Lasciatemi in pace. Voglio leggere!

Mario Grossi

La scorsa settimana ho comprato e letto Elogio della lettura di Michèle Petit edito da Ponte alle Grazie, con l’unico intento di confermare un mio pregiudizio che nel corso degli anni si è fatto granitico: tutti coloro che parlano di lettura alla fine trattano il lettore come un animale, una bestia pericolosa che bisogna prima descrivere e poi contingentare. Alla fine mi ero quasi anche risolto a scrivere qualche nota di stroncatura, ma gli eventi della settimana mi hanno convinto a modificare un po’ il senso di quanto sto scrivendo. Nulla di male perché il libro è un’accozzaglia di roba che nulla aggiunge all’argomento. La fantasticheria, il desiderio di alterità, la superiorità della lettura sulla televisione, l’elogio della lentezza, la riflessione introspettiva, il rapporto mai coatto del lettore nei confronti del testo, è tutta aria fritta, già pensata, già scritta.

Un’odiosa analisi sociologica che vorrebbe tratteggiare i caratteri e le pulsioni profonde che inducono alla lettura. Roba da veteroantropologismo. Il lettore trattato come l’antropofago, osservato dalla scienziata bianca e classificato con i suoi parametri, inevitabilmente corretti.

Mentre m’imbufalivo per questa lettura sprecata (ammesso che una lettura possa mai dirsi uno spreco), gli articoli apparsi in settimana sui quotidiani, sui relativi magazine e sui settimanali, mi hanno fatto modificare la prospettiva della mia rabbia.

Sarà che si sta svolgendo il salone del Libro a Torino, sarà che da pochi giorni negli Stati Uniti è stato presentato il nuovo e-reader della Apple, ma gli articoli su libri e lettura si sono moltiplicati.

In realtà è da tempo che ci ammorbano con la litania che in Italia si legge sempre meno, che anche nella lettura siamo ultimi in Europa, che c’è il pericolo di un analfabetismo di ritorno, che il libro ha i giorni contati.

Così sono comparsi i soliti allarmati testi sull’avvento dell’e-book (che anch’io non amo), i libri elettronici, sulla scia della presentazione del lettore per questi testi digitali della Apple che si è messo a fare la guerra a quello già in commercio di Amazon.

Tutti a stracciarsi le vesti sulla fine del libro e sulle colpe di società e scuola per lo scarso interesse che si ha per la lettura. Tutti che cascano dalle nuvole.

Come se non avessero mai avuto figli con maestre e insegnanti che tutto hanno fatto tranne che spingerli alla lettura. A me è successo di litigare con una professoressa di mia figlia (allora in prima media) perché aveva indicato come lettura estiva imprescindibile La capanna dello Zio Tom, roba da Paleozoico.

Come se non avessero mai frequentato una biblioteca pubblica, dove, oltre alla scomodità del luogo, ci trovi pure il bibliotecario, che sembra Cerbero, che non vede l’ora che te ne vai e che ti guarda storto ogni volta che giri una pagina o chiedi un nuovo testo.

Come se non avessero mai acquistato un libro in una libreria dove i commessi ti si attaccano alle costole chiedendo se hai bisogno di qualcosa (e tu vorresti rispondergli che vuoi essere solo lasciato in pace) e ti vogliono per forza consigliare qualcosa per poi buttarti fuori nel minor tempo possibile.

Come se non avessero mai frequentato una scuola in cui una biblioteca non esiste o è messa sotto chiave e resa inagibile.

Come se non sapessero che per vedere in TV un programma sui libri bisogna aspettare la mezzanotte (se si esclude quel gioco della domenica pomeriggio condotto da Neri Marcorè).

Ma per capire perché il lettore è un animale in via d’estinzione e perché non ci saranno nuove leve pronte a imbracciare un libro basta leggere due articoli tratti dal florilegio settimanale da me raccolto.

Il primo è comparso sul Venerdì della Repubblica del 14 maggio in cui ho appreso che il brivido della lettura sarebbe «l’equivalente della rozza soddisfazione provata dall’uomo primitivo quando, in tempi molto lontani, si rese conto di essere in grado di capire i suoi simili e di prevederne le mosse». Leggere ci piace perché così soddisfiamo il nostro bisogno inconscio di “informazione sociale strategica”. E ancora «chi legge molta letteratura spesso dimostra buone abilità empatiche e sociali, cosa che non succede a chi fa un alto tipo di lettura», come sembra abbiano dimostrato (non so come) due scienziati di Toronto. Chi poi è abituato a leggere molto ha indubbi vantaggi su chi legge poco, in quanto i lettori fluenti sono più sciolti nell’elaborare l’informazione scritta.

E per dimostrare questa affermazione lapalissiana l’articolo cita il saggio Proust e il calamaro in cui viene spiegato il perché. «Nei primi 150 millisecondi il cervello distoglie l’attenzione dalle altre attività e la sposta verso il testo (attivando il mesencefalo per coordinare i movimenti oculari e il talamo per inquadrare la parola). Poi entra in azione il sistema esecutivo (situato nel giro del cingolo), che guida azioni specifiche, come dirigere il sistema visivo su particolari caratteristiche di una lettera. A questo punto nel cervello dei lettori occasionali si attivano uno per uno tutti i singoli neuroni predisposti a riconoscere le linee dritte, inclinate e i cerchi che formano le lettere. Per il lettori esperti, invece, il processo è più veloce, perché reagiscono all’unisono gruppi di neuroni già corrispondenti alle parole. Tra il 150° e il 200° millesimo di secondo si attivano i processi di attenzione dei lobi frontali e il sistema esecutivo stabilisce se le informazioni sulla forma delle lettere e parole sono sufficienti e si può passare aventi. Tra il 200° e il 500° millesimo di secondo, inizia il recupero dell’informazione semantica e sintattica: i due processi interagiscono tra loro per arrivare a una comprensione univoca del testo».

Il secondo articolo, La trappola di scegliere i libri che ci danno sempre ragione, comparso sabato 15 maggio sul Corsera, tira in ballo un altro tormentone ricorrente dei nostri tempi: Hitler non bruciava solo i libri, ne leggeva uno al giorno (la sua biblioteca arrivò ad averne 16000).

L’articolista, per spiegarci che ci sono modi buoni e modi cattivi di leggere, ci dice, parafrasando un libro sulla biblioteca del Führer di Thimothy Ryback inedito in Italia, che «non è rilevante che il dittatore leggesse quasi solo feuilleton, romanzi pulp e robaccia esoterica».

È importante sottolineare il metodo di lettura di Hitler. «Prima decidi ciò che vuoi sapere, poi cerchi tutti quei libri che confermano le tue credenze». Hitler sarebbe un lettore “ossessivo” ma non selettivo e soprattutto non riflessivo.

«Ora, in un Paese come l’Italia, agli ultimi posti in Europa riguardo ai dati di lettura, il problema principale non sembra essere quello del lettore compulsivo e acritico. Eppure credo che ci sia una segreta complicità tra lettori bulimici e non lettori. Entrambi fuggono la lettura come qualcosa che può trasformarli, e entro certi limiti, disturbarli. È legittimo acquistare un libro solo per informarsi su qualcosa o per intrattenimento. Ma la cultura non coincide tout court con l’informazione, né va usata come auto conferma. È capacità di scegliere e di valutare. Altrimenti la lettura non arriva neanche a essere, propriamente, un’esperienza.»

Da tutto questo nasce la mia furia e il mio convincimento che il lettore è visto come un potenziale eversore, da studiare e poi da depotenziare.

Noi tutti dobbiamo leggere ma, come ci viene detto, non possiamo decidere di essere lettori bulimici, né lettori compulsivi e acritici. Non possiamo acquistare libri per confermare le nostre idee o fissazioni. Possiamo acquistarne solo se siamo selettivi e riflessivi.

C’è sempre un’utilità soggiacente alla lettura che viene sempre presentata in questi articoli di novelli moralisti da strapazzo. Si legge per sapere, per la cultura, per selezionare, per diventare critici, per sviluppare il mesencefalo o attivare miliardi di neuroni che ci renderanno più fluenti, migliori.

Mai uno che dicesse che si legge per il gusto di leggere. Mai che qualcuno dica che leggere non serve a niente, che è una gran perdita di tempo. Mai nessuno che dica che si legge solo perché leggere è bello e inutile. Di quell’inutilità che equipara la lettura a tutti i gesti gratuiti, privi di senso utilitaristico, che ti permettono unicamente di gioire, senza motivo monetizzabile, senza intermediari, senza sacerdoti o officianti pronti a dirti che hai blasfemamente infranto la liturgia intellettuale della lettura.

Il lettore è un anarca, un solitario che cerca compagnia, un vero comunitario che attraverso il libro che altri leggono, può comunque, in sintonia con loro, affermare la propria persona in armonia con il testo senza per questo massificarsi nello spettacolo totalitario (nel senso di unico per tutti) che, per esempio, la TV offre.

Soprattutto il lettore è un eversore proprio perchè decide di non aderire al “canone”, che altri, per ricondurlo a più miti pensieri e per ricacciarlo nelle file del branco, hanno codificato.

Il timore che il lettore scappi di mano è sentimento strisciante in tutti gli articoli scritti da questi preti della cultura. È un timore equiparabile a quello della chiesa nei confronti del sesso, praticabile solo a fini utilitaristici (la procreazione), solo in luoghi adatti (la famiglia), solo con sobrietà (una volta a settimana?) e solo in una posizione (quella appunto del prete).

Allora di fronte a questa invasione di campo indebita chiamo a raccolta tutti i lettori, per affermare che ne ho abbastanza. Voglio essere lasciato in pace, non voglio catechismi che m’insegnino a essere lettore devoto e casto.

Voglio essere, se lo desidero, lettore bulimico o anoressico (talvolta m’incanto a leggere le insegne luminose), così come voglio essere lettore compulsivo, acritico e decerebrato. Voglio leggere per confermare i miei pregiudizi, per farmeli passare o inventarmene di nuovi.

Voglio leggere sdraiato sul tappeto, al cesso, a letto, in piedi, in viaggio, dovunque senza nascondere quello che leggo, “robaccia esoterica” compresa.

Voglio leggere di notte, di giorno, mentre mangio.

Voglio leggere di tutto, senza impedimenti, da Novella 2000 al Mein Kampf, senza che qualcuno mi propini un’edizione consigliata con gli imprimatur di Santa Romana Intellighenzia.

Voglio leggere perché non ci guadagnerò una lira, una stilla di sapienza, una conoscenza che non sia d’accatto.

Voglio leggere così, da illetterato, come l’antropofago che vive la sua vita e se ne frega bellamente della bianca scienziata che tenta di capirlo.

Voglio leggere perché non serve a niente e questo a me basta.

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