Robert Schuman. Quell’idea di Europa unita

Nicola Piras

Ricorrerà questo nove maggio il sessantesimo anniversario della celeberrima dichiarazione di Schuman, primo discorso in cui si fece riferimento a una effettiva unità economica dei Paesi europei.

Le antiche rivalità franco-germaniche in relazione alla produzione e al commercio dell’acciaio rappresentavano, finito il secondo conflitto mondiale, motivo di irrigidimento nei rapporti tra i due Paesi. Nelle ipotesi più catastrofiche questo competere poteva tramutarsi in una ennesima guerra nel cuore dell’Europa.

L’allora Ministro degli Esteri francese, Robert Schuman [nella foto], intenzionato a scongiurare qualunque frattura politica, si fece portatore di un’idea arcaica di unità tra i Popoli europei. Seppur dettata da motivi contingenti, l’evitare tensioni tra Francia e Germania, l’intuizione di Schuman si rivelò lungimirante e mostrò una via verso l’unificazione federale del Vecchio Continente.

Per ovviare all’annosa questione legata all’acciaio, Schuman prospettò di «mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità»1, proposta divenuta effettuale un anno dopo con il nome di CECA.

E’ chiara in Schuman l’intenzione di prevenire qualunque motivo di attrito tra i produttori della materia prima per l’industria bellica e di creare un organismo sorvegliante che scongiurasse il sorgere di rivalità che potessero giungere agli esiti disastrosi vissuti di recente dal continente europeo.

Se i rapporti economici europei di inizio anni 50 sono ormai dati per gli storici, il contenuto politico della relazione francese è di ancora grande attualità.

Da sottolineare è uno dei concetti chiave del discorso: «L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto».2

Soggiace in questa affermazione la consapevolezza dell’estrema frammentazione del popolo europeo e di come non possa bastare un semplice accordo economico per ovviare alle irte difficoltà che si porranno sul cammino di una autentica unità continentale. Ciò che deve essere fatto sono una serie di azioni concrete che siano manifestazione del crearsi di una solidarietà che coinvolga l’intera Europa.

La suddetta solidarietà può partire unicamente dal principio per cui tutti i Popoli Europei sono partecipi dello stesso luogo ed è l’appartenenza al luogo il primo saldo e ineluttabile momento di unità comunitaria.

Il luogo, in questo frangente, deve assumere una valenza ben precisa quale: «intersezione di territorio e comunità degli abitanti, ma anche di tutta una serie insopprimibile di dimensioni, dalla memoria e tradizionalità, agli aspetti della conformazione naturale ed ecologica, alle simbolizzazioni rituali e sacrali depositate come segni sul territorio, all’etica della responsabilità verso i venturi».3

Si assapora così quale deve essere il senso della vera stabilità europea, non semplicemente «iniziative parziali ristrette al semplice piano economico e prive di una controparte politica vincolante»4 ma il riconoscimento di una sintonia umana e dunque solidale tra le patrie, intese nel senso classico di Terre dei Padri. Tutto ciò premette un sentire collettivo, un sentimento di appartenenza quali frutti di radici comuni ed è l’esistenza di tali radici la sola giustificazione possibile al senso comunitario.

Non sarà mai sufficiente sottolineare l’importanza capitale delle radici comuni quali origine di un percorso in un unico solco e di come la tutela di queste non sia solo necessitata dall’esigenza di preservare il passato ma sia fonte tangibile di una fratellanza orizzontale conscia di una sola paternità, verticale, e proiettata verso il medesimo destino. Cancellando il passato si gettano via le premesse per il futuro, una struttura demolite le fondamenta fa fatica a reggersi immersa nella vacuità dell’aria.

Le radici, chiarendo, non sono soggette al divenire, sono il puro essere di una civiltà, un riferimento metafisico costante segnate nelle vestigia delle città, nella meraviglia dei costumi e dunque se sono multiformi è perché è dinamico il loro stare al mondo, localizzandosi storicamente e geograficamente, non la loro essenza. In questo senso, aristotelicamente, sono sempre in atto producendo atti continuamente nuovi, e dire che passato e futuro, nella logica progressista, sono antitetici è un inganno. Come se radici e frutto non fossero costitutivi di una sola natura. Dalle radici si trae linfa vitale che nel frutto ha l’espressione manifesta.

Tutto questo ne può, ne deve essere confuso con una assimilazione di infinite realtà locali in una confusa amalgama, ma il presupposto teorico della rivalutazione delle storie e tradizioni particolari in un disegno di storia e tradizione comune.

In questo contesto ha ruolo peculiare il rapporto con l’altro, col forestiero, con l’immigrato. Infatti nell’alterità si ha il riscontro della differenza, della irriducibilità ma anche del confronto, del riconoscimento reciproco. Si apre così la strada a una integrazione che non deve, e difficilmente riuscirebbe, puntare all’uguaglianza indiscriminata se crediamo che «il peggior razzismo è considerare il diverso uguale a noi e agli altri. Fingendo che non esista nessuna differenza, si nega e si disprezza la sua diversità»5 ma semmai riconoscendo all’immigrato lo status di nostro pari e dunque assimilabile in un ottica di miglioramento e arricchimento culturale collettivo. La città europea è sempre stata fortemente caratterizzata dall’essere una società aperta e i primi dati statistici a nostra disposizione, datati circa ottocento anni fa6 , mostrano come solo il 50% degli abitanti fosse autoctono. Del resto questa distinzione puramente anagrafica, quando non genetica, ha realmente una validità relativa in un mondo quale è il nostro. Se abbiamo detto che la chiave della vita comunitaria è il sentirsi parte di un luogo allora poco conterà se a badarci e a far perdurare quella storia sia un insider o un outsider ma «chi lo cura, chi lo ri-conosce come proprio, chi continuamente lo salvaguardia e lo fa rivivere, interno o esterno alla comunità insediata»7.

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1 Dichiarazione Schuman, 9 Maggio 1950

2 Dichiarazione Schuman, 9 Maggio 1950

3 Luisa Bonesio, Paesaggio,  identità e comunità tra locale e globale, Diabasis

4 Julius Evola, Gli Uomini e le rovine, Mediterranee

5 Marcello Veneziani, Rovesciare il 68, Mondadori

6 Marco Romano, La città come opera d’arte, Einaudi

7 Il cartografo-biografo come attore della rappresentazione dello spazio in comune di D. Poli citato in Luisa Bonesio, Paesaggio,  identità e comunità tra locale e globale, Diabasis

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