semplice multa mentre alla donna non vengono risparmiate neppure le pene più infami o dolorose, come quelle corporali. La poligamia, inoltre, è  tuttora legale per gli uomini in molti stati islamici. Ma guai se una donna, in quegli stessi paesi, dovesse essere sorpresa in flagranza di adulterio. Oltre all’onore perderebbe anche la testa.

Tematiche scottanti da noi in Italia sono le pratiche dell’escissione e dell’infibulazione, mutilazioni rituali assai pregiudizievoli per la femminilità, categoricamente vietate dal nostro codice ma talvolta praticate di soppiatto, in clandestinità, da medici compiacenti in luoghi non adatti in quanto a igiene e attrezzature, con grave pericolo di vita per chi vi fa ricorso. Si tratta di usanze dolorose e devastanti per le donne, finalizzate al controllo dell’uomo sulla sessualità femminile, tribalismi che da noi fortunatamente sono fuorilegge ma che in molte zone dell’Africa islamica rappresentano purtroppo prassi quotidiana. Come le labbra a piattello delle femmine delle tribù del Sud Etiopia. O i colli mostruosamente allungati delle donne giraffa birmane. O i piedi delle bambine cinesi, che un tempo si usava rimpicciolire attraverso dolorosissime pratiche di lenta ma progressiva frantumazione delle ossa del tarso e del metatarso.

E’ notorio inoltre il gap demografico esistente tra maschi e femmine in società ancora socialmente primitive come quella cinese o quella indiana. Ancora oggi, in tali paesi, le bambine vengono spesso soppresse appena nate, poiché considerate poco più di un peso dai genitori. I figli infatti a queste latitudini sono benedizioni del Signore, in quanto più nascite significano più braccia a disposizione della comunità per poter svolgere col massimo profitto i duri lavori nelle campagne. Ma per coltivare la terra, in realtà sociali ancora prevalentemente agricole e patriarcali come quelle di cui stiamo parlando, le braccia devono essere appunto “forti”. Inoltre, al momento del matrimonio, secondo le antiche consuetudini di quei popoli, una moglie deve necessariamente portare con se una generosa dote. Niente dote, niente matrimonio. E la iattura più terribile per una povera comunità agreste dell’India o della Cina profonda è, ancora oggi, oltre al tempo inclemente, ritrovarsi con una zitella sul groppone. E ancora peggiore, se possibile, è il destino della povera ragazza rimasta nubile. Perciò la parola d’ordine almeno nei più sperduti borghi rurali a cavallo dell’Himalaya è “speriamo che sia maschio”. Nel caso contrario, subito dopo il taglio del cordone ombelicale si passa direttamente all’inumazione.

Facile immaginare le conseguenze di questo stato di cose. La pratica di sbarazzarsi senza tanti complimenti delle femmine indesiderate, col trascorrere degli anni, ha avuto infatti impatti drammatici sulle società indiana e cinese. Troppi giovani, infatti, giunti al momento di mettere su famiglia, non riescono più a rimediare uno straccio di moglie proprio a causa di tale rovinosa mentalità. Una quantità di maschi non “accasati” che, in preda a inquietudini e frustrazioni, va a rappresentare anche un forte pericolo per la stabilità sociale e per la quiete pubblica. Senza parlare poi dell’antica pratica del Sati, allorquando le vedove del subcontinente indiano erano costrette con le buone o con le cattive dai familiari a immolarsi sulla pira funebre del marito per adempiere ai rigidi dettami dell’induismo.

Fortunatamente, con la lenta ma progressiva opera di smantellamento dell’intero sistema castale indiano, sottoposto allo strapotere dei bramini, questa crudele usanza è andata via via estinguendosi. Ma non può ancora dirsi altrettanto per l’inumana pratica di sopprimere le indesiderate neonate, che ancora imperversa nelle zone più distanti dai centri urbani. Recentemente hanno fatto scandalo anche alcune notizie provenienti dal Pakistan e dall’Iran di ragazze orribilmente sfregiate e accecate con l’acido da focosi ma suscettibili pretendenti offesi per essere stati respinti. Gli imam persiani hanno pensato bene di andare per le spicce applicando puntigliosamente il codice di Hammurabi e decretando ope legis l’accecamento a entrambi gli occhi dell’autore del crimine. Ma, a parte la barbarie legislativa, è facile comprendere come su tutto questo stato di cose già di per se stesso alquanto problematico, fenomeni nuovi e devastanti come l’Aids abbiano avuto un impatto se è possibile ancora più deleterio specialmente laddove l’allocuzione “rapporto protetto” rimane pressoché sconosciuta.

Questo per quanto concerne il terzo mondo. E da noi? Dalle nostre parti queste pratiche primitive sono scomparse da secoli, o tuttalpiù, se avvengono, sono d’importazione, come la triste storia di Hina, la ragazza sgozzata dal padre furioso perché la poveretta non seguiva alla perfezione i dettami islamici. Pure nei nostri paesi “faro di civiltà”, però, la situazione non è tutta rose e fiori. Anche da noi infatti le donne, seppure attraverso dinamiche completamente differenti, sono vittime dell’ostilità di genere. Lo schiavismo in occidente infatti non è praticato dalla famiglia o dal marito – o almeno non solo da questi – ma spesso è organizzato con logiche industriali da cosche e mafie di varia provenienza. Ogni giorno apprendiamo dai giornali, ma possiamo anche constatarlo camminando per le nostre città, che fiumi di avvenenti ragazze, prevalentemente slave o nigeriane, approdano ai nostri lidi attratte da mirabolanti aspettative di facili guadagni o di sicuri successi. Una volta toccato il suolo nazionale tuttavia, le promesse si rivelano per quello che erano, vale a dire insidiosissime trappole tese da organizzazioni criminose senza scrupoli e finalizzate allo sfruttamento sessuale di queste sprovvedute. Le poveracce vengono allora costrette a prostituirsi con le minacce, col ricatto o direttamente passando a vie di fatto, e per loro l’avventura nel paese dei balocchi si trasforma in un incubo dal quale non hanno più alcuna speranza di uscire vive. I proventi frutto di questi lerci traffici di carne umana eguagliano ormai il pil totale di stati di media grandezza.

Ma anche per le donne perfettamente emancipate e inserite a pieno titolo nel ciclo produttivo nazionale o per le massaie apparentemente al riparo delle mura casalinghe l’orco può essere in agguato. E proprio magari dove quest’ultime meno se lo aspettano. Il collega, il datore di lavoro, l’amico, il prete, il professore, lo sconosciuto incontrato in ascensore o in garage, il conducente dell’autobus o del taxi o l’ex fidanzato. Le nostre cronache sono piene di efferati episodi di stupri e violenze ai danni delle donne. Il parlamento italiano, per fare fronte a questa autentica emergenza già da qualche anno ha approvato la legge istitutiva del reato di stalking, e le rappresentanti del sesso debole che hanno dovuto ricorrere a questo capo d’imputazione ammontano già a migliaia.

Un’altra buona notizia è che è divenuta operativa da pochi giorni “Un Women”, la nuova Agenzia delle Nazioni Unite per i diritti delle donne nel mondo e la promozione dell’uguaglianza di genere. L’Agenzia nasce dalla fusione di quattro istituti impegnati da tempo a sostenere i diritti delle donne presso l’Onu: “Un Development Fund for Women” (Unifem), “Division for the Advancement of Women” (Daw), “International Research and Training Institute for the Advancement of Women” (Instraw) e l’ “Office of the Special Adviser to the Un Secretary General on Gender Issues and Advancement of Women” (Osagi). L’istituzione di questo nuovo organismo ha rappresentato un grande successo per le oltre 300 donne di tutto il mondo mobilitate nella campagna internazionale sostenuta, oltre che dall’Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo), anche da “Gender Equality Architecture Reform” (Gear) impegnata nel chiedere alle Nazioni Unite la creazione di una nuova e più efficiente agenzia per i diritti delle donne. La campagna – ha sottolineato l’Aidos, che da circa 30 anni lavora per la promozione e la tutela dei diritti delle donne – ha avuto successo grazie anche a tutti coloro che hanno risposto all’appello dell’Associazione che invitava a firmare la petizione per chiedere all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di istituire la nuova agenzia per l’uguaglianza di genere entro luglio 2010. Nella petizione si chiedeva inoltre di assicurare che l’agenzia lavori presso l’Onu per i diritti delle donne e che abbia una forte capacità operativa presso i paesi in via di sviluppo con il mandato di coordinare il lavoro sull’uguaglianza di genere; di impegnarsi a investire sull’agenzia in modo ambizioso, sostenendola per più anni con risorse pari a 1 miliardo di dollari all’anno; di creare un sistema per coinvolgere la società civile in modo sistematico e significativo nel lavoro dell’agenzia a tutti i livelli, con particolare attenzione alle organizzazioni di donne; di assicurare un processo rapido e trasparente per reclutare un leader forte che si impegni a sostenere i diritti delle donne.

Il primo passo per questo ambizioso progetto è stato compiuto, ha sottolineato l’Aidos, tuttavia è necessario attendere lo sviluppo delle azioni che la nuova agenzia “Un Women” e le Nazioni Unite intraprenderanno nel prossimo futuro per valutare se e quanto i termini della richiesta saranno attesi anche per quel che riguarda il sostegno finanziario. Comunque, Onu o no, è necessario che il cambiamento avvenga per prima cosa nel cervello delle persone, altrimenti ci si ritrova sempre a fare i conti con la superficialità, se non con l’omertà di genere. Come accaduto di recente per lo stupro della quindicenne di Montalto da parte di otto bulli, che ha visto l’intera comunità, lungi dal solidarizzare con la vittima, schierata a favore del branco.

Angelo Spaziano.

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