Lo stato (pietoso) dell’arte

Fabrizio Fiorini

Le scienze biologiche elementari hanno dimostrato che l’uomo, senz’acqua, inesorabilmente muore. La scienza economica, e il suo distinto campo d’applicazione definito “economia domestica”, sono giunte con facilità alla conclusione per cui l’uomo, privato del proprio lavoro, viene a trovarsi nelle difficoltà che possono incidere negativamente sull’evolversi della sua stessa sopravvivenza. L’empiria del vivere quotidiano ha invece dimostrato che anche il più sensibile degli esseri umani può superare il secolo di vita senza aver mai assistito a un concerto, o a un dramma teatrale, o senza aver mai visitato un museo.

E’ forse per questo che l’attenzione della politica e dell’informazione tendono a attribuire la sacrosanta attenzione che meritano ai temi dell’accesso pubblico e libero ai beni di prima necessità come l’acqua, ad esempio, oppure si dedicano con ben riposto spirito di approfondimento alle tematiche e ai problemi del mondo del lavoro. E’ istinto di sopravvivenza.

Analoga attenzione non viene innegabilmente riposta nell’analisi dei problemi che negli ultimi anni si è trovato ad affrontare l’ambiente artistico nazionale, in quasi tutte le sue forme e manifestazioni. E’ d’uopo svincolarsi da questa forma mentale: non per facile snobismo, il quale potrebbe essere contestato da chi, privo dei beni di prima necessità, ravviserebbe un inutile manierismo nella difesa dell’arte; né per la (errata) convinzione che nelle arti figurative risieda esclusivamente il bello: facendo proprie le teorie funzionaliste non esitiamo ad affermare che – come diceva Pennacchi – «bello è un ponte sull’autostrada»; né tantomeno per uno (stucchevole) sfoggio di cultura di arti liberali. Occorre piuttosto farlo in forza di una visione organica dell’essere umano, al quale – come magistralmente insegnato dalla centenaria dottrina politica socialista – occorrono “otto ore per lavorare, otto per riposarsi e otto per educarsi”.

Si parla sovente di “settore strategico”, riferendosi ai trasporti, alle comunicazioni, all’energia, alla difesa. E non si può negarlo. Pur tuttavia, nell’ottica organicista di cui sopra, non si può negare la meritata valenza al settore della arti, la cui umiliazione ci rende oggi ancor più nitida l’immagine di una società che non è in grado di curare il reale e fattivo benessere del popolo, trascurando la possibilità che questo si esprima o goda delle arti stesse in ogni sua manifestazione: pittorica, letteraria, teatrale, scultorea, musicale.

Nei giorni scorsi ha ricevuto l’approvazione parlamentare (rapida, grazie alla prassi della decretazione d’urgenza) il Decreto per la riforma dello spettacolo dal vivo e delle fondazioni lirico-sinfoniche, patrocinato dal ministro Sandro Bondi. Tale legiferazione, al momento mancante solo della scontata controfirma del Presidente della Repubblica che altre migliorie non potrà apportare se non quella dell’appianamento di alcune disparità di trattamento che configuravano privilegi per alcune realtà teatrali più consolidate come la Scala o Santa Cecilia, è l’ultimo strascico di una sciagurata gestione – ormai decennale – che ha riguardato il mondo teatrale e la cultura nazionali e che ha portato affermate istituzioni come quelle dei teatri di Genova, Verona, Napoli e Firenze al commissariamento.

La notizia dell’approvazione della legge non ha colto impreparati i lavoratori del Teatro Comunale di Bologna, che a partire dagli scorsi giorni hanno avviato una forma di protesta tanto sacrosanta quanto appariscente, che ha sconvolto la tradizionale compostezza dell’indotto del palcoscenico e ha portato gli stessi lavoratori a occupare l’edificio del Teatro Comunale. Le terrazze e i cornicioni si sono tramutate in palco, l’orchestra è stata soppiantata dai megafoni, la scenografia dagli striscioni e dalle bandiere; ma il dramma inscenato era più reale del vero: la trama parlava di uno Stato che abbandonava i suoi cittadini.

A protesta in corso, abbiamo raccolto le dichiarazioni di Enrico Baldotto, esponente territoriale della Federazione Italiana Autonoma Lavoratori Spettacolo – Cisal, il quale con cortese disponibilità e profonda cognizione ci ha illustrato la rappresentatività del caso del teatro bolognese in seno al dramma attraversato dal teatro nazionale. Il declino che lo ha interessato ha infatti seguito un triste copione già rappresentato in molti altri settori della vita economica e sociale della nazione: l’abdicazione dello Stato in favore di società private. Ente Lirico fino al 1997, è stato in seguito trasformato in Fondazione privata in seno alla quale, neanche a dirlo, ruolo predominante è stato attribuito alle banche. La Fondazione si trovava quindi a gestire, con interessi privati, ingenti quantitativi di denaro pubblico; non solo: di fronte alla carenza delle immissioni di liquidità da parte dello Stato, i finanziamenti erano di natura bancaria, oberati da interessi e quindi creatori di debito.

Presidente della Fondazione è il sindaco. Vi ricordate Sergio Cofferati, quello che portò al Circo Massimo di Roma qualche milione di persone per la difesa dello Statuto dei lavoratori? Escludendo un caso di omonimia è lo stesso Cofferati sindaco di Bologna che – ci ricorda Baldotto – nel 2009 fu accusato di “condotta antisindacale” con l’accusa di aver tenuto un atteggiamento intimidatorio nei confronti dei lavoratori del Teatro, privando della paga giornaliera anche coloro che non avevano aderito a uno sciopero. Lasciando l’analisi dell’interazione metafisica faccia/culo al maestro Tinto Brass, ci limitiamo a constatare che il suddetto, all’epoca dei fatti Presidente della Fondazione e sindaco della città, non trovò niente di meglio che scaricare la responsabilità dell’accaduto al Sovrintendente e direttore artistico del Teatro, quel Marco Tutino tra l’altro presidente dell’Anfols, l’Associazione nazionale delle fondazioni liriche e sinfoniche.

Il Sovrintendente, spalleggiato dalla onnipotente Fondazione, ha fatto i suoi conti. In barba alla sua formazione melodica, che vorrebbe presupporre una benevola predisposizione d’animo, ha dichiarato che i “tagli” da operare sul bilancio teatrale avrebbero dovuto incidere prevalentemente sul costo del personale, che da solo raggiunge il 70 per cento delle spese dell’istituto. E’ stato quindi promotore di tutte le metastasi che la nuova tumorale legislazione del lavoro consente, dal precariato ai semi-neri contratti “a chiamata”. Un’assurdità messa in atto per compiacere i ritmi lucrativi dei finanziamenti bancari che non tiene tra l’altro in considerazione quello che un “direttore artistico” dovrebbe conoscere fin dalla terza elementare: che in un’orchestra sinfonica è possibile esprimere prestazioni di qualità solo in presenza di un’armonia e di un affiatamento che esclusivamente i rapporti lavorativi stabili possono garantire. Né più né meno che quanto dovrebbe essere applicato a tutti i settori dell’economia: come il lavoro precario nelle Poste comporta disguidi nel recapito, il lavoro precario in un orchestra sinfonica la trasforma nella Banda di Roccacannuccia. Ma non è necessario un direttore artistico per arrivarci, basterebbe un marmittone trombettista. Eppure.

Il nuovo decreto, sostiene l’esponente sindacale, è inficiato inoltre da un vulnus legislativo: esso infatti ingerisce – anche attraverso un blocco delle assunzioni da qui al 2013 e al consenso al ricorso dei contratti a termine – nella contrattazione nazionale e secondaria. Grazie a questa involuzione legislativa, inoltre, le banche – già aventi un ruolo di rilievo ai tempi degli Enti pubblici – entrano di diritto nei consigli di amministrazione, implicando ciò una loro tutela delle dinamiche lavorative, e quindi delle attività artistiche, interne al teatro. Non solo: viene sancita l’assoluta irresponsabilità degli amministratori, i quali non dovranno quindi rendere conto a nessuno – se non alla loro coscienza, se ancora la preservano – del loro fallimentare operato.

Il teatro ha bisogno di voce. E i lavoratori gliela stanno restituendo. Affinché i soliti noti non riescano a calare ancora – sull’arte, sulla cultura, sul lavoro, sulla nazione tutta – il loro unto, polveroso, impenetrabile sipario.


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