Italia. Il paese delle cattedrai nel deserto

Angelo Spaziano

Gli italiani, noti per essere un popolo di poeti, santi e navigatori, di cattedrali ne hanno erette tantissime lungo la loro storia plurisecolare. Forse tante quanti sono gli illustri personaggi saliti alla gloria degli altari nel corso della bimillenaria epopea del cristianesimo peninsulare.

La skyline dello Stivale infatti è costellata di grandi luoghi di culto che hanno impresso al paesaggio un carattere inconfondibile. Tuttavia, negli anni seguiti alla conclusione della seconda guerra mondiale, vale a dire nell’epoca del pentapartito prima e del consociativismo poi, le cattedrali nel Belpaese si sono moltiplicate a dismisura parallelamente alla cementificazione incontrollata del territorio, acquisendo caratteri insoliti e alquanto poco sacrali.

Prima del Novecento i luoghi di culto, bellissimi, si ergevano al centro di paesi e città, rappresentando l’anima, il fulcro, la cerniera del vivere comunitario. Dopo questo periodo, le “cattedrali”, così soprannominate, seppur prive stavolta di qualsivoglia connotazione mistica ed estetica, hanno iniziato a spuntare come funghi velenosi anche in luoghi dove di questi edifici proprio non se ne sentiva il bisogno. Cattedrali nel deserto, appunto. E tali da mortificare anche le aree già desolate di per sé, che dalla presenza di questi ecomostri si sono ancora di più squalificate.

Esempio eclatante del sacco indiscriminato delle nostre città è proprio la sconcia palazzina attaccata al Colosseo e residenza del dimissionario Scaiola e di tanti altri vip. Si tratta di un vero e proprio monumento alla bruttezza irragionevole e autolesionista che fa il paio con il serpentone di Corviale.

Tuttavia gli esempi suddetti, pur se indegni di un paese civile, sono stati regolarmente impegnati secondo l’uso al quale erano stati originariamente destinati. Ma l’Italia è disseminata anche di piccole e grandi – ma soprattutto grandi – “opere pubbliche” e private completate ma lasciate a marcire nel degrado, a malapena cominciate e abortite, oppure lasciate a metà e mai portate a termine o, seppur finanziate con grande profusione di denaro, neppure iniziate. Un inutile e sfacciato spreco di risorse economiche che avrebbero potuto essere impiegate altrove, con maggiore profitto e migliore riuscita, ma che vennero gettate al vento del velleitarismo clientelare e della dissipazione inconcludente tipici della prima repubblica.

L’ultimo esempio a proposito è stato il caso Maddalena, il luogo dove era in programma il G8 ultimo scorso ma che una volta ristrutturato a suon di milioni fu messo da parte per favorire la sinistrata L’Aquila. In tutta Italia di “altari” alla vergogna ne sono stati censiti almeno 600 e, di questi, 315 sono stati individuati e recentemente pure rifinanziati, grazie a una legge comunitaria, con ben 3.500 miliardi. Eppure, malgrado la pioggia di denaro fresco, la maggior parte di questi manufatti è rimasta allo stesso punto di prima. Le più costose incompiute sono dislocate prevalentemente al Sud, ma anche al Nord i cantieri abbandonati alle ragnatele sono numerosi, anche se di dimensioni tutto sommato più contenute.

La lista è sterminata. Autostrade che finiscono nei cimiteri, ospedali completati e mai inaugurati, scuole, case popolari, acquedotti, fogne, linee ferroviarie, parcheggi, campi sportivi. In alcuni casi è passato tanto di quel tempo che il manufatto non è più necessario. In altri casi è il contrario. Più tempo passa, più l’opera è indispensabile ma diventa complicato portarla a compimento. Oppure, una volta conclusa, risulta già superata dai tempi e dalle tecnologie.

La storia della diga di Blufi, ad esempio, nell’arida provincia di Palermo, è davvero paradigmatica. La prima pietra fu posata 14 anni fa. A complicare le cose arrivò nel ‘93 una delle tante inchieste di Tangentopoli. Due anni dopo, con l’istituzione del Parco delle Madonie, si dovettero sigillare le cave da cui si attingeva il pietrisco e i lavori si fermarono del tutto. Seguì una stasi settennale. Poi, nella primavera del 2002, il presidente della Regione siciliana, Totò Cuffaro, inaugurò fra lustrini e paillette la riapertura dei cantieri. Ma non fu che un’illusione, e in breve tempo tutto tornò a fermarsi. Unica eccezione, il preventivo, che nel frattempo lievitò dagli iniziali 180 miliardi di lire a 184 milioni di euro.

La “madre” di tutte le cattedrali nel deserto nel nostro paese, tuttavia, è l’ormai famigerato V Centro siderurgico di Gioia Tauro, una nefandezza tutta democristiana doc, entrata nel guinnes dei primati e riconducibile all’insipienza dello scudocrociato del tempo e alla confusa situazione politica determinatasi in Calabria fin dall’inizio degli anni Settanta dello scorso secolo. A un certo punto, infatti, negli alti palazzi dove “vuolsi così colà dove si puote…”, si decise l’assegnazione delle sede del capoluogo della costituenda Regione a Catanzaro, quando la città leader da quelle parti era sempre stata Reggio.

Come presagendo l’ira funesta dei reggini, l’area della Piana di Gioia Tauro, tradizionalmente coltivata ad agrumi e ad oliveti, venne così designata come sito “adatto” per ospitare il porto del polo di Reggio Calabria, che sarebbe dovuto diventare nei piani degli inetti politicanti democristiani, il V centro siderurgico italiano. Un progetto varato in pompa magna con tanto di cerimonia di posa della prima pietra da parte dell’inossidabile Giulio Andreotti. Un ennesimo centro per la siderurgia da offrire in elemosina ai calabresi, destinato a passare come un rullo compressore su piante e alberi rigogliosi quando si sapeva che il settore era ormai saturo e altrove si stavano già operando i primi tagli.

Una “cattedrale” mai realizzata, al pari di altri fantomatici piani inclusi nel cosiddetto “pacchetto Colombo”. Il progetto infatti era stato elaborato come “riparazione” rispetto alla mancata assegnazione della sede del capoluogo di regione a Reggio e in seguito alla cruenta sollevazione popolare della città sullo Stretto, rivolta soppressa dai carri armati dell’esercito. In quella circostanza, l’allora Presidente del Consiglio dei ministri, Emilio Colombo, inserì nel suo sconsiderato “pacchetto” d’emergenza, oltre al summenzionato demagogico V centro siderurgico, anche la Liquichimica di Saline e la Sir di Lamezia Terme. Nessuna di queste iniziative però è andata a buon fine, dato che la sovrapproduzione di acciaio ha reso del tutto inutile il progetto siderurgico, mentre la Liquichimica di Saline si ridusse a un ammasso di ruggine mai entrato in funzione e la Sir s’è volatilizzata. Gioia Tauro venne in seguito designata come sede di una nuova centrale elettrica Enel a carbone, anch’essa mai realizzata. L’area portuale interessata dai lavori, incompleti anch’essi, fu infine ridestinata a grande porto commerciale.

L’autostrada Salerno-Reggio Calabria rappresenta un altro esempio di costosa cattedrale nel deserto. E pure stavolta il deserto di sfondo è quello calabrese, che fa da illogico background allo sciagurato snodo autostradale della Sa-Rc, che, invece di seguire il logico percorso costiero comincia a inerpicarsi su per il Pollino fino a che, in prossimità di Lagonegro, viene a serpeggiare a un’altitudine di 1000 metri circa sul livello del mare. La conseguenza di questo stupida location è che d’inverno il tratto è spesso impraticabile per il vento e le tempeste di neve, continuamente soggetto a usura e perennemente costellato di cantieri che fanno la felicità delle mafie locali. A chi dobbiamo quest’altro capolavoro? Al ras socialista cosentino Giacomo Mancini, anch’egli eclatante esempio di miopia e scarso senso della cosa pubblica.

Nel Lazio anche Roma, nel suo “piccolo”, è “caput incompiutae”. Per i mondiali di calcio del 1990, passati alla storia per la pioggia di quattrini riversatasi sulla capitale, sono stati spesi un mucchio di miliardi per la nuova stazione Ostiense e per quella di Farneto. Ostiense doveva rappresentare un avveniristico air terminal con navette per l’aeroporto e centro commerciale incorporato. Risultato: l’air terminal è rimasto a Termini, il centro commerciale è morto per consunzione e la stazione Ostiense oggi è un labirinto di scale mobili e tapis roulant affacciati sul nulla.

Farneto invece, aperta per pochi giorni durante l’evento sportivo, è stata del tutto abbandonata a marcire tra le erbacce. Ultimamente è stata eletta a sede preferita da un gruppo di rom. In Abruzzo il Centro fieristico di Teramo oggi è un enorme capannone inutilizzato e, ovviamente, abbandonato, mentre l’ultimo tratto dell’autostrada Teramo-Roma, è un percorso tormentato da una serie di gimcane e gallerie. Ma il pezzo forte è la galleria di Piancarani, che avrebbe dovuto essere il punto di forza di una nuova strada mai costruita. Perciò oggi, paradossalmente, il tronco autostradale, incompiuto, si trova a “collegare” due pianure coltivate.

Inoltre è possibile pure dare un’occhiata a quello che avrebbe dovuto essere il nuovo ospedale psichiatrico di Teramo. E’ un enorme complesso di padiglioni e palazzine abbandonato in poche ore quando, nel 1978, la legge Basaglia decretò la chiusura dei manicomi. Una serie di scheletri in cemento armato rimasti a fare “bella” mostra da quasi trent’anni senza mai essere stati utilizzati neppure per un diverso uso. In Sicilia quello delle incompiute è una patologia.

A Palermo nell’elenco delle opere, grandi e piccole, annunciate negli anni dal Comune ci sono decine di progetti disegnati e rimasti sulla carta oppure finanziati ma ancora in attesa. Ma ci sono anche una serie di interventi prima partiti e poi, improvvisamente, interrotti. I lavori per l’anello ferroviario, per esempio, sarebbero dovuti partire nel 2003, ma del cantiere al momento non c’è traccia. Ma i soldi per il segmento di sei chilometri che dovrebbe collegare la stazione Giachery con la stazione Lolli, attraversando in sotterranea il quartiere Politeama dove è prevista una fermata metropolitana, erano già stati stanziati.

Nel 2007 il Comune affidò la progettazione esecutiva e la costruzione del primo tronco della linea all’impresa catanese Tecnis per un importo di circa 77 milioni di euro, ma tutto s’è bloccato in attesa del verdetto del Tar che deve pronunciarsi sul ricorso di una ditta esclusa. E la metropolitana? Anche in questo caso la progettazione della prima tratta, Oreto-Notarbartolo, è stata finanziata ma i lavori non sono ancora partiti. E che dire dei ponti di Perrault? Il progetto avveniristico di passerelle per i pedoni sopra via Leonardo da Vinci, costato 535 mila euro, è rimasto solo un disegno. Come le fognature di via Messina Marine: lavori da 12,5 milioni di euro in gran parte già finanziati dallo Stato, fermi perché mancano 1,5 milioni di euro di fondi comunali. Così come languiscono le opere definite strategiche dall’amministrazione: dallo svincolo di via Perpignano, opera da 23,8 milioni di euro, al raddoppio del Ponte Corleone. Entrambi i lavori erano affidati alla ditta Cariboni, che ha stoppato le ruspe per problemi finanziari. Anche in questo caso i soldi sono stati spesi ma di opere neanche l’ombra. Un capitolo a parte merita il Parco d’Orleans, annunciato nella seconda campagna elettorale del sindaco come la “nuova Favorita”. I lavori procedono a rilento nonostante siano già stati spesi oltre l’82 per cento dei fondi. Infine ci sono le opere interamente finanziate, pronte ma inutilizzate: dal Museo d’arte contemporanea ai Cantieri culturali, costati 4 milioni di euro ma ancora chiusi, ai parcheggi di via degli Emiri e via Basile, costati quasi otto milioni di euro e completamente vuoti perché ritenuti inutili dagli automobilisti.

Insomma, le incompiute in Italia non le ha certo inventate Schubert Si tratta di una moda tutta democomunista ma che sta facendo proseliti anche nella seconda repubblica.

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