Immigrazione e socialismo

Fabrizio Fiorini

Solo da una visione organica del mondo, da una Weltanschauung etica e collettiva e da una consapevolezza politica socialista possono scaturire intelligenti prese di posizione nei confronti dei fenomeni migratori.

Un’analisi esaustiva e sintetica di tale accidente non può essere pertanto disgiunta dallo studio dei  motivi economici e politici che ne sono più o meno consapevole origine, dall’individuazione delle sue conseguenze che incidono sui tessuti sociali e identitari dei popoli e dalla critica razionale che – senza tema di essere tacciato di politicamente scorretto – l’uomo libero ha il compito di muovere nei confronti del fenomeno analizzato.

Fondamento primario degli spostamenti massicci di popolazioni verso aree del pianeta a queste eterologhe risiede nel concetto di dramma. Questo dramma – dimostrazione lampante della forzatura e della coercizione più o meno indotta che caratterizzano il fenomeno – si invera a sua volta attraverso tre opzioni, molto spesso complementari tra di loro: la fame, innanzitutto, il depauperamento di intere nazioni o territori come conseguenza del loro sfruttamento da parte di Paesi e popoli più ricchi, più forti o semplicemente più contaminati dal verbo capitalista; questo depauperamento è figlio – storicamente – del colonialismo (con o senza neo-) e – politicamente – della bramosia di accumulazione di ricchezza e di potere delle opulente oligarchie mercantili d’Occidente.

Seconda scaturigine del dramma-emigrazione è la violenza, senza la quale quasi sempre le dinamiche (recentemente definite “imperialiste”) di cui sopra non potrebbero avere luogo; le zone del pianeta che sono origine di emigrazioni di massa sono infatti sovente vittime della guerra scatenata dalle nazioni ricche e predatrici sia direttamente, attraverso il dispiegamento della loro forza militare finalizzato alla loro sottomissione (mondo arabo, Balcani), sia indirettamente, attraverso la sobillazione di conflitti ‘civili’ volti all’indebolimento e all’allineamento delle locali strutture statuali (Africa, America latina).

Terzo e ultimo aspetto – non di certo in ordine di importanza – dell’evocazione della drammatica questione migratoria è la propaganda. Le nazioni povere della terra, piegate dallo sfruttamento e dalla violenza di cui si è parlato, vengono di norma scaraventate in un meschino stato di reificazione  e indotte subliminalmente alla convinzione che qui in Occidente vi sia Lamerica, il benessere e la libertà tout court della cui esistenza noi stessi occidentali siamo bellamente convinti. Salvo poi accorgersi, spentasi le luci dell’ipocrita accoglienza, di trovarsi negli oliati meccanismi di un mercato di schiavi. In cui il dramma si tramuta in tragedia, e l’istinto di conservazione riduce a brandelli la menzogna dell’integrazione, osteggiata tanto oggi dall’immigrato islamico contemporaneo che incurante riafferma la sua dottrina etica e religiosa sul suolo laico d’Europa, quanto dall’emigrante italiano che, nell’America o nel Belgio dei primi del Novecento, portava gelosamente con sé la propria identità culturale e familiare e la sagra di Sant’Agata.

Dovere dell’uomo libero e del politico socialista sono non solo l’identificazione e la tracciatura di una linea progettuale e di una prassi politica tendente alla giustizia sociale, all’elevazione dello spirito umano e alla delineazione di una vera economia. E’ altresì un dovere tendere al sorriso, avvertire bruciante sulla propria pelle il dolore dello schiaffo sferrato a ogni uomo oppresso sulla terra, essere consapevoli che la propria libertà coincide totalitariamente con la libertà di tutti. In sintesi: alleviare il dramma e annullare le condizioni che possano generarlo.

Ciò non può essere possibile senza la chiara individuazione del nemico, dei colpevoli dello stupro dei popoli consistente nel favoreggiamento dell’immigrazione. Le organizzazioni sedicenti caritatevoli della Chiesa, che hanno strutturato un lucroso indotto attorno al verbo dell’accoglienza e che si fanno portatrici di un sincretismo di matrice massonica improntato a uno sciatto e stucchevole multiculturalismo; gli Stati Uniti d’America, portatori insani di una visione multirazziale della società attraverso la quale umiliare e annullare le identità dei popoli e delle nazioni che diverranno così facili ricettori della loro mefitica way of life; le grandi imprese e la finanza internazionale (o più propriamente definita, per l’appunto, apolide), un caporalato planetario alla ricerca di merce umana a basso costo per soddisfare le sue esigenze di guadagno e votato alla definitiva rottura del vincolo comunitario consistente nella prestazione della propria opera materiale o intellettuale negli schemi del lavoro nazionale.

Come tralasciare poi di ricordare gli utili (?) idioti al  loro servizio, intruppati in organizzazioni politiche e culturali à la page che, magari solo per aver sostenuto un corso di ceramica maya, o di tamburello egiziano, o di campana tibetana si sentono cosmopoliti, e magari hanno anche il pessimo gusto di proclamarsi difensori di non meglio identificati “diritti”, mettendosi alle dipendenze dei nuovi negrieri e dando una sorta di legittimazione culturale al mercato degli schiavi e alle sempre più pervasive guerre tra poveri.

Perché di guerre tra poveri, ahinoi, si tratta. Della manifestazione incontrovertibile del fatto che l’analisi politica non è solo e sempre alata e dottrinaria, ma deve fare i conti anche col fango e col sangue. Con gli operai e gli impiegati costretti a una paga da fame perché i nuovi schiavi allogeni quella paga la accetterebbero, anche in ‘nero’. Con gli inquilini che si vedono triplicati i canoni di locazione perché i nuovi schiavi in una bilocale abitano in sei, e quindi rendono di più. Coi disoccupati che tali rimangono perché tanto “certi lavori gl’italiani non li vogliono più fare”. Con le famiglie che si vedono preclusi gli asili per la prole perché con diecimila euro all’anno di reddito sono considerati ricchi, se raffrontati al nigeriano che sopravvive con la metà. Ed è per questo che nelle sedi della Lega rischiano la cirrosi epatica a forza di brindare ai successi elettorali.

Ma le soluzioni leghiste-fallaciane sono inefficaci e miopi. Inefficaci, perché il fenomeno migratorio non sarà certo fermato dalla semi-chiusura sic et sempliciter delle frontiere, per quanto questa  potrebbe essere una lodevole ma temporanea manovra di contenimento: e non sarà fermato sia perché gl’interessi in gioco sono troppo alti, e il capitalismo attraverso l’immigrazione ha saputo  tramutare in oro il marcio generato dalle sue dinamiche di sfruttamento, sia perché non sarà certo l’ufficio immigrazione della Questura a convincere milioni di uomini del sud del mondo a non presentarci il salato conto del colonialismo. Sono inoltre miopi, perché il contrasto al fenomeno migratorio svincolato dall’opposizione agli attori politici ed economici che lo favoreggiano equivale a farsi passare la febbre sabotando il termometro.

E’ quindi il socialismo la soluzione del problema, negli interessi sia nazionali sia degli immigrati. E in questa affermazione risiede la dimostrazione – se mai se ne avvertisse il bisogno – dell’inviolabile vincolo che naturalmente salda i valori socialisti ai valori nazionali. Affermando la natura antisocialista dell’immigrazione si veicolano quindi gli sforzi politici dei patrioti nei canali della dottrina economica, in chiave anticapitalista, e identitaria, in chiave nazionalista e in seno a una forma di rispetto per la sovranità e per le peculiarità politiche, culturali e popolari di tutte le nazioni della Terra.

L’organicità del discorso non lascia spazio ad equivoci di natura basso-xenofoba, non esclude la concessione di spazi alla politica reale e contingente (vexata quaestio, per gli spiriti liberi: la ricerca delle soluzioni radicali che incidano sull’origine dei problemi rimanda sciaguratamente le necessarie e sacrosante misure d’emergenza, anche se queste dovessero apparire rozze e drastiche, come la chiusura delle frontiere e il blocco degli ingressi), smentisce sul nascere le accuse di scorrettezza politica che fioccheranno copiose, ribadisce con forza una concezione alta della tutela socialista e nazionale da esercitarsi nei confronti delle nazioni e dell’Europa tutta.

Respingendo le dannose e maldestre tesi di chi asserisce che “il problema non è l’immigrato, ma di chi lo costringe a emigrare” o di chi viceversa sostiene che lo spacciatore algerino sia il maggiore dei mali indipendentemente dalle dinamiche che ne hanno determinato la presenza sulle nostre strade, occorrerà tanto denunziare con forza il sistema che questo dramma ha reso possibile, quanto ribadire l’estraneità e constatare la funzionalità al sistema capitalista della innaturale presenza massiccia di stranieri in nazioni terze. Che si tratti  di poveri centrafricani o di ricchi elvetici, di sottoproletari clandestini o di integerrime e regolari badanti. O anche, perché no, di ragazzotti americani intruppati nei marine, che da sessantacinque anni occupano ancora questa nazione. Perché il socialismo non fa sconti a nessuno: vuole sovranità e libertà.

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