Magistratura democratica?

Fabrizio Fiorini

Scrivere di politica, o anche solo di costume e società, è cosa affatto semplice. Richiede, tra le altre cose, il requisito fondamentale del senso della misura. Che non è sinonimo di “moderazione”, di quello scialbo atteggiamento un po’ miope e un po’ ecumenico in virtù del quale si è portati a pensare che “tutto va ben”, e che al massimo si abbisogna di qualche limatura o di assopirsi in un autoreferenziale concetto di “dialogo”. Non è sinonimo neanche di distacco, di non-partigianeria, di non sapere o volere prendere posizioni e difenderle, politicamente scorrette o meno che queste possano essere. Senso della misura è piuttosto manifestazione di quell’equilibrio, sovranamente privo di astio e risentimento, che permette un’analisi reale del mondo così com’è, lontano non solamente, sarebbe scontato, dal “servo encomio” e dal codardo oltraggio”, ma soprattutto equidistante dall’esagitazione del radicalismo settario e dallo sterile autocompiacimento nostalgico.

Le controindicazioni sono notevoli: nel quadro clinico di chi si accinge a questa scrittura partendo da radicate e imprescindibili posizioni ideali tendono a manifestarsi ad esempio delle complicazioni gastriche, quando questi sono costretti (“guarda cosa mi tocca fare”, pensano di sovente), per senso di dedizione nei confronti della completezza e della quadratura dell’analisi, a riconoscere meriti o valore anche a chi poco o per nulla li meriterebbe. E’ capitato, ad esempio, di dover ravvisare il pregio della chiarezza e di una sorta di onestà intellettuale nelle forze del sionismo internazionale, quando queste enunciano senza eufemismi i loro intenti di prevaricazione e sopraffazione. O ancora di elogiare l’operato di un governo nazionale, o di “quel” ministro dell’economia quando ha (timidamente, e poi si è fermato lì) enunciato la volontà di perseguire obiettivi socioeconomici altrettanto timidamente anticapitalisti. Ancora: è toccato riconoscere ad alcune forze politiche legate a doppio filo alla danarosa camorra partitocratica la dignità e la condivisibilità di talune battaglie politiche: dai piccoli tentativi di contrasto al fenomeno migratorio della Lega alla campagna per la nazionalizzazione della Banca d’Italia di talune formazioni della sinistra “radicale” o “cogli interni in radica” che dir si voglia. E cogli esempi ci fermiamo qui, per non aprire ulteriormente le ferite causate da questo che, come ogni sporco lavoro che si rispetti (lo insegnano fin dalle elementari) “qualcuno deve pur farlo”.

Pur tuttavia, per continuare su questa lunghezza d’onda, occorre questa volta difendere le ragioni di coloro che qualche anno fa’, neanche fossero un gruppetto di indisciplinati scolari della materna, decisero di fare proprio il nome di “disobbedienti”, ovvero di quella fauna politica conosciuta anche col nome esotico di “no global”, nati dall’humus dei centri sociali dell’alta Italia. Vediamo: chi sono costoro? Sono quelli che dinanzi all’evidenza della responsabilità delle banche nell’asservimento dei popoli, nel loro sfruttamento e nel loro annichilimento politico e culturale, da bravi anticapitalisti quali si definiscono, ravvisano il nemico numero uno in Emilio Fede. Sono quelli che dinanzi al disfacimento dello stato sociale, dinanzi alle privatizzazioni che stanno ormai interessando anche l’acqua dello sciacquone del bagno, pensano bene di indirizzare il loro sforzo politico contro Casa Pound, o Forza Nuova, o l’associazione delle Ausiliarie della RSI. Sono quelli che assistono inorriditi all’americanizzazione dei nostri costumi e della nostra cultura, ma il nemico – giurano – è Faurisson. Sono quelli che siccome vogliono liberare l’Europa, anzi, il mondo, anzi, la Via Lattea, dal giogo del liberalismo capitalista, allora hanno ben pensato di sostenere la rivoluzione colorata in Jugoslavia, di offrire sostegno logistico a quella ucraina,  di gioire quando i verdi iraniani spaccavano le vetrine. Sono quelli, infine, che prima delle manifestazioni contro il G8 a Genova, tramite il loro portavoce Luca Casarini, hanno detto per mesi che avrebbero scatenato la guerra, che avrebbero ribaltato questo mondo e quell’altro, e poi hanno organizzato un servizio d’ordine al cui confronto quello della Cgil alla festa del primo maggio di Ovindoli sembrava la wehrmacht.  Ecco chi sono i “disobbedienti”.

Prendere le loro difese, se ne converrà, è cosa che rasenta il suicidio. Però questa volta hanno avuto ragione. I fatti: nel febbraio del 2003, quando gli Stati Uniti erano in procinto di vomitare la loro moltitudine mercenaria contro la nazione libera e socialista dell’Iraq, costoro misero in atto un’azione dimostrativa attraverso la quale si tentò, con un blocco della linea ferroviaria all’altezza di Padova, di arrestare la marcia di un convoglio che trasportava armi verso la base statunitense di Camp Darby (Pisa). Per tale gesto subirono una condanna penale, in séguito confermata dalla Corte d’Appello di Venezia, dove non venne tenuta in considerazione la linea difensiva degli accusati, che contestavano la configurazione del reato di interruzione della circolazione ferroviaria e che riaffermavano la volontà di contrastare il transito di quello specifico convoglio nei limiti di una protesta “di particolare valore morale e sociale”.  Fin qui niente di meraviglioso. A rompere la grigia routine forense è sopraggiunta però la sentenza pronunciata nei giorni scorsi dalla Corte di Cassazione.

Gli alti togati, infatti, confermando la legittimità della sentenza d’appello, non si sono esentati dal darne un valore politico. Hanno infatti affermato che il “particolare valore morale e sociale” non aveva modo di sussistere, in quanto «sia la base militare di Vicenza sia quella a Pisa, in uso all’esercito degli Stati Uniti d’America sono state regolarmente autorizzate dallo Stato italiano e non sono viste dalla maggioranza delle popolazioni locali con ostilità e avversione data dalla tradizionale amicizia e il comune modo di sentire che ha sempre contraddistinto i rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America».

Già. Il comune modo di sentire: talmente evidente e scontato da far temere agli “amici” americani che possa essere dimenticato per qualche istante, tanto da reputare di doverci ogni tanto far fare un “ripasso”. Come quello imposto settant’anni or sono agli studenti delle scuole elementari di Gorla. Forse sarebbe convenuto farsi processare in Italia anche ai prodi avieri del Cermis: negli Stati Uniti una condanna simbolica l’hanno avuta, qui forse gli avrebbero dato una pensioncina d’invalidità come ricompensa del trauma subìto.

Se quindi ancora qualcuno spera, come il mugnaio prussiano che voleva vedere i suoi diritti riconosciuti pur se avversi a quelli del Principe, e dice “ci sarà pure un giudice a Berlino…”, non si faccia troppe illusioni: i giudici, in questi mala tempora, hanno studiato alla scuola di legge di Norimberga. E stanno lontani da Berlino: si trovano maggiormente a loro agio, e di gran lunga, all’Aia.

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