Intercettazioni. Scontro tra integralismi

Angela Azzaro

Lo scontro sul ddl intercettazioni, ora fermo alla Commissione giustizia del Senato, si è spostato, dopo l’eliminazione del carcere per i giornalisti, soprattutto sul comma che prende il nome dalla deputata Bongiorno. Tale comma che era stato invece licenziato dalla Camera, dove Giulia Bongiorno – che è la discussa e autonoma presidente della Commissione giustizia – lo aveva firmato addirittura con Nicolò Ghedini, dice che il testo delle intercettazioni può essere pubblicato in forma di riassunto. Si tratta di una formula che in realtà tende a garantire la libertà di stampa senza per questo mettere a repentaglio le inchieste né – soprattutto la privacy dei cittadini – sbattuti spesso sui giornali come mostri, salvo poi venire assolti in tutti i gradi di giudizio.

La pressione dei finiani, in questo caso appoggiati anche da altri esponenti garantisti e libertari del Pdl come l’avvocato Gaetano Pecorella, potrebbe andare a buon fine visto lo sdegno che l’abolizione della norma sta destando nell’opinione pubblica.

Il popolo viola è sceso in piazza, e si sprecano gli appelli dei giornalisti contro il ddl. «Se siete contrari – ha detto Gabanelli a Report rivolta ai telespettatori – fatevi sentire». Ma questo appello e questo sdegno per quanto accorati non riescono a convincere fino in fondo. Vista con un po’ di distacco questa vicenda appare come lo scontro tra opposti integralismi o opposti interessi. Con qualche eccezione (alcuni avvocati e la pattuglia finiana) ci sembra che a prevalere non sia il bene dei cittadini, ma la salvaguardia di poteri che oggi si fanno la guerra. Da una parte ci sono i berluscones alla Angelino Alfano, il fedelissimo ministro della Giustizia che – insuccesso dopo insuccesso – cerca di piegare lo Stato di diritto agli interessi politici ed economici del premier. Solo così si può capire non il giusto impegno per limitare la pubblicazione delle intercettazioni anche private, ma l’assalto grave alla libertà di informare i cittadini su inchieste in corso. Dall’altra però c’è una casta giornalistica che dice di avere a cuore la verità, ma ha poco a cuore il garantismo che della libertà tanto sbandierata per attaccare il ddl in discussione è sale e elemento fondamentale.

Il risultato è che i due principi rivendicati – appunto il garantismo e la libertà – sono quelli che rischiano, al contrario, di essere cancellati o calpestati anche da chi ne ha fatto una bandiera.

La legge liberticida – nella versione approvata al Senato – non può infatti farci dimenticare almeno altri due fattori. L’abuso che è stato compiuto dai giornali delle intercettazioni: sono anni che in prima pagina vediamo sbattuta la vita delle persone, storie e parole che non sempre hanno rilievo penale ma che hanno fatto sì che si consumassero tra i più cruenti e sanguinari processi pubblici nei confronti di cittadini che, finita la bufera mediatica, si sono ritrovati senza neanche un procedimento nei loro confronti ma con una esistenza rovinata. Ma l’abuso delle intercettazioni non riguarda solo i giornali. Come hanno più volte sottolineato insigni avvocati questo abuso riguarda anche la magistratura: è noto che oggi le inchieste sono costruite perlopiù su base indiziaria e su intercettazioni prolungate e fate a tappeto. Direte: mancanza di fondi per fare inchieste sul campo e con altri elementi. No, non è così, visto che le intercettazioni sono a tutt’oggi la voce in bilancio più gravosa.

Serve allora un’altra legge? Quella che c’è basterebbe, ma non viene rispettata. E così oggi ci troviamo nell’impasse di vedere discussa dal Parlamento una legge che ancora una volta cerca di risolvere i problemi con divieti liberticidi. Non è questa la strada, anche perché – come dimostra la storia degli ultimi anni – non ha prodotto i risultati sperati. Allo stesso tempo, pur rifiutando le manovre berlusconiane, chi è garantista non può certo rassegnarsi agli abusi compiuti dai principali giornali italiani.

La soluzione non è quindi a portata di mano, ma non per questo si può cadere nelle pericolose scorciatoie né della destra berlusconiana che rispetta solo il detto “cicero pro doma sua”, né quelle sempre più povere e squalificanti della sinistra forcaiola.

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