Prostituzione. Come uscire dalla crisi

Alessandro Cavallini

La crisi c’è, eccome. E allora qualcuno, a malincuore, ha dovuto riadattare le proprie capacità professionali al lavoro più antico del mondo: la prostituzione. E non stiamo parlando della Grecia o di qualche paesino del profondo Sud dove la disoccupazione è divenuta una vera e propria piaga sociale, ma del ricco Nordest. Secondo i carabinieri della stazione di Limena, nel padovano, sono almeno tre o  quattro le “new entry” italiane. A metà degli anni Novanta ad ogni retata finivano in caserma 20-25 ragazze, in maggioranza straniere. Ora a “battere” sono 7-8 donne: un paio di rumene, un’albanese, un’ucraina, due nigeriane. E qualche italiana. E l’ordinanza del sindaco, che multa i clienti delle prostitute, ha sortito pochi effetti. «Le donne italiane che si prostituiscono per colpa della crisi sono tante – dice Daria (ovviamente nome di fantasia) – Non si notano perché molte lavorano in casa».

Sono tante le storie di chi è stata costretta ad entrare in questo tunnel. C’è la mamma di due bimbi che esce la sera dicendo ai figli che lavora come barista in un locale notturno. La veronese accompagnata dal marito rimasto senza lavoro. La ragazza della Bassa padovana che incrocia le dita ad ogni auto che si ferma sperando che non sia un conoscente. La motivazione è sempre la stessa: «Abbiamo perso il lavoro, questa è l’unica alternativa». Alcune se ne vergognano e mentono ad amici e familiari, altre invece fanno di necessità virtù. «Nessuna vergogna – replica un’amica di Daria – Io non spaccio e non rubo. Ciò che faccio non ha nulla a che fare con la mia dignità. E l’affitto bisogna pagarlo».

Daria invece ha preferito fingere una professione più rispettabile. «Ho detto agli amici più cari che faccio la badante. Non è la prima volta che mi prostituisco. L’ho già fatto in passato. Ogni volta che sono rimasta senza lavoro. I miei clienti? Soprattutto giovani. Età compresa fra i 20 e i 40 anni. Mai visto un anziano. Il fatto di non avere un protettore mi permette di scegliere autonomamente. Se uno non mi va non ci vado. Se sono diventata amica di qualche cliente? No. Qui a Padova è impossibile. Gli uomini sono chiusi. Pagano, fanno e se ne vanno. Tempo fa mi ero trasferita a Roma. Lì è diverso. I clienti mi portavano anche a cena».

Ma Daria non è sola nella vita da strada. C’è anche Ilaria, quarant’anni, con due figli ed un marito che non lavora. «Mi prostituisco da agosto – dichiara a denti stretti – non posso far altro. Non trovo lavoro e con un’invalidità del 30 per cento nessuno mi vuole assumere. Ai miei figli ho detto che lavoro in un locale notturno».

E storie come queste se ne potrebbero raccontare a centinaia. Alla faccia del governo che continua a chiedere sacrifici agli italiani. Come se il popolo non avesse iniziato a sacrificarsi già da anni, pur di riuscire ad arrivare a fine mese.

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