Massimo Fini. Italia senz’anima 1980-2010

Luciano Lanna

«Ci sono solo due modi – ha scritto a suo tempo Francesco Merlo – di essere italiano. O assumendo su di sé tutti i vizi e i difetti d’Italia, o sentendosi sempre altrove, sempre contro, sempre fuori. O arcitaliano o antitaliano». Sottolineando però che «l’italiano antitaliano è l’italiano migliore che abbiamo, dai Pirandello ai Montanelli». Bene, adesso in questa lista va senz’altro incluso Massimo Fini, il giornalista e scrittore più irregolare dei nostri tempi che con il suo ultimo libro fresco di stampa – Senz’anima. Italia 1980-2010 (edizioni “chiarelettere”, pp. 472, € 15,00) ricostruisce, attraverso gli articoli che ha pubblicato nel corso degli ultimi tre decenni, i profondi mutamenti antropologici, sociologici, etici ed estetici del nostro paese, per arrivare alla conferma del classico j’accuse di tutti gli antitaliani: «Io – dice – non mi riconosco più in quest’Italia».

Riecheggiano un po’ in questo giudizio le famose parole di Giovanni Amendola, «quest’Italia che non ci piace», che sulla Voce di Giuseppe Prezzolini fecero esordire nel 1910 tutto questo filone culturale. Ma tant’è, Massimo Fini non ha nessun problema a ricollegarsi a quella precisa temperie culturale, la “ventura delle riviste” come si disse, da cui – ammette lui stesso – «uscì il meglio del fascismo e dell’antifascismo». Classe 1943, nato a Cremeno, in provincia di Lecco, da padre giornalista toscano e da madre russa, Fini frequenta a Milano al mitico Berchet il ginnasio e i primi due anni di liceo, poi viene espulso a passa al Carducci, dove sarà vicino di banco di Claudio Martelli. «Mi definivo – ricorda – anarchico liberale, facendo impazzire l’unico comunista della classe».
Di quegli anni e del suo orientamento politico culturale, così descrive l’orientamento suo e di quelli come lui: «Noi, ribelli ma non rivoluzionari, lettori del Camus de L’uomo in rivolta e avversi al Sartre “compagno di strada”, che agli albori degli anni Sessanta ascoltavamo, carbonari segnati a dito dal benpensantismo borghese non meno che da quello cattolico e comunista, il primissimo De André».

Non è da tutti, d’altronde, aver avuto don Luigi Giussani come professore al liceo; essere stato amico di Indro Montanelli; aver lavorato dopo la laurea in giurisprudenza alla Pirelli, prima come impiegato e poi come pubblicitario e copywriter; essere stato l’amico che ha trascorso a chiacchierare in macchina fino alle tre del mattino l’ultima notte di Walter Tobagi prima che il giovane giornalista del Corriere venisse assassinato dai terroristi; aver cominciato nel ’71 la professione all’Avanti! diretto da Ugo Intini; aver intervistato quasi tutti i protagonisti della politica e della cultura in Italia; aver animato nei primi anni Ottanta la rivista Pagina, insieme a un gruppo di intellettuali abbeveratisi alle acque più libertarie del ’68 come Ernesto Galli della Loggia, Giampiero Mughini, Aldo Canale, Paolo Mieli, Giuliano Ferrara e Pierluigi Battista.

Dal 1985, poi, Fini ha pubblicato una serie di libri – a cominciare da La ragione aveva torto? – in cui ha espresso una posizione di critica nei confronti dei paradigmi dominanti, dall’utilitarismo al consumismo fino al mito della crescita e all’occidentalismo. In questo quadro, diceva che i concetti di destra e sinistra erano obsoleti, vecchi di due secoli in cui le trasformazioni sociali e culturali hanno reso inutilizzabili queste divisioni, anche alla luce di una sempre maggiore somiglianza programmatica tra le diverse forze politiche. E da allora approfondisce via via la sua convinzione che le etichette di destra e sinistra non significano più niente e la vera dicotomia emergente sia quella tra coloro che vogliono imporre un’unica visione del mondo che unifichi il tutto in principi (culturali, giuridici ed economici) universali e chi, invece, vuole difendere i propri valori e la propria diversità seppur in contrasto con il cosiddetto pensiero unico. Non è un caso che nel 1983 un suo scritto autobiografico compare nell’antologia C’eravamo tanto a(r)mati, un libro curato da Stenio Solinas e Maurizio Cabona che puntava ad archiviare le logiche degli anni ’70 e al quale parteciparono tra gli altri anche Massimo Cacciari e Diego Gabutti, Francesco Guccini e Giordano Bruno Guerri, Armando Torno e Umberto Croppi, Paolo Isotta e Raffaele Belcaro, Adolfo Morganti e Alberto Camerini.

Del periodo che va dagli ’80 a oggi si occupa invece questo Senz’anima che, come dicevamo, potrebbe apparire a primo acchito come una raccolta di articoli di Fini, «scegliendo – precisa – fior fiore quelli che paiono migliori». Ma il risultato non è proprio quello, solito, dei libri messi su assemblando materiali già pubblicati. Qui c’è invece un vero filo conduttore e un’interpretazione unificante che consentono un’operazione in qualche modo paragonabile agli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini. Se l’intuizione di fondo degli articoli del poeta-regista unificati in quell’opera era l’omologazione antropologica degli italiani in atto all’inizio degli anni Settanta, qui emerge il quadro dell’Italia del nuovo millennio, «che ha perso ogni freschezza, la sua antica grazia, senza sorriso, cupa, volgare, ossessionata dal denaro, dal benessere, dal corpo, dagli “status symbol”, dai gadget, dagli oggetti». Un’Italia, annota Massimo Fini, «pronta a commuoversi su tutto, solo per potersi autocompiacere della propria commozione, ma sostanzialmente indifferente all’altro, al vicino, al prossimo. Un’Italia senza misericordia».

Il libro parte da un reportage uscito su Il Giorno nel gennaio 1983, in cui si descriveva il nuovo quartiere di Milano Due. Fini venne colpito da quello che gli sembrò un negozio: «Spinsi la porta a vetri – scriveva – e mi trovai in un locale che, lì per lì, non capii se fosse una cucina, una gelateria o una saletta di conferenze. Nel corridoio, fra le sedie, c’era un carrello a tre piani, di quelli che, solitamente, si usano per servire i liquori. Non so da che cosa mi resi conto, forse da un crocifisso, che quella era una chiesa, la chiesa di Milano Due». Successivamente, leggiamo poco dopo, quella cappella è stata sostituita da una più grande, «ma la sensazione di straordinaria freddezza è identica». E l’esempio è estremamente attuale, aggiungiamo. Chiunque ha assistito di recente ai servizi televisivi sul funerale di Raimondo Vianello, che si è celebrato proprio lì, avrà ad esempio notato che quando in un servizio si è fatto riferimento a Baudo che prendeva la parola, una telegiornalista lo ha presentato dicendo: «Pippo è salito… sul palco».

L’estrema attualità del libro di Fini emerge in tutta evidenza anche nelle pagine – risalenti al 1995! – su Vittorio Feltri e il suo modello di giornalismo. Sottolineando il repentino passaggio dal giustizialismo più virulento al garantismo militante del direttore del Giornale, Fini scriveva: «Feltri non tralascia mai di ricordarci che lui, comunque, vende, vende, vende. È diventato il suo leit motiv, e si direbbe quasi la ragione della sua esistenza, come se un giornale fosse un negozio di patate o di un’imnmobiliare o una concessionaria di pubblicità. La Voce di Prezzolini vendeva tremila copie, ma dalle sue pagine è uscito il meglio dei movimenti di pensiero e degli uomini che hanno fatto la storia italiana del Novecento».

E di quest’Italia che “non gli piace” a Fini non va giù che «i comunisti sono diventati anticomunisti, i fascisti antifascisti, Ferrara liberale, Feltri garantista…». Una cosa è certa: Fini è irriducibile a tutti gli schemi del pensiero unico. Critico della globalizzazione, dell’americanosfera e della deriva televisiva del discorso pubblico, resta un libertario. E va giù duro contro il clima di divieti e censure tipico dei nostri anni: «In molte città è vietato anche chiedere l’elemosina, cosa che non si era mai vista in nessuna società del mondo a eccezione della Russia sovietica». E conclude: «Non ci sono mai stati tanti verboten e limiti alle libertà individuali come nell’epoca presente, dove tutti si dichiarano liberali».

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