Scuola. Zero in condotta

Angelo Spaziano

Concorsi annullati poiché nessuno dei partecipanti ha saputo arrangiare uno straccio di discorso esente da errori d’ortografia. Uno scolaro napoletano che, ripreso dalla prof, gli ha spaccato la milza con un calcione. Maestre che vanno fuori di testa comportandosi da kamikaze contro i discenti. Ragazzi che si spinellano o che sniffano. Studenti che arrivano già brilli tra i banchi. Giovani che uccidono, altri che stuprano e molti altri ignoranti a tal punto da risultare incapaci di distinguere Carlo da Alessandro Magno. Bulli, mafiosi e taglieggiatori in erba a malapena capaci di scrivere solo in stampatello.

Ma cosa sta succedendo alla nostra scuola? Semplice. La società è svaccata, e anche l’istruzione è andata a farsi benedire. Fuori di metafora, i guasti provocati dall’abbattimento delle gerarchie e dalla soppressione del senso di rispetto e disciplina nell’organizzazione della scuola in particolare e della società tutta sono andati a fare il paio con l’incapacità e il pressappochismo di pedagogisti e docenti formatisi e qualificatisi anch’essi respirando l’aria di disfattismo imperante negli istituti della Repubblica.

«C’è da meravigliarsi che i ragazzi siano sempre più sfacciati? I genitori gli permettono tutto. Prima gli appioppavano un paio di ceffoni, uno a destra e uno a sinistra, e i ragazzi dovevano filare dritto. Le cose a questo mondo non vanno più bene. I fanciulli finché sono piccoli non studiano un minuto, e quando diventano adulti non lavorano un minuto». Così scriveva Elias Canetti in Auto da fè nel 1935. Tale e quale il ritratto dei nostri giorni. Canetti infatti sembra proprio riferirsi ai bambini e ai ragazzi di oggi, cresciuti con i miti dei reality show, con l’ideologia del velinismo e la patologia del tutto e subito. Ma la cosa più tragica è che questi nostri figli della modernità non sono neppure peggiori degli adulti, dei loro genitori, dei loro professori, di chi dovrebbe fornire loro esempi e regole di vita.

Tanto per minare dalle basi ogni ipotesi d’eccellenza e d’impegno sono stati costituiti “centri studi” che propongono addirittura di eliminare il latino dai piani di studio perché non piace agli studenti. Un criterio col quale andrebbe abolita pure la matematica, considerata da molti troppo arida, e poi la geometria, e poi…Chissà. Visto l’andazzo, il traguardo finale sarebbe l’abolizione dell’insegnamento tout court.

E se la scuola latita le famiglie risultano assenti o, quando ci sono, rappresentano soltanto un ulteriore ostacolo, optando per un umiliante minimalismo formativo che le fa sussultare dalla sedia ogni qual volta al pargoletto viene assegnato un compito appena più impegnativo o oneroso. Ecco allora l’anziano – ma non saggio – genitore gridare alla persecuzione, al sopruso, al mobbing; ecco rivendicare il diritto a gustarsi il week end in santa pace, la vacanza al mare senza l’incubo del tema o del problema da svolgere. Padri e madri di minicalciatori in erba che si azzuffano tra loro sugli spalti degli stadi di periferia incitando i propri figli a spaccare le gambe all’avversario.

Alla minima sgridata poi sono guai per il docente. Subito ci si rivolge al preside, al consiglio di classe, e, talora non dovesse bastare, all’autorità giudiziaria. Uno schiaffo e il povero professore rischia il linciaggio da parte di papà e mammà infuriati per lesa maestà. Un’alzata di voce ed ecco pronto lo psicologo a spiegare il danno irreparabile arrecato alla personalità del futuro adulto. Poi ci si lamenta se, bene che vada, ti ritrovi un eterno bamboccione perennemente disoccupato a ciondolare per casa tra il joystick e il frigorifero. O se, male che ti vada, un bel giorno sorprendi il piccolino, serramanico in pugno, che ti prende a rasoiate in pancia, tipo Erika e Omar.

E la scuola intanto che fa per reagire a tutto questo? La scuola ormai può ben poco, poiché è proprio all’interno degli istituti che la mentalità cattocomunista ha provocato i maggiori disastri, scavando dal di dentro come un tumore il già esausto organismo dell’educazione portandolo alla definitiva necrosi. Disastri dovuti allo sciagurato proposito tutto “progressista” di privilegiare la metodologia sul contenuto, ovverossia a badare più a “come” apprendere anziché ad apprendere punto e basta. I contenuti, infatti, secondo i luminari della pedagogia alla gauche caviar, sono del tutto secondari, poiché quello che conta veramente è il metodo d’insegnamento.

Insomma, prima bisogna entrare nell’ordine d’idee che è necessario produrre cervelli “ben fatti”, non importa se funzionanti. E strumenti-principe per realizzare questo subdolo capolavoro di sabotaggio pedagogico è stata l’abolizione degli odiati “programmi” – parola ormai verboten nel milieu del politicamente corretto – l’autoformazione didattica e l’autonomia scolastica. Così, al posto dei programmi di studio sono state introdotte ope legis le cosiddette “indicazioni nazionali”, solenni bischerate che, tradotte in burocratese, vogliono dire che non si prescrivono tanto i contenuti che lo studente deve conoscere al termine del percorso formativo, quanto le “competenze” da acquisire. Insomma nient’altro che una parodia di didattica in cui trionfa la mortificazione dell’eccellenza e del primato a vantaggio dello sterile artificio semantico.

In tal modo la storia s’è ridotta alla semplice acquisizione dell’idea del tempo e la geografia molto spesso ha significato solo prendere confidenza con la nozione di spazio. Chi rammenta i programmi di epoche ben più serie sa bene che essi raggiungevano ben altri livelli di razionalità. Ma la ciacola pseudoculturale vacua e incomprensibile oggi va di moda soprattutto perché serve a nascondere dietro di essa la confusione mentale dei ruderi del post sessantotto. Così, la sciagurata decisione di sopprimere i programmi dal “palinsesto” didattico ha avuto l’effetto di aprire le porte all’intervento in materia d’insegnamento a un’orda d’illetterati che in altri tempi non sarebbero stati messi neppure in condizione di vendere i mostaccioli alle fiere di paese.

Coloro che blaterano che per supplire ai mali della scuola possano bastare massicce dosi di autonomia poi non si rendono conto che è proprio l’avvento dei magliari dell’intelletto ad aver definitivamente affondato l’autonomia scolastica. Difatti, la finta autocefalia di cui gode la scuola è soltanto quella d’intervenire ad libitum sui contenuti anche in forme devastanti, purché circoscritte entro i limiti soffocanti  e cogenti di una pletorica congerie di assurde e irragionevoli prescrizioni, tra le quali, ad esempio, la demenziale “certificazione della competenze”.  Frustranti disposizioni cui va ad aggiungersi una valanga d’indicazioni teoriche che opprimono gli istituti sotto un’asfissiante cappa di piombo – oggi fortunatamente solo ideologico – consistente in miriadi di circolari illogiche e contraddittorie.

La trappola più insidiosa in cui rischia di cadere l’intero sistema poi è rappresentata dal potere dei sedicenti “esperti”. Si tratta quasi sempre di arruffoni che non hanno mai svolto neppure un‘ora di docenza in vita loro, che non hanno approfondita esperienza di alcuna materia, e che spesso risultano pure privi di ogni pur minima preparazione culturale. Principianti allo sbaraglio che pretendono di possedere però la necessaria competenza di gestire il sensibile comparto della scuola e di ottimizzarne il rendimento soltanto perché infarinati di scarni rudimenti di gestione aziendale che credono utili a supplire a ogni incarico.

In certi casi si tratta di manager “riciclati” alla bell’e meglio alla delicata problematica scolastica pur mantenendo intonsa l’identica mentalità e le stesse tecniche con cui venivano selezionati dai cassonetti dell’economia. In altri casi sono ancora gli stessi burocrati di sezione e funzionari di partito formati alle Frattocchie e spicciamente arruolati nella “militanza di classe” intesa proprio come aula scolastica. Una manica d’incompetenti iperpoliticizzati e ideologizzati che ti fanno quasi rimpiangere i pedagogisti di Stato dei bei tempi andati. Quanto meno si trattava di gente colta o perlomeno assai preparata.

Per rammaricarsi della loro dipartita basta dare un’occhiata ai nuovi propositi di revisione dell’insegnamento della matematica. Nel testo programmatico redatto da questi sapientoni è possibile scambiare la materia con un’altra qualsiasi, come le figurine Panini di un tempo, senza bisogno di modificare una sola frase. In altri termini, l’estensore di questa ignobile porcheria di matematica non ne sa proprio nulla. Egli si è limitato a compilare il suo bravo manuale d’istruzioni per l’uso da lui reputato più compatibile con la catena di montaggio di un elettrodomestico. In compenso però il “documento” pullula di un’astrusa terminologia da esperti in gestione aziendale capace di confondere il profano ma che non riesce a nascondere il drammatico vuoto concettuale al quale serve da sofisticato paludamento. Come non arriva a celarlo il cervellotico apparato organizzativo, che introduce una sequela di inutili ma costosissimi accessori: “tutor”, gruppi di lavoro, equipe, gruppi di relazione non si sa né da chi redatti né da chi organizzati.

Così, mentre l’istruzione nazionale s’inabissa nel guazzabuglio del polidisciplinare, del policulturale, del polifunzionale, e del polibischerame vario, ogni pur lodevole tentativo di restituire alla nostra scuola la dignità d’istituzione formativa che abbia al suo centro la trasmissione del sapere alle generazioni prossime venture continua a incontrare il classico muro di gomma. Il tipico accanimento cioè di chi detesta la selezione, l’eccellenza, il primato e tutto ciò che non appare direttamente funzionale alla presunta utilità sociale.

A questo proposito anche fuori dai nostri confini nazionali la situazione non è migliore. Insomma, se Sparta piange, Atene non ride di sicuro. «Sotto questa riforma vi è l’idea per la quale tutto quello che non sembra efficace nell’organizzazione sociale deve essere relegato tra le opzioni o semplicemente tolto». Così ha commentato Max Gallo, membro dell’Académie Francaise, il demenziale proposito della nuova riforma scolastica francese di considerare facoltative la storia e la geografia alla fine del liceo scientifico. Cosa che ha suscitato la sacrosanta sollevazione di molti intellettuali dell’Hexagone.

In Inghilterra invece si parla di sostituire la storia con Facebook e Twitter. Va preso atto che è in azione un fronte transnazionale antieducativo che conduce una “lotta militante” a livello continentale col palese obiettivo di mandare definitivamente in soffitta l’istruzione basata sulle conoscenze e le discipline d’apprendimento. A questo punto sarebbe opportuno costituire un fronte di difesa della cultura e della ragione affinché l’Europa non affondi nell’arretratezza e nel sottosviluppo. Perché mai il vecchio continente deve servire solo come pretesto per esaltare le peggiori istanze dello stomaco e dell’intestino dei popoli che la compongono? Insomma, si parla tanto di recupero della dignità per la scuola. Tuttavia, la risposta non sta solo nelle mani degli insegnanti. In realtà è l’intera società che ha bisogno di una seria rifondazione, morale spirituale ed etica. Oltre che educativa.

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